DOMENICO BERTI.
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IL PROCESSO ORIGINALE DI GALILEO GALILEI PUBBLICATO PER LA PRIMA VOLTA.
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1876. Cotta e Compagni, Tipografi del Senato, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
   Fondazione Ezio Galiano onlus
    http:\\www.galiano.it
  ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Gianluigi Trivia e Antonio Preto per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice.
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INTRODUZIONE STORICA AL PROCESSO DEL 1616.
PARTE PRIMA.
CONCLUSIONE.
INTRODUZIONE STORICA AL PROCESSO DEL 1633.
PARTE SECONDA.
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DOCUMENTI.
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PROCESSO CONTRO GALILEO GALILEI FATTO NELL'ANNO 1616 E CONDANNA DELLA DOTTRINA DI COPERNICO.
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DOCUMENTO 1. Sunto dei due processi.
DOCUMENTO 2. Giudizio del Consultore del S. Offizio intorno alla lettera di Galileo al P. Castelli, add 21 dicembre 1613.
DOCUMENTO 3. Lettera con cui il Padre Lorini denunzia Galileo.
DOCUMENTO 4. Copia della lettera di Galileo al P. Benedetto Castelli.
DOCUMENTO 5. Ordine del Cardinale Mellini.
DOCUMENTO 6. Lettera dell'Arcivescovo di Pisa al Cardinale Mellini, 8 marzo 1614, stile fiorentino (8 marzo 1615).
DOCUMENTO 7. Lettera dell'Inquisitore di Pisa, 7 marzo 1615.
DOCUMENTO 8. Ordine di esaminare il Padre Tommaso Caccini.
DOCUMENTO 9. Interrogatorio del padre Tommaso Caccini.
DOCUMENTO 10. Ordine di mandare una copia della deposizione del Caccini all'Inquisitore di Firenze.
DOCUMENTO 11. Si attesta che la copia fu inviata.
DOCUMENTO 12. Lettera dell'Arcivescovo di Pisa, 28 marzo 1615.
DOCUMENTO 13. Lettera di Cornaro, Inquisitore di Firenze, 13 aprile 1615, al Cardinale Mellini.
DOCUMENTO 14. Nuova lettera dell'Inquisitore di Firenze Cornaro, 11 maggio 1615, al Cardinale Mellini.
DOCUMENTO 15. Ordine all'Inquisitore di Milano perch esamini Ximenes.
DOCUMENTO 16. Lettera di F. Desiderato Scaglia, Inquisitore di Milano, al Cardinale Mellini, 24 giugno 1615.
DOCUMENTO 17. Copia di una lettera dell'Inquisitore di Belluno, 24 luglio 1615.
DOCUMENTO 18. Nuova lettera di F. Desiderato Scaglia, Inquisitore di Milano.
DOCUMENTO 19. Ordine all'Inquisitore di Firenze di esaminare Ximenes, 4 novembre 1615.
DOCUMENTO 20. Lettera dell'Inquisitore di Firenze al Cardinale Mellini.
DOCUMENTO 21. Interrogatorio del P. Ferdinando Ximenes, add 13 novembre 1615.
DOCUMENTO 22. Interrogatorio di Giovanozzo Attavanti, piovano di Castel Fiorentino.
DOCUMENTO 23.
DOCUMENTO 24. Proposizione giudicata censurabile dai qualificatori del S. Offizio nel libro delle Macchie solari " ivi.
DOCUMENTO 25.
DOCUMENTO 26. Proposizioni censurate dai Consultori " ivi.
DOCUMENTO 27. Il Cardinale Mellini notifica la censura profferita sulle proposizioni di Galileo.
DOCUMENTO 28. Relazione intorno all'avviso dato a Galileo della censura, add 26 febbraio 1616.
DOCUMENTO 29. Decreto della Congregazione dell'Indice, add 5 marzo 1616.
DOCUMENTO 30. Lettera del Cardinale Caraffa.
DOCUMENTO 31. Ordine del Cardinale Mellini.
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FINE DEL PROCESSO DEL 1616.
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PROCESSO CONTRO GALILEO GALILEI FATTO NELL'ANNO 1633 NEL SANTO OFFIZIO DI ROMA.
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DOCUMENTO 32. Memoria riassuntiva di tutte le pratiche passate dal 1630 sino al principio del processo.
DOCUMENTO 33. Lettera del Maestro del Sacro Palazzo all'Inquisitore di Firenze, 24 maggio 1631.
DOCUMENTO 34. Lettera di Fra Clemente, Inquisitore di Firenze, al Padre Nicol Riccardi.
DOCUMENTO 35. Copia della prefazione alla prima edizione del Dialogo intorno ai due massimi sistemi del mondo, Tolemaico e Copernicano.
DOCUMENTO 36. Lettera del Maestro del Sacro Palazzo, 19 luglio 1631.
DOCUMENTO 37. Ordine di far comparire Galileo, 23 settembre 1632.
DOCUMENTO 38. Lettera di Fra Clemente, Inquisitore di Firenze.
DOCUMENTO 39. Altra lettera dell'Inquisitore di Firenze.
DOCUMENTO 40. Attestazione di Galileo, 1 ottobre 1632.
DOCUMENTO 41. Lettera dell'Inquisitore di Firenze, 20 novembre 1632.
DOCUMENTO 42. Ordine di far venire Galileo, 9 dicembre 1632.
DOCUMENTO 43. Lettera di Michelangelo Buonarotti, il giovane.
DOCUMENTO 44. Lettera dell'Inquisitore di Firenze al Cardinale, 8 gennaio 1633.
DOCUMENTO 45. Lettera dell'Inquisitore di Firenze al Cardinale, 18 dicembre 1632.
DOCUMENTO 46. Ordine del Papa, 30 dicembre 1632, di far visitare Galileo e di farlo venire a Roma.
DOCUMENTO 47. Certificato dei medici, 17 dicembre 1632.
DOCUMENTO 48. Lettera dell'Inquisitore di Firenze al Cardinale, 22 gennaio 1633.
DOCUMENTO 49. Primo interrogatorio di Galileo, 12 aprile 1633.
DOCUMENTO 50. Secondo interrogatorio, die sabathi 30 aprilis 1633.
DOCUMENTO 51. Terzo interrogatorio, die martis, 10 maggio 1633.
DOCUMENTO 52. Dichiarazione del Cardinale Bellarmino.
DOCUMENTO 53. Difesa di Galileo.
DOCUMENTO 54. Copia della nota del Cardinale Bellarmino sopra riferita.
DOCUMENTO 55. Attestazione di Agostino Oregio, 15 aprile 1633.
DOCUMENTO 56. Attestazione di Inchofer.
DOCUMENTO 57. Ragioni del secondo voto di Melchiorre Inchofer.
DOCUMENTO 58. Rationes quibus ostenditur Galilum, docere, defendere, ac tenere opinionem de motu terr.
DOCUMENTO 59. Avviso di Zaccaria Pasqualigo.
DOCUMENTO 60. Secondo avviso di Zaccaria Pasqualigo.
DOCUMENTO 61. Nuove ragioni di Zaccaria Pasqualigo.
DOCUMENTO 62. Ordine del Papa di interrogare Galileo sopra la intenzione, 10 giugno 1633.
DOCUMENTO 63. Quarto interrogatorio di Galileo, 21 giugno 1633.
DOCUMENTO 64. Ordine del Papa all'Inquisitore di Firenze di pubblicare la sentenza contro Galileo Ordine di relegare Galileo a Siena, 30 giugno 1633.
DOCUMENTO 65. Supplica di Galileo al Papa.
DOCUMENTO 66. Risposta del Papa.
DOCUMENTO 67. Risposta dell'Inquisitore di Firenze.
DOCUMENTO 68. L'Arcivescovo di Siena al Cardinale di S. Onofrio, 10 luglio 1633.
DOCUMENTO 69. Lettere con le quali si d atto della sentenza ricevuta e della pubblicazione fattane.
DOCUMENTO 70. Ordine di ammonire l'Inquisitore di Firenze della licenza data allo stampatore delle opere di Galileo.
DOCUMENTO 71. Nuove lettere di ricevuta o di pubblicazione della sentenza.
DOCUMENTO 72. Risposta dell'Inquisitore di Firenze alla ammonizione fattagli, 17 settembre 1633.
DOCUMENTO 73. Nuove lettere di ricevuta o di pubblicazione della sentenza.
DOCUMENTO 74. Nuova supplica di Galileo al Papa.
DOCUMENTO 75. Permissione accordata a Galileo, 1 dicembre 1633.
DOCUMENTO 76. Nuove lettere intorno alla sentenza.
DOCUMENTO 77. Lettera di Galileo al Cardinale Barberini, 17 dicembre 1633.
DOCUMENTO 78. Lettera del Nunzio di Bruxelles, 13 dicembre 1633.
DOCUMENTO 79. Lettera del Rettore dell'Accademia di Douvai al Nunzio a Bruxelles, 7 dicembre 1633.
DOCUMENTO 80. Denunzia contro l'Arcivescovo di Siena, 1 febbraio 1634.
DOCUMENTO 81. Lettera dell'Ambasciatore di Toscana.
DOCUMENTO 82. Il Papa ricusa, 23 marzo 1634.
DOCUMENTO 83. Lettera dell'Inquisitore di Firenze, 1 aprile 1634.
DOCUMENTO 84. Lettera di Benedetto Castelli al Cardinale, 23 ottobre 1638, con cui chiede permesso di visitare Galileo.
DOCUMENTO 85. L'Inquisitore Fanano scrive al Cardinale Barberini, 25 luglio 1638.
DOCUMENTO 86. Lettera dell'Inquisitore di Firenze, 26 giugno 1638, sopra una persona venuta dall'Olanda per visitar Galileo.
DOCUMENTO 87. Ordine del Papa, 13 luglio 1638, intorno al ricevere o no detta persona.
DOCUMENTO 88. Il Papa ordina che sia ringraziato Galileo per non aver ricevuto la persona di cui sopra.
Documento 89. Lettera di Fra Paolo Ambrogio ai Cardinali, 8 giugno 1734.
Documento 90. Sunto del processo.
Documento 91. Monumento a Galileo, 14 giugno 1734.
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APPENDICE.
1. Sententia in Galilum.
2. Abjuratio Galili.
3. Consulto del Sarpi intorno alla proibizione del libro di Copernico.
4. Lettera di Niccol Lorini.
5. Nota illustrativa N. 1.
6. Nota illustrativa N. 2. Lettera al signor Karl von Gebler.
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FINE Indice.
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INTRODUZIONE STORICA AL PROCESSO DEL 1616.
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PARTE PRIMA.
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CAPITOLO 1.
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Sommario: Storia del volume 1182 contenente gli atti originali dei processi Galileiani. Descrizione di detto volume. Documenti rubati nel 1848 agli Archivii di Roma e venduti al Trinity College di Dublino.
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Nell'Archivio secreto del Vaticano vi  un volume sul cui dosso  scritto:
1182. EX ARCHIVIO Santo OFFIZIO. Cont (contra) GALILEUM GALILEI MATHEMATICUM.
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e nell'angolo superiore della facciata a sinistra Florentin.
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Questo volume che noi possiamo chiamare meritamente famoso per le dispute cui fu e sar segno, contiene gli originali degli atti dei due processi condotti in Roma contro Galileo Galilei. Nei primi anni di questo secolo, e durante l'occupazione francese, esso fu levato dagli archivii romani e trasportato in Parigi dove rest per otto e pi lustri, e dove fu veduto da molti e tra gli altri dallo storico Carlo Denina, il quale disse che nulla vi trov che fosse meritevole a risapersi(1). Se ne cominci la stampa con la versione a fronte per ordine di Napoleone primo. Ma poi la si lasci in sospeso e non si progred oltre quei primi documenti che furono comunicati dall'astronomo Delambre, al nostro Venturi(2).
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Negli anni 1814, 15, 16 e 17, Monsignor Marino Marini nominato commissario in Francia per rivendicare gli oggetti di propriet della Santa Sede che col erano stati trasportati non ostante le pi vive e rinnovate istanze presso il Governo della ristorazione perch fosse restituito il prezioso manoscritto, dovette ripartirsene con le mani vuote senza neanche sapere dove esso si fosse(3). Ma Roma che desiderava ad ogni costo di ricuperarlo, rinnov con tanta insistenza le sue richieste che ottenne da Luigi Filippo ci che non aveva potuto conseguire dal governo di Carlo decimo. Onde nel 1846 il celebre manoscritto faceva ritorno dalle rive della Senna su quelle del Tevere ed era presentato al Pontefice da un nostro italiano di gloriosa ricordanza, Pellegrino Rossi. Pio IX lo tenne per qualche tempo presso di s ma poi il commise dovendo allontanarsi da Roma nel novembre 1848 a Monsignor Marino Marini, che per ordine del mentovato Pontefice lo depose nell'archivio del Vaticano dove tuttora si trova. Se per  vero che la Francia nel restituirlo facesse obbligo a Roma di pubblicarlo, quest'obbligo rimase insino ad ora senza effetto.
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Due uomini non pertanto che ebbero comodit di leggerlo e di studiarlo ce ne diedero contezza in due opuscoli separati, l'uno italiano e l'altro francese. L'italiano porta per titolo: Galileo e l'inquisizione. Memorie storico-critiche(4). Il francese: Galile son procs, sa condamnation d'aprs des document indits(5). Del primo  autore Monsignor Marino Marini gi Prefetto degli Archivi segreti della Santa Sede, del secondo Henri de l'Epinois noto in Francia per taluni lavori letterarii.
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L'opuscolo del Marini si compone di quattro memorie o dissertazioni dirette alla romana Accademia di Archeologia di cui era socio ordinario. Esse sono scritte con poca semplicit ed esattezza di narrazione. Insino dalle prime parole si comprende che non  gi intendimento dello autore narrare e chiarire i fatti riscontrandoli agli atti del processo di cui era depositario, ma di dar credito a talune preconcette opinioni, nelle quali tanto  fisso da non accorgersi neanco delle contraddizioni in cui cade. Discorre con leggerezza e con poca reverenza di Galileo, ommettendo di recare le prove di quanto afferma. Passa (ed  qui, dove il suo torto  grave) sotto silenzio ragguardevolissimi documenti, contentandosi di far cenno di quelli soli che crede convenirsi alla sua tesi. Dai documenti che adduce trae spesso giudizii e conclusioni, che sono in aperta contraddizione coi medesimi.
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Non esamina con pienezza di critica le svariate quistioni che egli tratta e non d saggio di conoscerne la moltiplicit e la importanza.  uomo infine di mente cos serva e di animo cos poco osservante del vero che mentre mutila pensatamente il Decreto 16 giugno 1633, lasciando indietro le parole con le quali la Congregazione del S. Offizio, raccolta sotto la presidenza del Pontefice, intima che si faccia contro Galileo lo esperimento della tortura, egli soggiunge che: non si potea in Roma eseguire la tortura contro di chicchessia senza il previo Decreto della suprema congregazione del S. Offizio(6). Ma con quale coscienza ci asseriva se aveva appunto sotto gli occhi il Decreto che la intimava?
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L'opuscolo di Monsignor Marino Marini non contiene quindi la schietta narrazione (come si potrebbe argomentare dal titolo) dei fatti che si attengono ai processi galileiani, ma bens l'apologia del S. Offizio. Questa apologia  tutta intesa, come parecchie altre uscite in questi nostri tempi, a dimostrare che il S. Offizio non riprov la dottrina copernicana, ma le idee teologiche con cui Galileo se ne rendette interprete. E siccome questa tesi  contradetta da tutti gli atti dei due processi, perci il Marini non gi pens a pubblicarli come avrebbe potuto e dovuto, ma a ridurli e mutilarli per dare aria di storia ad un assunto che puossi senza offendere il vero chiamare puerile.
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Per il che  da concludere che se il Marini di in luce questo suo opuscolo come sembra(7) per adempiere alla promessa fatta al Governo francese, i cultori sinceri della storia non glie ne possono sapere grado; se poi lo pubblic per risolvere definitivamente come egli afferma la vertenza galileiana, meglio avrebbe provveduto alla cosa dandoci in esteso il processo senza travagliarsi nel ritrarre dal medesimo, tutto che cospirasse a mettere nel suo vero lume la verit di un fatto che le varie passioni nello esporlo aveano travisato per modo a pi non lasciarlo riconoscere quale doveva essere in se stesso. E ne aveva tanto pi obbligo quanto che egli nella storia che fa dell'autografo manoscritto lascia intendere che Roma non per altro s'era adoperata nel ricuperarlo se non per timore che i nemici dalla S. Sede volessero farlo scomparire al fine poi di poterla impunemente accusare.
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L'opuscolo di Enrico de l'pinois  scritto con pi indipendenza di mente e con pi larghezza di concetti. In esso  riportato intero il Decreto del 16 giugno 1633, con altri documenti di non poco momento. Mentre di ci rendiamo lode all'autore non possiamo tuttavia non lamentare che abbia ommessi il parere del consultore del S. Offizio intorno alla lettera di Galileo a Benedetto Castelli col quale incomincia il processo del 1616, e quelli dei consultori del processo del 1633, senza dei quali  malagevole assai portare retto giudizio intorno alla condanna ed all'abiura. Del pari lamentiamo che abbia omessi i due riassunti con cui si apre e si chiude il volume, e che ci abbia dato il solo sommario e non il testo compiuto di parecchi altri documenti, come gliene faceva obligo la discussione intralciata e contradittoria che ferve da tanto tempo intorno ai medesimi(8). Ch egli ben sapeva che la storia del processo Galileiano non sarebbesi ritenuta sincera se non quando si avesse piena contezza dei fatti onde si compone. Ci duole infine che il De l'pinois vinto dal desiderio di avvalorare la tesi di Monsignor Marino Marini, porti non di rado giudizii contrarii al significato dei documenti, narri con soverchia parzialit i fatti, e cada talvolta in alcune inesattezze che ne alterano il senso.
Ma mettendo da parte ogni osservazione intorno alle sue opinioni, certo  che il suo opuscolo riesce manchevole nella parte principale, che  quella dei documenti. Ed  per questo che il contrasto dei pareri non scem, e rimasero oscure ed incerte le ragioni della condanna ed i veri motivi che dettero origine al processo del 1633.
Dalle cose esposte si pu concludere che dopo due secoli di controversia e di laboriose ricerche, manca tuttavia la compiuta notizia dei documenti sui quali deve cadere il giudizio. Non recher quindi meraviglia se ci inducemmo a sperimentare ogni mezzo al fine di raggiungere l'intento, e se diciamo che la commozione del nostro animo fu grandissima, come prima i nostri sforzi sortirono felice compimento e avemmo fra le mani il desiderato volume nella stanza del padre Theiner test rapito dolorosamente ai vivi(9).
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Questo volume  ricoperto da un cartone di color verde alquanto sbiadito. Tra i due processi che sono qui uniti interponendosi circa 17 anni,  chiaro che gli atti del primo dovevano trovarsi in un volume diverso da quello in cui si contenevano gli atti del secondo, epperci gli atti del processo del 1616 dovevano avere una numerazione diversa da quelli del 1633.
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E cos . La prima pagina degli atti del processo del 1616 porta il numero 950 e l'ultima 992. Cotesti due numeri indicano il posto che occupavano nel volume dal quale furono staccati. I documenti del 1633 sono segnati nella prima pagina dal numero 384 e nell'ultima dal 561. Quando si riunirono insieme le due serie dei documenti e se ne fece un volume separato si lasci da parte la numerazione con la quale erano segnate le pagine dei documenti del processo del 1616 e si prese per punto di partenza il numero 384 da cui principiava la numerazione dei documenti del 1633 indi si sal regressivamente insino al numero 341 segnando cos tutte le pagine dei documenti del primo processo. Si ebbe cos una sola numerazione la quale principia dal 341 e viene insino al 561 comprendendo tutto il volume. Essendosi posteriormente preposto ai documenti dei due processi riuniti un sunto fedele del loro contenuto affinch le pagine del mentovato sunto avessero un numero che concordasse con quello gi adottato, si rimont di nuovo in ordine regressivo dal 341 sino al 337 che ora  il numero che s'incontra nella parte superiore della prima pagina del volume(10). Infine  da notare che si appose una terza numerazione non pi nella parte superiore, ma nella inferiore di ciascuna pagina, la quale va dal numero 1 sino al 103, ossia insino al decreto del giugno con cui  bandita la minaccia di tortura contro Galileo. Sembra che questa numerazione sia stata introdotta per rendere pi agevoli le citazioni.
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Egli  adunque per la prima volta che i due processi Galileiani sono pubblicati nella loro integrit. Imploriamo dai dotti perdono per le inesattezze e scorrezioni in cui cademmo stante la fretta con cui li copiammo e l'impossibilit in cui ci trovammo di riscontrare le stampe sugli originali(11). Cotesti documenti debbono essi ritenersi genuini ed autentici o non piuttosto alterati? Noi diciamo prontamente di no, perch in essi si ritrovano tutti quei caratteri che secondo la nostra esperienza e le osservazioni dei pi insigni paleografi valgono a dimostrarne ed accertarne la piena loro autenticit. Al che  da aggiungere che i detti documenti concordano con le lettere di Galileo, con tutti i fatti della sua vita, con altri documenti che si scoprirono in altri luoghi ed in ispecie con quelli che si copiarono nei particolari registri del S. Offizio in Roma, sebbene non appartengano alla serie dei documenti contenuti nel volume del processo(12).
Le prove adunque non solo concordano, ma ve n'ha cumulo. E persino negli scritti inediti dell'Inchofer(13), di cui parleremo pi sotto, vi sono gli stessi concetti che egli espose nel 1633 nei pareri che mand al S. Offizio come teologo consultore.
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Due miei amici che tennero alto grado nel governo del 1848 in Roma mi fecero grazioso dono, ora sono parecchi anni, di taluni documenti Galileiani; tra i quali quello del decreto 16 giugno 1633, con cui  ordinato: che Galileo Galilei venga sottoposto a tortura ove egli la possa sostenere.
Tra cotesti documenti che furono trascritti nel 1848 da uno dei registri dell'archivio della Inquisizione, sul cui dosso leggevasi Decreta e quelli degli atti originali del volume da noi descritto, corrono semplici variazioni derivanti dal modo con cui si spediva la bisogna dal S. Offizio cio che ogni pratica ed ogni atto passava prima per le mani del commissario o giudice istruttore come ora si direbbe avanti di essere presentato alla Congregazione del S. Offizio composta dei cardinali e presieduta dal papa.
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Ciascun processo moveva per solito da una denunzia fatta a voce o per iscritto. Questa denunzia inserivasi per intiero negli atti del processo e cos pure tutta l'istruttoria fatta a seconda di essa. Questi atti stavano presso il commissario e per contro, presso la Congregazione tenevasi un semplice registro in cui notavansi le deliberazioni della Congregazione separatamente dagli atti del processo. Mentre si metteva ad esempio, per esteso negli atti del processo la denunzia, l'interrogatorio e le deposizioni del denunziante e dei testimoni, s'indicavano nei registri dei Decreti le semplici deliberazioni della Congregazione del S. Offizio le quali poi venivano riportate tra gli atti del processo con le variazioni di talune parole; e siccome in ciascuna tornata la Congregazione deliberava spesso sopra pi pratiche, cos nel registro dei decreti notavansi le varie deliberazioni.
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Al fine di agevolare la ricerca di tutte le deliberazioni che si riferivano ad una sola materia tenevansi rubricelle o registri indicativi i quali erano spesso di formato diverso da quelli che servivano per scrivere le deliberazioni della Congregazione. Ecco il perch noi abbiamo documenti processuali galileiani cavati dai registri dei decreti, dalle rubricelle e dal volume degli atti processuali(14). Ma come quest'ultimo  il solo che porga i documenti per esteso e che ce li porga tutti, cos  quello che ha pi importanza; diciamo che li porge tutti perch nei registri dei decreti venendo solamente inserite le risoluzioni della Congregazione mancano i pareri dei teologi consultori, gli interrogatori ed una parte degli atti della procedura.
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La perfetta consonanza dei documenti derivanti dai tre fonti sovracennati ravvalora sempre pi quanto affermammo intorno all'autenticit dei medesimi.
Insino ad ora tutti i documenti galileiani giudicati apocrifi (ad eccezione della lettera che trasse in errore il Tiraboschi) furono riconosciuti autentici e verissimi(15).
Autentica e verissima venne dimostrata da Gilberto Govi la lettera del padre Maraffi qualificata apocrifa dal padre Olivieri e dal suo editore bolognese. Con non minore sodezza di prove Cesare Guasti rivendic l'autenticit della relazione del Buonamici tacciata di apocrifa da Enrico Martin nel suo dotto libro intorno alla vita di Galileo Galilei(16).
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Medesimamente sono da riporsi tra i sincerissimi i documenti che il professore Gherardi ed Emilio Wohlwill giudicarono alterati(17).
Nel volume del processo non trovammo n l'abiura n la sentenza di condanna. L'una e l'altra stavano forse in registri a parte epperci o giacciono ancora nei disordinati archivi del S. Offizio, o andarono disperse con altri copiosi documenti.
Nel 1849 furono involati dagli archivi di Roma e massime da quelli dell'Inquisizione ben 77 volumi i quali furono comprati dal duca di Manchester e da esso rivenduti per 500 lire sterline al sig. Gibbings ministro protestante. Questi dopo essersene valso pei suoi studi e condottivi sopra tre suoi scritti, li cedette per uguale somma al collegio Trinity di Dublino (Trinity college Dublin). Secondo le informazioni del Gaidoz, i mentovati volumi contengono lettere di papi, registri di sentenze, abiure, atti processuali. Ignoriamo se l'originale dell'abiura e della sentenza di Galileo si trovi nelle sopradette carte. La stampa che noi ne diamo nell'Appendice al processo  tratta dalla sentenza manoscritta che conservasi nell'archivio del Santo in Padova, e che fu spedita a quell'inquisitore dal cardinale Onofrio Barberini in esecuzione delle risoluzioni della Congregazione del S. Offizio di cui esso Barberini era membro(18).
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Ommettiamo quegli altri documenti del processo Galileiano che gi videro la luce partitamente, sia perch nulla aggiungono a quelli contenuti nel volume del processo, sia perch qui intendiamo, come da principio dicemmo, di pubblicare quei soli che si trovano nell'autentico volume 1182 dell'archivio segreto del Vaticano(19).
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CAPITOLO 2.
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Sommario: Pubblicazione del Nunzio Sidereo. Opposizioni per parte dei peripatetici. Sospetti per parte dei teologi. Galileo viene in Roma nel marzo del 1611. Visita il Collegio Romano e parecchi Cardinali. Onorevoli accoglienze che esso riceve. Discorsi e conversazioni intorno al sistema Copernicano. Suo colloquio col Papa. Suo ritorno in Firenze.
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Veniamo ora a indicare con brevit ma con la massima precisione ed imparzialit che per noi si possa i fatti della vita di Galileo che chiariscono il principio e l'andamento del processo.
Dopo la stampa del Nunzio Sidereo che ebbe luogo nel 1610(20) si destarono vive opposizioni nei peripatetici contro le dottrine galileiane e cominciarono i teologi a guardarne con occhio sospetto le conseguenze.
Ma i primi contrariamente a quanto per consueto si afferma non gli diedero gravi travagli e non lo trassero davanti al tribunale del S. Offizio(21). Perci Galileo, badando pi ai teologi che non ai peripatetici, dimostravasi tutto desideroso di conoscere il parere che sul suo libro e sui suoi discoprimenti portavasi in Roma. Quindi  preso da rammarico come intende dal Cigoli(22) che i gesuiti gli sono contrari e si rallegra appena gli  riferito che il Clavio(23) pot esso pure scorgere col canocchiale i satelliti di Giove. E la sua gioia  cos schietta che ne d avviso con animo esultante al Castelli, al Sarpi, all'ambasciatore toscano in Praga e fa vedere ai gesuiti che stanno in Firenze e a quelli che son di passaggio i suoi pianeti(24).
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Intendendo a divulgare con gli scritti i suoi concetti pellegrini intorno alla costituzione dell'universo voleva ad ogni costo evitare che gliene facesse impedimento Roma od il Collegio Romano. Perocch ben sapeva che gli tornava od impossibile od oltremodo difficile esercitare l'ufficio di libero scrittore ove Roma gli fosse stata ostile(25). Belisario Vinta, segretario del Granduca, scriveva infatti che come in Roma venisse confermata e stabilita la verit delle speculazioni intorno ai pianeti medicei si potr dire chiarita tal costituzione a tutto il mondo e sar essa ricevuta dal consenso universale de' matematici et astrologi. L'assenso di Roma era di tanto momento per Galileo che egli era pronto a tutto affrontare per conseguirlo. In Roma si appuntava di continuo il suo sguardo, in Roma intratteneva studiosamente relazioni con cardinali, con monsignori, con prelati. E segno alle sue conquiste era il Collegio Romano, cos perch racchiudeva non pochi uomini versati nelle scienze, come perch costituiva una specie di tribunale teologico scientifico(26).
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Ecco la ragione per cui nel marzo 1611 venne in Roma, dove vi giunse il d 29 accompagnato da due servitori e con lettiga, ed a spese del Granduca. L'oratore toscano lo ospit, giusta gli ordini ricevuti da Firenze nel palazzo dell'Ambasciata(27).
Il domani della sua venuta visit il cardinale Del Monte con cui aveva strettissima dimestichezza; indi si rec subito al Collegio Romano, dove pi gli premeva di far toccar con mano la verit de' suoi discoprimenti.
Tra i cultori delle matematiche e dell'astronomia del Collegio teneva il primo posto il Clavio al quale attribuivano i gesuiti tutto il merito della riforma del Calendario Gregoriano, sebbene egli pi modesto ne desse la debita lode al Lillio che lo aveva divisato ed agli insigni geometri che con esso lui operarono per recarlo in atto.
Quantunque il Clavio avesse in grande conto i lavori del Copernico, non osava tuttavia staccarsi dalle opinioni ricevute. Quindi mentre pregiava l'ingegno del Galileo, accoglieva per con tanta riserva le novit del Nunzio, che taluni lo giudicavano a quelle ostile(28). La quale ritrosa, vuolsi pi che ad altro ascrivere all'et avanzatissima in cui gi si trovava quando il matematico di Pisa pubblic i suoi discoprimenti. Al Clavio seguiva il Griemberger suo discepolo e lettore nell'Universit, il quale era pure in voce di insigne matematico, sebbene i libri che di lui ci restano non siano che compendii o sunti delle voluminose opere del suo maestro. Attendevano col Clavio e col Griemberger all'osservatorio astronomico del Collegio Odo Malcotio che carteggiava col Keplero e con la maggior parte dei dotti del suo tempo, e Paolo Lembo noto per la sua diligenza nell'osservare(29).
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Intorno a questi uomini che si potevano dire i maggiori del Collegio, altri minori si raccoglievano e tra tutti formavano quel corpo di giudici o di censori di cui si dava tanto pensiero il Galileo e sul quale sovrastava il cardinale Bellarmino l'uomo che era in questo tempo in grandissima autorit dentro e fuori d'Italia(30).
Stavano i gesuiti leggendo tra le risa in quella che Galileo fu introdotto nel Collegio, l'insipido opuscolo del Sizzi(31). Quantunque le risa palesassero il poco conto che facevano di quel libro ed egli fosse ricevuto con maniere onorevoli e cortesi, non pertanto quel fatto l'offese. Nella visita seguente Galileo speriment il canocchiale e con loro confer intorno alla determinazione dei rivolgimenti dei satelliti di Giove.
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Fuori del Collegio noverava allora Galileo tra suoi amici, sostenitori e discepoli non pochi uomini di singolare momento come il Ricques, il Boccabella, Attilio Amalteo, monsignor Dini, lo Agucchia, il Querenghi, il Gallanzoni segretario del cardinale Bellarmino, i lincei col principe Cesi Federico loro capo, Luca Valerio valente geometra e sincero estimatore dell'ingegno e della dottrina di lui. Gli stavano poi quasi sempre a fianco due segnalati pittori ai quali egli era affezionatissimo e dai quali era vivamente amato il Cigoli ed il Passignano(32) eccellenti uomini per carattere, per ingegno e per amenit di vita e di conversazione. Come erano entrambi desiderosi di istruirsi nelle scienze e di conoscere le novit celesti, cos non solo facevano osservazioni col canocchiale, ma il Passignano disegnava con pazienza, fedelt e grazia le macchie solari. I loro discorsi versavano talvolta sull'arte della prospettiva, della pittura, della scultura come ne fanno fede talune lettere di Galileo al Cigoli, ed una tra le altre bellissima per pellegrinit di concetto e profondit di giudizio critico(33). Il gusto finissimo che aveva Galileo per tutte le arti belle, e le svariate sue cognizioni intorno alle medesime, lo facevano carissimo ai pittori, agli scultori ed ai poeti, la cui conversazione ei gradiva altrettanto quanto quella dei matematici. Onde pi che non nel superbo Collegio Romano amava egli passare le sue ore nella modesta stanza dei suoi amici il Cigoli ed il Passignano.
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Nel novero dei suoi benevoli sono da riporre i cardinali Orsini, Bandini, Conti, Farnese ed il Del Monte sopra nominato. E come Galileo teneva molto alla conoscenza dei Barberini, cos avanti di partire da Firenze si mun di una lettera di Michelangiolo Buonarroti che qu riferiamo perch inedita, e con la quale si introdusse nella casa Barberini.
"La venuta cost del signor Galileo Galilei mi porge occasione di fare riverenza a Vossignoria illustrissima e di darle le buone feste gi prossime. Il merito singolare della persona che far quest'uffizio per me mi potr far pi degno della sua benigna e consueta gratitudine(34)." E forse questa fu la prima volta che pose il piede nella casa di questa potente famiglia il cui nome dolorosamente si collega con la storia delle afflizioni che esso ebbe di poi a provare.
Per le accennate relazioni e per la fama divulgatasi delle sue scoperte era in Roma un gran parlare di lui, delle novit che si vedevano col canocchiale e del suo maraviglioso ingegno. E se vogliamo avere idea come potesse essere gradito e ricerco, giova figurarselo nell'et di 47 anni pieno di vigoria, con lo sguardo profondo, coll'ampia fronte, col volto severo, bello di persona, di maniere nobilissime, con parlare chiaro, elegante, piacevole e quando occorreva immaginoso e vivace. Le lettere del tempo ne fanno grandi encomi(35).
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Cardinali, patriz ed altre autorevoli persone gareggiavano per averlo in casa e per udirlo a ragionare. Il cardinale Farnese non solo gli fu larghissimo di ogni sorta d'onorevoli accoglienze; ma lo banchett dapprima in Roma e poscia lo invit nel suo sontuoso palazzo di Caprarola feudo della famiglia.
Una eletta d'uomini dotti o qualificati per cariche raccoglievasi presso il cardinale Bandini nel palazzo del Quirinale. Negli orti di questo palazzo dai quali si signoreggia tutta una parte della citt di Roma e di dove lo sguardo s'estende per un vasto orizonte, faceva Galileo vedere nelle belle sere di aprile col suo canocchiale i satelliti di Giove e ragionava dei suoi discoprimenti(36). Sembra che a cotesti convegni intervenissero eziandio taluni padri del Collegio Romano, e forse di giorno in questi stessi ed in altri luoghi, fece pure osservare le macchie solari. Le pi affettuose dimostrazioni di stima e d'amicizia gli furono date dal giovane presidente dei Lincei, Federico Cesi. I contemporanei favellano con ammirazione del sontuoso pranzo con cui questi lo festeggi nella sua villa di Malvasia, posta sulla sommit del Gianicolo poco lunge dalla porta di S. Pancrazio. Vi erano presenti le pi segnalate persone di Roma. Narra il Sirturo ed altri che vi intervennero che in fine del pranzo avendo Galileo appuntato il canocchiale su S. Giovanni in Laterano i convitati lessero l'iscrizione che  in sul portico, non ostante l'intervallo di tre miglia, e di poi rivolgendo il canocchiale al cielo scorsero con loro gusto i compagni di Giove con altre meraviglie celesti. In questa occasione Galileo per appagare la curiosit dei convitati, smont il canocchiale e lasci che ciascuno a suo piacimento osservasse la costruzione delle lenti e ne pigliasse la misura(37).
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Come nei pranzi, cos nelle conversazioni ragionava il Galileo sopra argomenti di svariata natura. Cesare Lagalla, il marchese Federico Cesi, Giovanni Demisiano, uomo di vasta dottrina, Giovanni Clemente solerte investigatore delle cose naturali convenivano di notte presso l'Oratore Toscano dove Galileo abitava per spiare col canocchiale Venere ed il tricorporeo Saturno. Una sera che le nubi toglievano loro di contemplare le stelle, si cominci come costumasi tra uomini dotti, a disputare intorno alla luce. Galileo disse al Lagalla che si sarebbe lasciato volontieri chiudere in un tetro carcere e vi sarebbe lungamente rimasto a pane ed acqua se uscendo di l gli fosse stato concesso d'intenderne la natura. Dignam certe quidem viro philosopho sententiam esclama Lagalla(38) e degna certamente di un uomo che cinque lustri dopo diceva al Liceti che da quarant'anni andava meditando intorno a quel misterioso fenomeno.
Di questa e di altre conversazioni ci  data notizia nei documenti contemporanei che si riferiscono al soggiorno che il nostro matematico fece in quest'anno (1611) nella citt eterna.
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Il giovane marchese Cesi scriveva infatti, tutto esultante allo Stelluti in Fabriano che ogni serena sera vedeva (con Galileo) le cose nuove del cielo, officio veramente da linceo, Giove co' suoi quattro satelliti ed i loro periodi, la luna montuosa, cavernosa, sinuosa e Venere cornuta ed il triplice Saturno per cui conchiudeva co' suoi amici filosofi che il cielo era flussile e non differente dall'aere(39). Ed accadeva talvolta che Galileo dovesse disputare con astrologi e rispondere col sarcasmo e con motti umoristici alle loro opposizioni(40).
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Il tanto parlare che facevasi nei pranzi e nelle conversazioni dei quattro satelliti, della Luna, delle fasi di Venere, di Saturno, e le conseguenze che se ne traevano ora sotto forma di ipotesi, ora sotto forma di giudizio affermativo in favore del sistema copernicano e della nuova costituzione dell'universo, chiamarono l'attenzione sopra i discoprimenti galileiani. Sotto il 19 aprile 1611 il cardinale Bellarmino chiese con lettera ai reverendi padri del Collegio Romano se avevano notizia delle nuove osservazioni celesti che un valente matematico aveva fatto per mezzo d'un istrumento chiamato cannone, ovvero occhiale col quale esso Bellarmino aveva pure visto alcune cose molto meravigliose intorno alla Luna ed a Venere. Il Clavio, il Griemberger, l'Oddo Malcotio e Paolo Lembo risposero collegialmente sotto il 24 aprile che erano vere tutte le novit celesti alle quali alludeva la lettera.
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Nella dimanda come nella risposta non appariva il nome di Galileo. Quantunque ignoriamo per qual ragione il Bellarmino facesse quella dimanda crediamo tuttavia di non allontanarci dal vero affermando che la risposta chiesta con solennit per iscritto doveva servire non solo per informazione sua propria, ma anche per i suoi colleghi dell'inquisizione. Questa domanda per e la rispettiva risposta costituiscono il primo intervento della parte teologica nella decisione delle quistioni che dalla nuova astronomia venivano recate innanzi. Quindi ci sembra che cotesto fatto voglia essere riguardato come uno dei pi importanti che siano seguiti nel soggiorno che il Galileo fece nell'anno 1611 nella citt eterna(41).
Non s tosto fu conosciuta quella risposta che gli amici di Galileo reputandola, come era, favorevole alle nuove scoperte la divulgarono prima con voce sommessa poi apertamente, tanto che l'Antonini da Bruxelles scriveva al Galileo che aveva sentito con molto gusto che avesse attirato gli stimati ingegni del Collegio Romano al sistema copernicano(42).
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Gli amici di Galileo esultavano credendo che il suggello dell'Ortodossia fosse apposto al Nunzio Sidereo e che d'ora in poi si potesse liberamente discutere intorno alle scoperte che in quello contenevansi ed intorno alle altre quistioni che alle medesime si collegavano. Il Dini significava a Cosimo Sassetti che i gesuiti erano grandi amici di Galileo. L'Oratore Toscano in Roma partecipando esso pure al giudizio dei pi present add 22 Galileo al Papa, il quale lo accolse con molta cortesia e non comport che dicesse una parola in ginocchio(43).
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Confortato da cotesti fatti e presa occasione dalle opposizioni che alcuni frati di Perugia movevano ai suoi discoprimenti, scrisse Galileo una lettera a monsignor Dini nella quale non solo confuta con stile nervoso lucidissimo, con logica rigorosa con motti sarcastici la fallacia delle argomentazioni degli avversari, ma mette in chiarissima luce i princip della critica applicata allo studio delle discipline naturali.
"Le cose sono assai tempo prima che noi cominciamo a scoprirle ed intenderle. Ed il nostro intendere non  cagione della loro esistenza, poich se ci fosse bisognerebbe o che le medesime cose fossero ed insieme non fossero (fossero per quelli che le intendono, o non fossero per quelli che non le intendono) o che l'intendere di pochi ed anche di un solo bastasse per farle essere(44)."
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Tanta fama si procur in questo suo breve soggiorno che il cardinale Del Monte lo accompagn nel ritorno con una lettera al Gran Duca nella quale levandolo a cielo diceva che se Galileo fosse vissuto in Grecia gli si sarebbe innalzata, in segno d'onore e di gratitudine, una statua. Degno giudizio del fratello del valente matematico Guidobaldo, che am come figliuolo Galileo e gli fu largo di conforti e di protezione(45). Continuando come al suo solito nel lavoro, Galileo condusse quasi a compimento nel suo soggiorno in Roma i calcoli intorno alla determinazione dei rivolgimenti dei satelliti di Giove. Ripart da Roma add 4 giugno 1611, cio dopo tre mesi di dimora(46) con la certezza di avere fatto opera giovevole al trionfo ed al divulgamento della nuova astronomia.
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Mentre le cose narrate seguivano, il tribunale del S. Offizio in Roma ad insaputa di lui domandava a quello di Padova se nel processo in corso di Cesare Cremonini vi fosse qualche fatto od accenno che a Galileo si riferisse(47). Ignoriamo se cotesta dimanda si collegasse con quella test rammentata del Bellarmino o se supponevasi in Roma come corse anche voce in Firenze, che Galileo professasse opinioni filosofiche contrarie alle dottrine della chiesa(48). Il processo del Cremonini versava infatti unicamente intorno a materie di filosofia(49).
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CAPITOLO 3.
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Sommario: Rumori dei teologi di Firenze contro Galileo - Lettera di Galileo a Benedetto Castelli, 21 dicembre 1613 - Invettiva contro Galileo, fatta da Tommaso Caccini, frate Domenicano - Galileo  denunziato al tribunale del S. Offizio in Roma dal frate Niccola Lorini - Giudizio del teologo Consultore intorno alla lettera indirizzata al padre Castelli - Deposizione del Caccini - Deposizioni del padre Ximenes e del piovano Attavanti presso il S. Offizio di Firenze.
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Reduce dal viaggio di Roma e pieno di fiducia nel futuro trionfo del sistema copernicano vivevasi Galileo quieto in Firenze attendendo a lavori di varia natura nell'amena solitudine di Bellosguardo. La parte teologica per cominciava a rumoreggiare, come ne fanno fede oltre le lettere sue e quelle degli amici(50), i discorsi che tenevansi dall'arcivescovo di Firenze Monsignore Marzi Medici, dal Vescovo di Fiesole Monsignor Gherardini e da Monsignor d'Elci Rettore nella Universit di Pisa. Galileo taceva o vendicavasi con taluno dei motti vivaci ed umoristici con cui era solito rallegrare i molti amici che lo visitavano. Venendogli un giorno riferito da Niccol Arrighetti che in Corte ed in ispecie dalla G. Duchessa madre Cristina di Lorena e dall'arciduchessa Maddalena di Austria era stata promossa quistione intorno al miracolo di Giosu ed alla mobilit della terra e che Benedetto Castelli aveva ragionato con soddisfazione delle loro Altezze, Galileo prese la penna e scrisse sotto il d 21 Dicembre 1613 al suo discepolo una delle pi belle lettere che conosciamo. In essa Galileo discorre con pi precisione, efficacia di stile ed ampiezza di concetti che prima non fosse stato fatto dal Keplero, dal Foscarini, dal Campanella, intorno al portare le Sacre Scritture in dispute di scienze naturali. Egli con ragioni alle quali, nulla si potrebbe oggi ancora aggiungere, sostiene nettamente non solo la convenienza, ma la necessit di separare la scienza dalla religione, e di dare nelle dispute il primo luogo non gi alle parole della Scrittura, ma alle osservazioni ed alle dimostrazioni. Questa lettera fa con quella che indirizz pi tardi a Cristina di Lorena uno scritto solo che a nostro avviso vince in novit, in altezza, e in vastit di dottrina, il discorso sul metodo di Cartesio(51). In essa sono esposti ed applicati con ordine e chiarezza meravigliosa i principii su cui fondasi la critica moderna.
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Ma, mentre travagliavasi intorno a questi ed altri suoi lavori, di massimo momento, ecco che incomincia per opera provocatrice altrui, il periodo della sua vita tristissima e delle persecuzioni le quali poi impedirono che tanti suoi scritti venissero a compimento e tanti suoi pellegrini pensamenti vedessero la luce(52).
Tommaso Caccini frate Domenicano, autore di poco conto(53) non ostante che sia stato insignito di varii onori nel suo ordine predicando nella Chiesa di S. Maria Novella la quarta domenica dell'Avvento del 1614 sul miracolo di Giosu in favore del moto del Sole e contro il moto della terra, giunto ad un certo punto grid: Viri Galilaei quid statis aspicientes in caelum? La quale sciocca e sconveniente esclamazione aggiunta alle replicate invettive dallo stesso oratore introdotte in altri discorsi contro i matematici e la matematica, dispiacquero grandemente a Galileo, il quale non ne fece per grave risentimento coi Superiori dell'Ordine, conformandosi al parere del Principe Cesi, che lo esortava a continuare i suoi lavori scientifici senza darsi cura delle arringhe dei monaci peripatetici(54). In quella che queste cose accadevano, altro frate Domenicano, il Padre Nicola Lorini, scrittore esso pure di pochissimo merito(55), o per consiglio altrui o per atto spontaneo denunzi sotto il d 7 febbraio, al Cardinale Mellini che aveva il sigillo della Congregatione del S. Offizio, la lettera del Galileo al padre Castelli, dicendo che in essa si contenevano: proposizioni che paiono sospette e temerarie; che si difendevano opinioni apparenti in tutto contrarie alle Sacre Scritture, che Galileo ed i suoi discepoli dichiaravano le Sacre Scritture a lor modo, che favellavano poco amorevolmente de' padri e di S. Tommaso, che calpestavano tutta la filosofia d'Aristotele, della quale tanto si serve la teologia scolastica, concludendo tuttavia che i Galileisti sono uomini da bene e buoni cristiani.
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Galileo che ebbe subito di ci confusa contezza scrisse a Monsignor Dini sette giorni dopo (16 febbraio) che taluni padri Domenicani erano venuti a Roma per fare qualche altro tentativo (oltre le prediche) valendosi della copia di una sua lettera a Benedetto Castelli; ma siccome sospettava che chi la trascrisse inavvertentemente mutata avesse qualche parola, perci gli significava che mandava ad esso Dini, un esemplare esatto pregandolo di volerlo leggere col padre Griemberger gesuita, di farlo pervenire al Card. Bellarmino ed a quanti pi poteva, nel caso, che il negozio fosse portato nel S. Offizio(56). Aggiungeva che mosso dalle concitazioni dei frati essendosi fatto a considerare nuovamente le cose scritte, currenti calamo al Castelli ed a vedere qual cosa di pi scritta in simil materia, rest vieppi persuaso della verit di quello che disse. Tutti gli scrittori concordano nel mostrare: "Con quanta circospezione bisogni andare intorno a quelle cognizioni naturali, che non sono DE FIDE, alle quali possono arrivare le esperienze e le dimostrazioni necessarie; e quanto perniciosa cosa sarebbe l'asserire come dottrina risoluta nelle Sacre Scritture alcuna proposizione, della quale una volta si potesse avere dimostrazione in contrario(57). Le medesime massime si leggono scritte di suo pugno, venti anni dopo qua e l nei copiosi suoi manoscritti: Pro articulo fidei debet sumi ea quae nullis rationibus nullis experientiis reprobari aut confirmari possunt; at sicuti erroneum posset sub articulo fidei negare Americam aut antipodes(58)...
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La copia della lettera denunziata dal Lorini fu dal Card. Millini trasmessa ai Consultori del S. Offizio. Desiderando esso poi accertarsi che fosse genuina, ordin sotto il d 26 febbraio 1615, si scrivesse all'Arcivescovo ed all'Inquisitore di Pisa per avere l'originale. L'uno e l'altro risposero prontamente che ne farebbero ricerca e l'arcivescovo add 8 marzo informava il Card. Millini che essendo stato il Castelli a fargli visita il giorno 25 febbraio ed essendo il discorso caduto intorno al Galileo egli lo richiese della mentovata lettera e ne ebbe per risposta che sebbene l'avesse gi restituita, nondimeno si sarebbe mandato per essa e dategliela. L'Arcivescovo rallegravasi seco stesso dell'accorgimento col quale aveva condotto il suo colloquio. Il buon Castelli, che sapeva nulla di nulla, ridomand al suo maestro la lettera. Ma questi che vide ben tosto dove il colpo batteva, si govern per modo che la lettera originale pi non usc dalle sue mani. E difatti, questa non si trova negli atti del processo, e l'Arcivescovo non ostante i suoi poco degni accorgimenti, dovette rescrivere con le mani vuote al S. Offizio.
Intanto il Qualificatore al cui esame era stata sottoposta la copia mandata dal Lorini, rifer nel giorno stesso in cui l'aveva ricevuta che nella medesima vi erano da notare talune frasi e talune parole improprie, le quali sebbene a prima giunta suonino male, si possono tuttavia interpretare in buon senso e non sono tali per cui si abbia a dire che l'autore esca dai confini del linguaggio cattolico(59).
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Cotesto documento ommesso dall'pinois  da se solo valevole a dimostrare quanto sia erroneo il sistema col quale parecchi scrittori specialmente nei nostri tempi cercarono provare che Galileo fu condannato non gi perch propugnasse il movimento della terra, ma perch intendea interpretare le Sacre Carte e far obbligo alla Chiesa di riconoscere e proclamare come dogma, la dottrina copernicana(60). Questo sistema contrario ai fatti,  sostenuto cos dai teologi volgari, come da non pochi di quei uomini che credono che la storia debba servire a intendimenti pii o ad opinioni di parte anche quando ci torna a aperta offesa del vero. Ci sembra che l'addotto documento debba finalmente toglier di mezzo ogni dubbia interpretazione(61).
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In questa lettera Galileo che certo non pensava che essa sarebbe stata portata avanti al Sant'Offizio, rispondeva come abbiamo gi detto alle opposizioni che si facevano notando che gli effetti naturali che, o sensata esperienza ci pone avanti gli occhi, o per necessarie dimostrazioni si concludono, non hanno in senso alcuno ad essere revocati in dubbio per luoghi della Sacra Scrittura. La natura  inesorabile ed immutabile, e nulla curante che le sue recondite ragioni e modi di operare sieno o non sieno esposti alla capacit degli uomini. Gli effetti della natura sono legati ad un solo senso e non si possono interpretare in pi modi. Io crederei, egli dice, che l'autorit delle sacre lettere ha in mira di persuadere agli uomini quelli articoli e quelle proposizioni che sono necessarie per la salute loro, e che superando ogni umano discorso, non potevano per altra scienza, n per altro mezzo farsi credibili che per la bocca dello stesso Spirito Santo. Ma che quel medesimo Dio che ci ha dotati di sensi, di discorso, d'intelletto, abbia voluto posponendo l'uso di questi darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire, non penso che sia necessario il crederlo(62).
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A questi argomenti principali, per non lasciare senza risposta gli opponenti, egli aggiungeva subordinatamente che le verit naturali e le rivelate procedevano dallo stesso Dio e che quindi non vi poteva essere contraddizione o repugnanza tra le une e le altre, e che a ben intendere il miracolo di Giosu al quale sempre si riferivano gli opponenti, non faceva impedimento la dottrina intorno alla mobilit della terra. Ma come il Consultore del S. Offizio non iscorgeva nella mentovata lettera dottrine contrarie ai canoni ricevuti dalla Chiesa, perci non furono n il Galileo, n il Castelli interrogati intorno a quella ed il Tribunale procedette oltre, senza farla soggetto di deliberazione.
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Essendo in questo tempo giunto in Roma il Caccini, ed avendo informato il Cardinale Aracoeli, de' fatti accaduti nel convento di S. Maria Nuova in Firenze, questi lo esort a presentarsi al Tribunale del S. Offizio; il che egli fece sotto il d 20 marzo e depose che, tolse occasione dal miracolo di Giosu per censurare l'opinione di Copernico difesa ed insegnata in Firenze da Galileo essendo la medesima incompatibile con la Fede e repugnante a molti testi delle Sacre Scritture dichiarati letteralmente dai Santi Padri, ed alle prescrizioni de' Concilii lateranense e tridentino le quali vietano che si dia alle medesime altro senso.
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Soggiunge indi che i discepoli di Galileo, ai quali suonarono male queste sue parole, andarono da un predicatore del Duomo, e lo invitarono a predicare contro. Che egli come ci seppe si rivolse al padre Inquisitore di Firenze, perch vi ponesse freno, segnalando per obbligo di coscienza al detto padre che fra Ferdinando Ximenes Reggente di Santa Maria Novella, aveva udito da certo Attavanti che Galileo ed i suoi discepoli professavano che Iddio non  altrimenti sustanza, ma accidente, che  sensitivo, perch in lui sono sensi divinali, che i miracoli che si dicono fatti dai Santi non sono veri miracoli. Concluse in fine che fra Niccola Lorini gli mostr la copia di una lettera di Galileo Galilei a fra Benedetto Castelli, nella quale gli  parso non contenersi buona dottrina in materia di teologia e che sapeva che Galileo era in intima famigliarit con fra Paolo Sarpi; che era aggregato ad un'accademia che ha per titolo i Lincei, e che carteggiava con i tedeschi come si vede nel suo libro delle macchie solari(63).
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Avendo il Caccini in questa deposizione invocata la testimonianza dello Ximenes e dell'Attavanti, il S. Offizio di Roma sotto il d 3 aprile 1615 trasmise copia della detta deposizione al padre Francesco Cornaro Inquisitore di Firenze, ordinandogli di interrogare i testimoni sovraccennati. Il Cornaro risponde prontamente sotto il d 13 aprile, che eseguir gli ordini come prima potr avere, i detti testimoni de' quali alcuni sono ora occupati nelle predicationi quadragesimali.
Sotto l'undici maggio poi rescrisse al Cardinale Millini, che Ximenes era partito da Firenze nel fine del marzo; cio quattro o cinque giorni avanti che giungessero le lettere di Roma. Da questa seconda lettera, pare che l'Inquisitore di Firenze non affrettasse di soverchio la pratica e non mostrasse di credere pienamente a tutte le accuse che si trovavano nella deposizione del Caccini. "Non mi  parso (dice) di cominciare l'esamina delle persone nominate nella denunzia del padre Francesco Tommaso Caccini, del medesimo ordine contro Galileo Galilei, come gi scrissi a Vossignoria Illuma e Reverendissima; ma di aspettare et vedere prima le depositioni di detto Ximenes, intorno alle tre proposizioni che si pretendono asserte dalli discepoli di detto Galileo che  il fondamento di quanto si possa pretendere contro Galileo et che solo ha bisogno di prova(64)."
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Il S. Offizio di Roma avuto notizia che il Ximenes era in Milano, scrisse al padre Scaglia inquisitore di quella citt, perch lo esaminasse prontamente(65). Lo Scaglia risponde sotto il d 24 giugno, che il Ximenes era in Bologna e che al suo ritorno l'avrebbe esaminato. Ma il Ximenes essendo ritornato in Firenze e non in Milano, come confidava il padre Scaglia, venne nuovo ordine da Roma all'Inquisitore in Firenze sotto il d 4 novembre. Nel d 13 il Ximenes depone che non ha mai visto Galileo; e che solo ha udito alcuni suoi discepoli dire, che la terra si move e il Cielo  immobile; e che Iddio  accidente e che non si d sostanza delle cose n quantit continua; ma che ogni cosa  quantit discreta composta da vacui; che Iddio  sensitivo de atributo, che ride, che piange ecc. e che tutte queste cose le ud da Gianozzo Attavanti Piovano di Castel-Fiorentino. Da queste ed altre parole che si leggono nella deposizione del Ximenes si comprende facilmente ch'egli poco o nulla capiva di quello che affermava, cos intorno alle supposte dottrine metafisiche attribuite a Galileo, come intorno alla dottrina Copernicana(66).
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Il d dopo, essendo comparso davanti allo stesso Inquisitore il Piovano Attavanti, questi disse recisamente che non aveva mai udito da Galileo, o dai suoi discepoli le proposizioni metafisiche sovraccennate, od altre repugnanti alle Sacre Scritture; aggiunse che non fu suo scolare; ma che tratt seco di lettere come faceva ordinariamente con quelli che sono letterati e che nel mese di luglio o d'agosto del 1613 ragionando col padre Ximenes, nella sua Camera (dove veniva per leggere con esso i casi di coscienza) intorno al moto del Sole, vi venne il Caccini e afferm: che era una propositione heretica a dire che il Sole stesse fermo, et non si muovesse fuori del suo centro, secondo l'opinione di Copernico et che voleva predicarla in pulpito come segu.
Da questa deposizione dell'Attavanti si raccoglie che il Caccini dichiar eretica l'opinione del Copernico non solo prima che avesse notizia della lettera di Galileo al padre Castelli, ma ancora prima che fosse scritta. E dalla deposizione stessa del Caccini ricavasi che esso quando fece la predica nella quale apostrof Galileo non aveva ancora contezza della medesima(67).
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Il Caccini, il Ximenes e l'Attavanti, avendo nelle loro deposizioni, rammentato il libro delle macchie solari, che si era pubblicato in Roma, insino dal 1613 coi tipi del Mascardi come abbiamo gi detto, fu risoluto nel Santo Offizio add 25 novembre 1615, di vedere le lettere di Galileo col titolo delle macchie solari. Da cotesto libro nel quale, non incontrasi una sola frase che si riferisca all'interpretazione delle Sacre Scritture, i Consultori caveranno le celebri proposizioni che faranno soggetto di condanna(68).
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CAPITOLO 4.
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Sommario: Galileo viene in Roma -  ospitato nella Villa de' Medici - Carattere dell'ambasciatore Toscano Pietro Guicciardini - Il Querengo e le conversazioni di Galileo in Roma - Condanna add 24 febbraio della dottrina del moto della terra - Ammonizione fatta a Galileo nel palazzo del Cardinale Bellarmino - Decreto del 5 marzo 1616 della Congregazione dell'Indice - Giudizio intorno al processo.
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Quantunque Galileo non avesse compiuta notizia di quello che operavasi nel S. Offizio sapeva tuttavia confusamente che si era introdotto procedimento contro la dottrina della mobilit della terra e che esso era pure in qualche modo in causa, la qual cosa lo amareggiava assai.
A ragione temeva che ove Roma si fosse chiarita contro, egli si sarebbe trovato in cattivissimi termini presso la Corte Toscana ed avrebbe dovuto o renunziare al disegno che gli stava tanto a cuore di scrivere intorno alla costituzione del mondo o partirsene di Firenze ritornando a Padova o andarsene in Germania. Ritornare in Padova non parevagli conveniente; ch avrebbe dovuto lasciare la madre, le figliuole, i parenti i quali aveano bisogno di esser sovvenuti. Nella Germania nulla avrebbe potuto fare. Ch il Keplero menava vita stentata e grama e la Corte di Praga era al medesimo assai meno larga di quello che a lui fosse la Corte di Firenze. Ben pesate le diverse ragioni non gli restava che riprendere la via di Roma e tentare se era fattibile di vincere con la persuasione la parte teologica e di rimuovere e dissipare le nubi che si andavano addensando intorno al suo capo. Fu questo il partito al quale si appigli non costretto come opinarono alcuni(69) dalle intimazioni del S. Offizio ma spontaneamente e contro l'avviso di taluni suoi amici.
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Bench venisse questa volta in Roma non cos lieto come nel 1611 pure non teneva per disperato il suo negozio. Ch aveva tuttavia quivi amici sinceri e pronti a favoreggiarlo in tutti i modi e taluni cardinali che se non piegavano affatto alla dottrina della mobilit della terra si dimostravano per assai benevoli verso la sua persona.
Egli poi pi che in altro confidava nella efficacia e nella saldezza delle ragioni che a presidio e trionfo della verit avrebbe recato innanzi con la sua consueta chiarezza e con l'accento della convinzione. Portava in fine fede che l'esame avrebbe dileguato i dubbii, appianate le difficolt, messo in chiaro ogni cosa(70).
"Io non so altro che esclamare che si esamini la dottrina di Copernico e si ponderino le sue ragioni da persone cattolicissime, che si riscontrino le sue proposizioni con l'esperienze sensate ed in somma che non si danni se prima non si trova falso, se  vero che una proposizione non possa esser vera ed erronea." E non gli pareva che in Roma si sarebbe sentenziato un libro scritto da un uomo non pur cattolico, ma religioso canonico, stampato a richiesta di Niccol Schombergio cardinale capuano e dedicato a Paolo III(71). E medesimamente che in Roma non si sarebbe creduto come aveva mostrato di credere monsignor Gherardini vescovo di Fiesole che la dottrina della mobilit della terra fosse di un fiorentino vivo e non di un tedesco morto da settanta anni(72).
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Rappresentava come ambasciatore la Toscana in Roma Pietro Guicciardini persona che non potendo patire il Galileo e non sapendo apprezzare l'altezza dei suoi convincimenti fu cagione degli erronei giudizii che indi si divulgarono intorno alla sua indole ed al contegno da esso tenuto in questa occasione(73).
Anzi come succede, il pi dei biografi copiandosi vicendevolmente diedero per certi e positivi molti fatti dubbii e taluni inesattissimi come apparisce dall'imparziale racconto. Contribu ad accrescere l'avversione del Guicciardini per Galileo l'obbligo che gli fu fatto dal governo di ospitarlo nella bella villa della Trinit dei Monti dove ora ha sede l'Accademia francese di belle arti e dove esso Guicciardini alloggiava.
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Al che Galileo grandemente teneva non solo per ragione di sua strettezza ma anche perch l'ospitalit del Gran Duca gli tornava a credito e gli dava comodit di trattare con le persone le pi autorevoli. E come teme sempre che in Firenze ceda ai mali suggerimenti del Guicciardini, perci in tutte le sue lettere al segretario del Gran Duca prega e riprega che lo si tratti in modo che non si dica che egli  caduto in disgrazia del suo governo(74).
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Come prima fu giunto in Roma ben tosto si avvide che il negozio era pi grave di quello che si immaginava; perci scriveva subito al Picchena che "l'esito del negozio mostrer con l'effetto stesso quanto io ragionevolmente abbia presa questa risoluzione(75)." E siccome sapeva che il Guicciardini non desiderava che egli fosse venuto in Roma, perci mentre dice che la sua venuta  stata laudata da tutti i prelati ai quali  stato a far riverenza e dagli amici che desiderano il mantenimento della sua reputazione fu per molesta a qualcuno (al Guicciardini) il quale l'avrebbe veduto volentieri in travagli "e che forse con mente simulata non la lauder e per avventura quando avesse potuto l'avrebbe impedita(76)."
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Non tenendo per disperato il negozio anzi confidando sempre in se stesso e nella bont della sua causa intervenne da principio in parecchie conversazioni.
"Abbiamo qui, scrive monsignor Querenghi al cardinale Alessandro d'Este, Galileo che spesso in ragunanze d'uomini d'intelletto curioso fa discorsi stupendi intorno all'opinione del Copernico, da lui creduta per vera."
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Poi dopo alcuni frizzi e sarcasmi i quali dimostrano che n esso n il cardinale vi aggiustavano fede soggiunge: "che se il cardinale fosse in Roma avrebbe gran gusto a udire discorrere Galileo, come fa spesso in mezzo di quindici o venti, che gli danno assalti crudeli quando in una casa e quando in un'altra. Ma egli sta fortificato in maniera, che si ride di tutti(77): e sebbene non persuade la novit della sua opinione, convince almeno di vanit la maggior parte degli argomenti, coi quali gli oppugnatori cercano di atterrarlo. Luned in particolare, in casa del signor Federico Ghislieri, fece prove meravigliose: e quel che mi piacque in estremo fu, che prima di rispondere alle ragioni contrarie, le amplificava e rinforzava con nuovi fondamenti d'apparenza grandissima per far poi nel rovinarle pi ridicoli gli avversarii(78):"
Pi che a difendere nelle conversazioni l'opinione copernicana ei mirava a farla comprendere ai personaggi pi eminenti di Roma. E quindi non risparmiava visite, scritti, o discorsi che potessero in questa parte tornargli di qualche utilit(79) palesandosi francamente copernicano come gi quattro anni prima aveva fatto con Maffeo Barberini poi Urbano Ottavo in una lettera(80) scrittagli quando era legato in Bologna e come pure si era palesato nel libro delle macchie solari, il quale appunto stava nel decembre del 1615 sotto l'esame dei Qualificatori.
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Vedendo che il S. Offizio non lo chiamava a comparire egli credeva che la sua persona non corresse pericoli perci add 26 dicembre 1615 scrive al Picchena che per ci che spetta al suo individuo particolare non vede scaturire difficolt fuori della sua aspettazione; gravissime ne incontrava nel generale ossia nella difesa della dottrina copernicana; ed erano veramente gravissime:
"Continuamente mi si vanno scoprendo intoppi, tuttavia altrettanti se ne vanno superando n mi spavento punto delle tempeste le quali col tempo e con la sofferenza e prima con l'aiuto divino superer tutto(81)."
Egli sente altamente di s e pi altamente ancora della scienza e della verit di cui si fa sostenitore.
Le macchinazioni de' miei nemici (8 gennaio 1616) sono molte, io spero di farne onorata vendetta e confonderli in modo da avere poi un po' di tranquillit nell'avvenire, ma pur troppo che questa tranquillit pi non consol il suo animo.
Temendo che le voci che facevano correre i suoi nemici, potessero indurre il Granduca a richiamarlo scrive pregando che gli bisognano almeno tante settimane per giustificarsi e fare intendere la verit quanti mesi hanno spesi i nemici per fare penetrare le calunnie. Commove l'anima lo udirlo supplicare per essere rassicurato che il Gran Duca(82) non lo obbligher a partire prima che abbia potuto vendicare s e Copernico dalle calunnie. "Dal Signore Iddio sar premiato di avere favorito una causa giusta e degna di essere protetta dai buoni e giusti."
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Nulla  tanto notevole quanto la prudenza con cui si comporta e l'accorgimento con cui si vale ora degli amici ora di terze persone autorevolissime per raggiungere il suo nobile fine. Conferisce con i cardinali Bellarmino, Aracoeli, Bonzi Ascoli(83) ed interpone i buoni ufficii del cardinale del Monte e del cardinale Orsini(84) al quale manda la sua teoria del flusso e riflusso del mare fondata erroneamente sul movimento della terra(85).
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Giovasi dei lincei ed interviene add 26 gennaio 1616 ad un'adunanza nella quale pare che non si discorresse del moto della terra.
Accetta perfino un abboccamento col suo accusatore il padre Caccini il quale resta con lui quattro e pi ore e si offre pronto ad ogni soddisfazione. Ora confida ed ora dispera esclamando che non pu vincere perch i suoi nemici sono l'ignoranza, l'invidia e l'empiet. Ma tanto esso quanto i suoi amici non ben conoscono in qual punto sia il negozio nel Santo Offizio, epperci vanno un po' tutti a tentone. Si astiene quindi dal divulgare la lettera alla Gran Duchessa vedova Cristina di Lorena. E che la cosa sia stata cos lo ricaviamo da ci che questa lettera non  ricordata negli atti processuali(86).
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Avanti il d 19 febbraio 1616 i consultori riferiscono che nelle lettere sulle macchie solari vi  da censurare la seguente proposizione di cui add 19 del medesimo mese si d notizia a ciascuno dei membri del Sant'Offizio: propositio censuranda che il sole sia centro del mondo et per conseguenza immobile di moto locale; che la terra non  centro del mondo n immobile ma si move secondo se tutta etiam di moto diurno.
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Sotto il 23 febbraio in giorno di marted si radun all'ora decimaquarta e mezza la congregazione dei consultori, e l'indomani cio il 24 i membri congregati rispondono unanimi che le due proposizioni in cui si parte la proposizione sovracennata. sono assurde, heretiche, e contrarie alle Sacre Scritture. Il giudizio dei consultori venne pure ad unanimit confermato dalla congregatione dei cardinali sopra il S. Offizio(87).
Non si censur cos da questa come dall'adunanza dei consultori del tribunale del S. Offizio, nissuna opinione teologica di Galileo. Le proposizioni censurate si tolsero da un libro in cui n direttamente, n indirettamente ragionavasi di Sacra Scrittura o di Santi Padri. La proibizione  concepita in termini assoluti(88).
La qualifica di assurda in filosofia equivale alla dichiarazione di assurda nella scienza perch la scienza chiamavasi allora appunto filosofia. Tutti gli atti processuali dimostrano adunque che la dottrina copernicana fu dichiarata in se stessa assurda e quindi anche eretica per rispetto alle Sacre Scritture.
Il d 25 febbraio il cardinale Millini notific al reverendo padre assessore ed al padre Commissario presso il S. Offizio che riferita la censura dei teologi ad propositiones Galilei, il pontefice ordin che il cardinale Bellarmino chiami a s il sopradetto Galileo e lo ammonisca al fine che abbandoni la detta opinione "et si recusaverit parere, pater commissarius coram notario et testibus faciat illi prceptum ut omnino abstineat huiusmodi doctrinam et opinionem docere aut defendere seu de ea tractare: si vero non acquieverit carceretur(89)."
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L'indomani cio sotto il d 26 il Bellarmino fece chiamare Galileo nel suo palazzo e quivi alla presenza di fra Michele Angelo Seghizzi da Lodi domenicano Commissario Generale del Sant'Offizio e di due testimonii lo ammon che dovesse abbandonare l'opinione condannata. Come il Bellarmino pose fine al suo discorso il Seghizzi in presenza del detto cardinale e dei testimonii rinnov l'intimazione in nome del Papa e di tutta la Congregazione del S. Offizio soggiungendo che eragli d'ora in poi vietato di tener essa opinione, insegnarla e difenderla cos per iscritto come a voce, "nec eam de cetero quovis modo teneat, doceat, aut defendat verbo aut scriptis, alias contra ipsum procedetur in Sancto Offitio." Galileo promise di obbedire(90).
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Il d 3 marzo il Bellarmino rifer nella Congregazione del S. Offizio che l'ammonizione era stata fatta e quindi di lettura del decreto della Congregazione dell'Indice il quale venne pubblicato add 5 dello stesso mese.
Cotesto decreto ha due parti. Nella prima si proibiscono il libro del Copernico e quello di Diego da Stunica insino a correzione. Nella seconda si proibisce il libro del Foscarini senza condizione alcuna.
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Galileo tratto forse in errore dalla proibizione condizionata dei libri di Copernico e di Diego da Stunica e da quella senza condizione del libro del Foscarini, scrive add 6 marzo 1616 che la detta proibizione si estende solamente ai libri in cui si discorre ex-professo della dottrina copernicana in relazione alle Sacre Scritture(91).
Ma questa interpretazione oltrech non si conveniva, come ebbe di poi pur troppo a farsene persuaso, al senso letterale delle proposizioni condannate dal S. Offizio era disdetta dal fatto stesso della proibizione del libro del Copernico nel quale non vi era parola che si riferisse alle Sacre Carte.
Gli ultimi documenti del processo del 1616 sono una lettera scritta da Napoli dal cardinale Carafa add 2 giugno al cardinale Millini(92) con la quale gli annunzia che ha fatto carcerare il libraio che stamp senza prima ottenerne il permesso, l'opuscolo del Foscarini e la risposta con cui il cardinale Millini ne lo ringrazia(93).
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CONCLUSIONE.
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Qui finisce il processo del 1616 il quale si chiude con la condanna di Copernico il d 24 febbraio e con l'ammonizione di Galileo il d 26. Il Decreto della Congregazione dell'Indice non  che l'applicazione delle proposizioni condannate dal S. Offizio.
Nel libro di Copernico non vi  parola che abbia tratto all'interpretazione delle Sacre Carte; nelle macchie solari che  il libro dal quale si estrassero le proposizioni condannate, non vi  medesimamente parola alcuna che a quelle si riferisca. Dunque (ecco quello che importa fermare) il S. Offizio port giudizio intorno a materie scientifiche e non teologiche, dichiarando assurda ed eretica la dottrina di Copernico adombrata nelle macchie solari di Galileo.
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L'ammonizione fatta a Galileo non vuolsi considerare come un atto di grazia ma come la pi dura e la pi singolare di tutte le punizioni. Se il suo nome non compare con quelli del Copernico, del Foscarini e di Diego da Stunica nel Decreto dell'Indice, gli  perch nel 1616 esso non aveva pubblicato scritto alcuno, nel quale si parlasse ex-professo del moto della terra, eccetto le macchie solari nelle quali ne faceva accenno ma alla leggiera e senza fermarvisi sopra. La lettera al padre Castelli era cosa privata n era venuto fatto al Sant'Offizio di procurarsene l'autografo e quindi di accertarsi se le parole in essa notate riscontravano veramente con quelle scritte da Galileo.
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La lettera alla gran duchessa Cristina di Lorena era conosciuta da pochissime persone e non era pervenuta ancora nel 1616 nelle mani dei giudici di lui. Il Sant'Offizio adunque non avendo scritti di Galileo che si potessero proibire si volse ad esso in persona e gli intim di non pi tenere, difendere, insegnare le dottrine copernicane in quale siasi maniera, con scritti o con parole. Le conseguenze di questa ammonizione oltrepassano ogni limite e non hanno esempio nella storia. Voi non filosoferete pi, voi non ragionerete pi sulla mobilit della terra e sulla costituzione del mondo: ecco il significato del precetto. Non a torto il Campanella chiamava empie tali parole. Mai l'arbitrio si mostr cos assoluto.
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Alla stessa ragione si portava grave colpo in Galileo; le sorgenti medesime della vita intellettuale si comprimevano. Non si diceva, come affermano alcuni, si proibisce la dottrina copernicana perch non dimostrata, ma si proibisce perch non vogliamo che la si dimostri e perch torna vano il dimostrarla essendo dichiarata assurda(94).
Dall'esposizione genuina dei fatti e dall'esame imparziale dei documenti si rende adunque provatissimo che non hanno valore storico o critico i molti scritti(95) che si pubblicarono in questi nostri tempi con la pretensione di dimostrare che il S. Offizio non intese proibire la dottrina copernicana ma le idee teologiche con cui Galileo cerc interpretarla(96).
Dal processo del 1616 appare eziandio chiarissimo che il tribunale del S. Offizio procedette con molta leggerezza e con molta confusione. Con leggerezza perch non c' traccia nel processo che sulla dottrina copernicana sia stata fatta diligente considerazione; con confusione perch le proposizioni riprovate sotto il 24 febbraio, la ammonizione data il 26 e il Decreto della Congregazione dell'Indice promulgato sotto il d cinque sono scritti con poca precisione e non lasciano intravvedere che i consultori e i cardinali avessero sentore che si dovesse fare distinzione tra la religione e la scienza(97).
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Chiuso il processo, Galileo fu accolto dal pontefice Paolo V con cortesi maniere e nonostante che l'ambasciatore Pietro Guicciardini si adoperasse vivamente presso la Corte di Toscana perch Galileo fosse immantinente richiamato a Firenze tuttavia esso rimase ancora sin verso il fine di maggio.
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Essendosi in questo frattempo sparsa la voce(98) che fosse stato punito dal S. Offizio coll'abiura e con altre penitenze, Galileo ottenne dal cardinale Bellarmino la dichiarazione del 26 maggio con la quale il detto cardinale attesta che ci non  vero e che solo era stato fatto precetto al Galileo di non difendere n tenere la dottrina copernicana. Meglio che da questa breve introduzione ricaveranno i dotti la piena notizia e la vera significazione del processo del 1616 dai documenti che poniamo qui appresso sotto i loro occhi. Il processo del 1616  quello sul quale deve fermarsi specialmente la nostra attenzione perch  in questo e non nel processo del 1633 che fu riprovata la dottrina copernicana.
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INTRODUZIONE STORICA AL PROCESSO DEL 1633.
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PARTE SECONDA.
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CAPITOLO 1.
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Sommario: Qualit dell'ingegno di Galileo - Sua vita in Bellosguardo - Conversazioni con Tobia Adami - Bellarmino corregge Copernico - Federico Cesi e il Bellarmino - Saggiatore - Galileo viene in Roma per visitare Urbano Ottavo - Violenza che fa a s per non pubblicare le sue scritture intorno a Copernico - Mette mano al Dialogo intorno ai due massimi sistemi del mondo.
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Come tutti i grandi trovatori di scienze nuove aveva Galileo sortito ingegno cos eminentemente inquisitivo che anche volendolo non avrebbe potuto arrestarsi nelle ricerche e desistere dallo speculare intorno alla nuova costituzione del mondo.
Chi bene studia il nostro matematico nei suoi scritti e nei fatti della sua vita, non pu non riconoscere in esso tutte le note che contrassegnano l'uomo, il cui ideale  servire al vero anche quando  sicuro per usare le sue parole che ad esso non toccher un soldo di quelli immensi tesori che s ampiamente si distribuiscono a tanti altri(99).
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Nell'intervallo di tempo che si interpone tra il primo ed il secondo processo, egli abit quasi sempre fuori delle mura di Firenze, nella villa di Bellosguardo, luogo ameno, quieto ed acconcissimo alla meditazione. I molti forestieri ed amici che quivi lo visitavano, si intrattenevano con esso lui intorno a svariatissimi argomenti ma pi di frequente intorno alle sue scoperte celesti ed ai suoi pensamenti copernicani. Di una di queste conversazioni ci  conservata notizia da Tobia Adami, uomo di singolare perspicacia d'ingegno, e di non comune dottrina. Questi ci narra che dopo avere visitato nel carcere il Campanella del quale era amico ed ammiratore ed essersi insieme burlati del sistema copernicano, venne in Firenze dove cos per i colloqui che ebbe con Galileo come per le osservazioni che con esso fece rest talmente persuaso che il sole era centro dei pianeti e la terra girava intorno al medesimo, che ne di tosto avviso al povero prigioniero in Napoli il quale mut del pari opinione(100). Dal che si inferisce che Galileo non ostante il precetto dell'Inquisizione continuava con alacrit nei suoi studi astronomici affidato sempre alla speranza che Roma avrebbe revocata o temperata o tollerata la proibizione della nuova dottrina.
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Nell'anno 1620, cio circa quattro anni dopo la mentovata proibizione il Bellarmino venne fuori con le singolarissime correzioni al libro del Copernico e alquanti mesi appresso cess di vivere. Da coteste correzioni e da altri fatti noi argomentiamo che l'animo del Bellarmino non fosse ben sicuro della bont delle risoluzioni approvate nel 1616 e che forse sarebbe tornato indietro o almeno non sarebbe ito pi oltre, se come gi notammo in altro scritto, le opinioni sue superlative intorno all'ingerimento della podest religiosa nello scibile e nella vita non lo avessero distolto dal dare retta a talune sue intuizioni ed a taluni suoi dubbii i quali ci sono attestati dalla seguente lettera: "Quello che io posso testificare (scrive il principe dei lincei a Giovanni Faber) per la verit  questo; che essendo la felice memoria del sig.r cardinal Bellarmino molto mio signore, e che mi portava particolare affetto, voleva spesso sentir da me delli miei studj e composizioni.
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E dandogli ragguaglio della mia opera del Cielo, e particolarmente ch'io tenevo ch'ei fosse fluido, quale opinione mi pareva molto ben confermata dalla Sacra Scrittura e dalla autorit dei Santi Padri, ma per non voleva assicurarmi nell'interpretazione dei luoghi sacri senza l'approvazione di teologo di tal'eminenza, come era Sua Signoria Illustrissima, ne mostr grandissima allegrezza, e mi disse che questo aveva tenuto lui sempre come conforme alle Sacre Carte e interpretazioni dei Santi Padri, e che in ci non aveva dubbio ma che non aveva premuto in promuoverla, per l'opposizione che comunemente facevano le scuole, coll'allegar dimostrazioni matematiche in contrario, e particolarmente che senza gli orbi solidi e il loro moto, fosse totalmente impossibile il salvar le apparenze, come dicono. Al che replicando io, non solo aver soddisfatto a pieno quanto alla parte fisica e matematica, e a tutti li fenomeni, ma esser per lo contrario totalmente impossibile il soddisfare e il salvare le apparenze col porre gli orbi, tanto maggior gusto ne riceveva, e mi sollecitava al compimento dell'opera.
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"N mi vide mai dopo tal ragionamento che non me ne domandasse, e non mi ricordasse il darvi compimento, con mostrarne desiderio grande, e dispiacere che le mie domestiche occupazioni me la ritardassero. In conformit di che anche passarono fra lui e me lettere, mentre io era in Acquasparta(101)."
In questa lettera il Bellarmino  ritratto quale  con quelle sue cattive abitudini intellettuali che lo portavano a considerare la verit scientifica come cosa che dipendesse dalla podest religiosa di cui esso reputavasi interprete.
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Intanto che in Roma correggevasi il Copernico, Galileo recava a compimento in Firenze una delle pi belle opere di critica polemica che sia uscita di questo tempo in Italia e fuori. Il Saggiatore  il primo libro di filosofia naturale in cui sia posta da banda l'autorit di Aristotele e di San Tommaso e levato di mezzo ogni accenno ad opinioni scolastiche e teologiche. Pochi sono i libri contemporanei che alla copia dei fatti aggiungano cos grande ricchezza di sentenze profonde e pellegrine, e che siano scritti con pi larghezza e profondit di concetti e con maggiore propriet ed eleganza di dicitura.  insomma una delle pi belle gemme della letteratura scientifica italiana(102).
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I lincei appena ne ebbero sotto gli occhi il manoscritto furono tanto presi della sua bellezza che lo vollero stampare per proprio conto offrendolo a Urbano Ottavo salito allora sul trono pontificio. Francesco Stelluti da Fabriano intrinseco di Galileo e del Cesi vi premise una poesia nella quale contrapponendo alla natura descritta da Aristotele quella ritratta nel Saggiatore esclama:
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... ci, ch'altrui cela
Natura entro nel seno,
Aperto si rivela
A l'uno e l'altro tuo sguardo sereno.
Altri si crede appieno
Col saggio di Stagira
Mirarlo ancor, ma un'ombra sol ne mira(103).
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Le lodi non tardarono. Il Ciampoli che lo lesse e lo diede a leggere manoscritto, asserisce che i molti amici che hanno visto questa compositione nelle camere private, l'hanno ammirata, e credono certamente ch'ella sia per trionfare nell'applauso pubblico(104). Il Castelli dice che piace fuor di misura e che ne fa argomento di lettura coi suoi discepoli; Leopoldo d'Austria lo leva al cielo; il cardinal Francesco Barberini lo trova di suo gusto; tutti i discepoli ed amici ne cantano le lodi, e persino suor Maria Celeste lo chiede al padre che glielo invia con premura nel monastero(105). Il Saggiatore diviene in una parola il libro popolare del tempo,  letto da tutti e da tutti inteso.
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La elezione di Urbano Ottavo a pontefice crebbe in Galileo la speranza che in Roma gli animi potessero piegarsi al sistema copernicano. Urbano Ottavo era fiorentino, uomo di lettere, benevolo ai lincei ed in ispecie a Galileo per il quale aveva scritto, quando era ancora cardinale, versi di lode.
Galileo confortato e sollecitato dagli amici e da suor Maria Celeste venne in Roma dove il papa l'accolse con grande cortesia e gli fece dono di un bel quadro, di molti agnus dei, di una pensione per il figliuolo, dandogli inoltre prova con un bellissimo breve di averlo in singolarissima stima.
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Quali discorsi Urbano Ottavo e Galileo tenessero in quest'occasione, intorno a Copernico, ignoriamo. Certo  per che Urbano Ottavo nel 1624 non inclinava verso il sistema copernicano n vi inclin negli anni appresso come inesattamente affermano alcuni. La verit di questa nostra asserzione  posta fuori di dubbio da un epistolario inedito del Campanella che venne da noi raccolto e stampato coi tipi del Botta in Roma, sebbene insino ad ora non sia ancora pubblicato(106).
In quella che Galileo era in Roma mosso, per non dire tormentato dal desiderio di esporre i suoi pensieri intorno alla dottrina copernicana, dett in sostegno della medesima una lunga lettera contro certa scrittura dell'Ingoli(107), astenendosi da ogni argomento che direttamente o indirettamente si riferisse a questioni di teologia. Non affid tuttavia questa confuta alla stampa ma ne di comunicazione privata agli amici. La compressione che quindi esercitava su se stesso doveva tornargli dolorosissima. Perocch mentre Keplero pubblicava liberamente i suoi scritti e liberamente in Italia li pubblicavano i suoi avversari, egli solo era costretto al silenzio, egli solo non poteva essere libero scrittore. La violenza che pativa alterava la sua indole dovendo di continuo lottare contro la forza quasi irresistibile che lo spingeva a manifestare e comunicare il frutto dei suoi studi.
Ritorn in Firenze e si pose, consapevoli gli amici, con pi ardore che mai intorno ai dialoghi dei massimi sistemi(108). Nulla lo pu staccare dalla nuova astronomia. Scrive frequentemente a Roma per conoscere appieno e quasi mese per mese il movimento delle opinioni e degli animi. Sebbene le risposte che riceve siano spesso dubbie ed incerte, pure egli prosegue infaticabile l'opera intrapresa.
Nel 1626 il padre Grassi, gesuita, pubblica in Parigi il suo libro Ratio ponderum librae ac simbellae e nello stesso anno Scipione Chiaramonti suo avversario stampa in Venezia Apologia pro Anti-Tychone(109). Assaltato vivamente di qua e di l vorrebbe venire fuori con qualche difesa. Ma gli ostacoli sono molti. E siccome ben comprende che le sue scritture non sarebbero approvate quando egli si facesse a propugnare apertamente Copernico, perci non gli resta che condurre a fine i Dialoghi coi quali si ripromette di nascondere alla gente volgare che egli stia per Copernico e di dar prova agli intendenti che  tutto per esso.
Quindi all'apparire delle opere sovraccennate sotto il 17 gennaio 1626 scrive a Cesare Marsili: "Signor Cesare mio i discorsi di questi Primati rinfrancano in parte quella tenue, e dir pusillanime opinione che ho sempre avuta del mio ingegno; e pi tosto che spavento mi sento accrescere animosit a seguitare la cominciata impresa, e provar di condurre a fine li Dialoghi, purch il cielo mi conceda forze pi valide che quelle che mi trovo al presente, che pur son troppo debili per la mia mala sanit, alla quale appunto lo scrivere  capitalissimo nemico(110). "
Nel dicembre del 1629 erano pressoch terminati. Onde come prima nel 1630 usc la Rosa Ursina(111) dello Scheiner col quale era stato in s vivo contrasto per la priorit della scoperta delle macchie solari, si sent pi invogliato che mai di divulgarli. Nell'aprile del trenta essendo il manoscritto tutto in ordine Galileo parte il primo maggio da Arcetri dove era stato a vedere le figliole e giunge in Roma tre giorni appresso. Quante fatiche e cure per fare pubblica quella dottrina della quale indarno la parte teologica gli aveva interdetto di parlare!
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CAPITOLO 2.
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Sommario: Venuta di Galileo in Roma - Il marchese Niccolini - Il padre Niccol Riccardi - Trattative per la stampa dei Dialoghi - Ritorno di Galileo in Firenze - Nuove trattative - Pubblicazione dei Dialoghi - Rumori levatisi in Roma per detta pubblicazione - Dispetto del Papa - Congregazione particolare - Membri di detta Congregazione - Ordini del Papa per far venire Galileo a Roma - Galileo giunge in Roma - Sua visita al Commissario Generale.
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 accolto con ospitale larghezza in Roma ed aiutato con affetto operoso dal marchese Niccolini, ambasciatore toscano, uomo di animo elevato e dalla moglie di lui, donna dotata di rara intelligenza e di alto sentire(112). Si tenevano entrambi cos onorati dalla sua presenza che sotto il d 19 maggio 1630, scrivevano al Cioli segretario del Gran Duca Ferdinando secondo: "Siamo tutti di questa casa contentissimi della sua (di Galileo) virtuosa e gentilissima conversazione, e ci parr molto strano, quando ci lascier per tornarsene a Firenze(113)."
Egli che non aveva altro in mente che il suo libro, cerc, come fu giunto, di abboccarsi prontamente col Padre Niccol Riccardi, maestro del Sacro Palazzo. Questi sebbene avesse fama di grande teologo e di valente scrittore era per uomo di scarse cognizioni e tanto ignaro delle cose astronomiche che credeva che il sole, la terra, e tutte le stelle fossero animate e governate da spiriti angelici(114). L'opera sua principale stampata in Genova nel 1626 e che porta per titolo Litanie della Madonna,  piena delle pi incredibili stranezze(115). Aveva intrapreso la Storia del Concilio di Trento, ma non ne mand fuori che un primo opuscolo. I suoi scritti sono cos gremiti di secentismi da disgradarne l'Achillini con i suoi seguaci. Teneva per da natura cos vigorosa memoria che i coetanei in omaggio a quella lo chiamavano il padre Mostro. Abbiamo molte lettere del Campanella contro esso ed una di esso al Campanella dalla quale appare che egli aveva bont e mitezza d'animo e che non era reo di taluni fatti che il filosofo da Stilo per soverchio di imaginazione gli apponeva(116).
Il Padre Riccardi si dimostr cortesissimo verso il Galileo, e come ebbe da esso il manoscritto dei Dialoghi lo di al frate Raffaello Visconti; il quale lo esamin e vi fece talune correzioni di cui non conosciamo bene l'indole, indi lo rimise al padre Riccardi, che lo tenne presso di s alquanto tempo e non vi appose l'imprimatur senza avere prima pigliato le istruzioni dal pontefice(117).
La moglie del Niccolini, il Niccolini, e tutti gli amici di Galileo mossi e sollecitati da lui nulla lasciarono di intentato tra il tempo in cui il manoscritto fu consegnato e quello in cui fu apposto l'imprimatur perch la cosa fosse spedita con prestezza.
Il Padre Riccardi ottenne per fede da Galileo che esso avanti d'incominciarne la stampa in Roma avrebbe presentata la prefazione e la conclusione ed eseguite tutte le correzioni che esso Padre Riccardi indicherebbe. Galileo si part da Roma il d 29 giugno con intera sua satisfatione e con la speditione intera meritata dal suo valore e dalle sue gentilissime maniere di quel suo aromatico negotio(118).
Non meno contenti si dimostravano parecchi suoi amici ripromettendosi che la cosa sarebbe ita bene e che Roma avrebbe passato sopra il decreto del 1616. Ma queste erano fallaci speranze. Il S. Offizio obbediva nei suoi giudizi a taluni principii di cui pochi si rendevano chiara coscienza.
Dal fine di giugno 1630 sino al luglio del 1631 c' vivo scambio di lettere tra Galileo il Padre Riccardi e l'Ambasciatore toscano in Roma, e tra l'ambasciatore ed il governo del Gran Duca in Firenze circa la stampa dei Dialoghi. Pochi sono i libri che abbiano quanto questo porto occasione a trattative diplomatiche altrettanto continuate e frequenti. In queste trattative Galileo  validamente aiutato da Caterina Riccardi moglie del Niccolini e dai numerosi amici e conoscenti che aveva tuttavia in Roma. Dall'intensit di volere che mette in questo suo disegno ben si pu argomentare il profondo amore che porta al vero e l'altezza del suo convincimento. Batte e ribatte ora presso il Gran Duca, ora presso il suo segretario, ora presso gli amici ed i conoscenti con s ostinata costanza che i migliori ed i pi benevoli quasi cedono affaticati. Egli perdura e va avanti. Questi tratti della vita di Galileo palesano straordinaria grandezza d'animo.
Intanto sembrandogli che avrebbe potuto senza sottostare a nuovi disagi ed a nuove spese stampare l'opera sua in Firenze, ne ottiene l'approvazione da Monsignor Vicario, dal Padre Inquisitore, e dalle autorit civili e quindi intavola in proposito nuove trattative con Roma. Il Padre Riccardi oppone che a s non compete dare ordini dove non ha giurisdizione, e frattanto lo prega di mandargli il proemio, il fine, ed in una parola l'intiero manoscritto corretto secondo il convenuto. Ma Galileo si adopera con tanta energia e con tanto accorgimento che riesce a vincere le insorte difficolt ed a conseguire la licenza di stampare i Dialoghi in Firenze. Onde questi vanno sotto i torchi nell'agosto del 1631 e compaiono alla luce nel febbraio del 1632 coi tipi del Landini(119).
Le prime copie furono distribuite da Galileo ai suoi amici di Firenze, esortandolo il Niccolini a non mandarne alcuna in Roma insino a che la peste in Toscana non fosse cessata. Ma l'indugio non dur molto poich verso il fine di maggio gi ne erano venuti due esemplari di cui uno indirizzato dallo stesso Galileo al Cardinale Francesco Barberini ed in appresso parecchi altri. Al Papa per a detta del Padre Riccardi non ne capit una copia in mano che add 7 agosto 1632. Non sappiamo se la leggesse, ma il fatto  che concep tosto grave dispetto contro Galileo dicendo che aveva usati meglio termini con esso di quello che Galileo avesse usato seco, e soggiungeva che Galileo non poteva ignorare dove consistessero le difficolt avendole sentite tutte da noi medesimi. Il dispetto fu s gagliardo in lui che forse avrebbe deferito immediatamente l'autore ed il libro al S. Offizio, se le raccomandazioni del Granduca e le insistenze dell'oratore Toscano in Roma non lo avessero trattenuto ed indotto a nominare una Commissione o Congregazione particolare coll'incarico di esaminare il libro e di dare un avviso preliminare. Cotesta Commissione o Congregazione che si voglia chiamare sollecitata forse dal Papa stesso, il quale come vedremo pi sotto voleva ad ogni costo che Galileo fosse punito, tenne cinque tornate nel maggiore caldo del mese di agosto rassegnando nel mese di settembre una memoria al Pontefice nella quale enumerava tutti i carichi che si potevano apporre a Galileo cos per la pubblicazione dei Dialoghi come per la maniera con cui le varie quistioni erano state in quelli trattate. Appena ebbe il Niccolini contezza di questa Congregazione particolare scrisse a Firenze che le persone componenti la medesima erano male affette a Galileo, poi venendo assicurato dal Padre Riccardi Maestro del S. Palazzo che ci non era, si disdisse. Ma nelle lettere del Niccolini in quelle dei coetanei e negli scritti dei biografi non  ricordato il nome di nissuna delle mentovate persone. Il Padre Castelli fu lasciato fuori(120), e cos pure il Campanella il quale desiderava entrarvi in qualit di avvocato o procuratore di Galileo(121). A nostro avviso ne fecero parte del sicuro il Cardinale Oregio teologo del Papa, il gesuita Melchiorre Inchofer, Zaccaria Pasqualigo. Cotesta asserzione  fondata primieramente sul fatto che la Memoria presentata al Papa dai componenti la Congregazione  perfettamente conforme nelle parole e nei giudizi ai pareri dei mentovati teologi che si trovano nel processo, e che noi per la prima volta pubblichiamo(122); e secondamente sulla lettera del Niccolini al Cioli in cui  detto che vi entravano il teologo del Papa (che era il Cardinale Oregio) ed un Gesuita proposto dal Maestro Riccardi che era appunto Melchiorre Inchofer. E siccome il parere di Zaccaria Pasqualigo  accoppiato a quello dell'Oregio e dell'Inchofer nel processo, cos  da ritenere che il Zaccaria fosse pure membro della mentovata Congregazione. A questi tre aggiungiamo il Cardinale Scaglia che ne teneva forse il seggio sia perch il suo nome gi compare nel processo del 1616, sia perch sappiamo anche con certezza che esso coll'aiuto di Benedetto Castelli si di ad esaminare nei mesi di agosto e di settembre i Dialoghi dei Massimi Sistemi(123). Quali fossero le cognizioni scientifiche e quali le disposizioni di animo dei membri sovracennati si far manifesto da quello che diremo pi sotto.
Ma intanto che il governo toscano ed il Niccolini facevano opera per accomodare la cosa, Urbano Ottavo appena ricevuta la Memoria della Congregazione ordina all'Inquisitore di Firenze di intimare a Galileo di comparire non pi tardi del mese di ottobre dinnanzi al Commissario Generale del S. Offizio in Roma.
Cotesta intimazione rec profondo turbamento nell'animo di Galileo e spiacque altamente al Granduca(124), il quale sebbene desiderasse in cuor suo di sottrarlo al tribunale del S. Offizio di Roma, tuttavia non aveva quella forte tempera che richiedevasi per opporsi ai comandi dell'altiero pontefice. Galileo quantunque subito intravedesse che poco gli restava a sperare, pure supplic ut stante eius gravi aetate gli si facesse gratia non veniendi ad urbem; ma Urbano nonch commuoversi a questa supplica rinnov l'undici novembre con pi fierezza l'ordine gi dato. Al quale Galileo nulla pi contrapponendo chiese che gli si accordasse un po' di tempo per rimettersi in salute; Urbano per sospettando che la ragione addotta fosse un pretesto per differire, comanda per la terza volta all'Inquisitore di Firenze che compiuto il mese lo costringa con la forza a partire.
Urbano corre con tanto impeto in questo affare, che non d requie al governo toscano, e non d ascolto a raccomandazioni.  s fermo nel volere quel che vuole che non aggiusta fede alle testimonianze di tre medici, i quali certificano che Galileo  realmente malato; epperci manda l'Inquisitore a visitarlo in persona, ingiungendogli di farlo arrestare e tradurre incatenato a Roma se pu reggere al viaggio. Ove ci non si possa, allora consente che si aspetti la guarigione per eseguire l'ordine. Il povero Galileo si  messo in letto (scrive il Cioli a Niccolini) et con pericolo di andare pi nell'altro mondo che cost. Il Gran Duca sgomento da tanta e s fiera insistenza del pontefice fa scrivere a Galileo da Pisa sotto l'undici di gennaio perch obbedisca e parta per Roma.
Tra la pubblicazione dei Dialoghi e la nuova venuta a Roma di Galileo, o ci che  lo stesso tra quella e l'incominciamento del processo trascorsero dieci e pi mesi di lotta continua.  indicibile quello che dovette Galileo soffrire in questo tempo. Mentre ha coscienza che nel suo libro bench dettato con grandissima cautela vi  tanto da rinnovare la filosofia naturale,  costretto di chiedere scusa per averlo scritto, e di rinunziare ad ogni parola in difesa. Egli che gi era triste per non avere potuto introdurre nei Dialoghi che una scarsissima parte delle sue osservazioni e meditazioni, doveva ora le une e le altre interpretare quasi in senso diverso da quello con cui le aveva pensate e scritte. A questo stato del suo animo si aggiungano i patimenti corporali cagionati dalla mal ferma salute, gli ordini minacciosi di Roma, le visite dell'Inquisitore, la vecchia et, la ristrettezza domestica, la baldanza dei suoi nemici, e si avr idea della misera condizione in cui versava quando part nel febbraio del 1633 per Roma, dove giunse il 13 dello stesso mese.
L'ambasciatore toscano raddoppi di cortesia verso lui; ed il segretario del Granduca quantunque scrivesse dimesso e mostrasse paura, non per questo recus di fornirgli prontamente lettere di raccomandazione per i cardinali Desiderato Scaglia, Guido Bentivoglio, Borgia, Zacchia e gli altri componenti la congregazione del S. Offizio.
Il giorno appresso alla sua venuta fece visita all'Assessore del S. Offizio ed al Padre Vincenzo Macolano Commissario generale col quale sembra fosse in relazione(125). Indi non pi usc dalla casa dell'Ambasciatore dove fu a visitarlo Monsignore Serristori uno dei consultori del S. Offizio e dove il Commissario generale gli raccomand di starsene ritirato. Il Granduca di Toscana, che non cessava mai di adoperarsi in favore di lui, scrisse a tutti i membri della Congregazione del S. Offizio e fece uffici presso il Pontefice e presso altri personaggi ragguardevoli per mezzo dell'ambasciatore Niccolini, il quale non solo ne secondava di cuore i comandi ma li preveniva quantunque volte le occasioni lo consentissero. Il Papa ed il Cardinale Francesco Barberini bench fossero entrambi persuasi che il Granduca e la Corte Toscana non osavano andare oltre le raccomandazioni, pure tenevano un linguaggio carezzevole facendo dire e scrivere che procedevano con dolcezza verso Galileo, perch  servitore accetto al Padron serenissimo (del Granduca), e che perci in riguardo della stima dovuta a S. A. avevano voluto privilegiarlo abilitandolo a trattenersi nella casa dell'Ambasciatore(126). Ma queste parole non erano ancora profferite che Galileo gi era chiamato a rappresentarsi al S. Offizio potendo essere che fosse occorso di ritenerlo quivi per comodo della medesima causa(127). Ieri era abilitato a starsene nella villa di Trinit dei Monti, oggi gi  in carcere. Vediamo ora quali sono i suoi giudici.
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CAPITOLO 3.
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Sommario: Personaggi che pi figurarono nel processo di Galileo - Urbano Ottavo - Cardinale Oregio - Zaccaria Pasqualigo - Melchiorre Inchofer - Vincenzo Macolano - Desiderato Scaglia e Guido Bentivoglio.
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Gli uomini che hanno parte precipua in questo secondo processo sono Urbano Ottavo come presidente della Congregazione del S. Offizio, il Cardinale Oregio, Zaccaria Pasqualigo, Melchiorre Inchofer e Vincenzo Macolano di poi Cardinale col titolo di S. Clemente. Concorsero pure colla loro autorit nel giudizio il Cardinale Guido Bentivoglio e Desiderato Scaglia.
Urbano VIII aveva stima per l'ingegno di Galileo senza che per sapesse misurarne la profondit e comprenderne i pensamenti. Gli studii giovanili fatti sotto i gesuiti e l'indole sua poco portata alle scienze gli rendevano difficile l'intelligenza della nuova dottrina. Tanto che credeva che bastasse per atterrarla recar contro essa l'argomento derivato dall'onnipotenza di Dio nei termini con cui  riferito dal Cardinale Oregio e da Galileo(128), o con quelli con cui lo ripeteva al Cardinale Zoller assicurandolo che non era da temere che alcuno fosse mai per dimostrarla necessariamente vera(129). Non era amico, nel senso della parola, di Galileo come alcuni affermano fondandosi su qualche frase tolta dalle lettere di lui e sulla celebre poesia con cui commendava il ritrovamento del cannocchiale, ma aveva per esso quella benevolenza patronale di cui casa Barberini largheggiava in quei giorni verso gli uomini di lettere. Non devesi dimenticare che al disopra di questa benevolenza letteraria vi era in Urbano il pontefice che faceva a fidanza coi giudizii suoi o con quelli che gli venivano suggeriti, che si sdegnava perch gli astronomi si mostrassero restii ad obbedire alle risoluzioni approvate dal S. Offizio. Vi era il teologo che non voleva tolto il primato alla terra e che temeva che dal pareggiamento di essa agli altri astri ne dovesse derivare lo sfacelo della religione. Vi era infine il principe che amava dar saggio di comando nelle cose temporali e spirituali, nelle letterarie e nelle scientifiche. Questo stato dell'animo, e non la sospettata qualificazione di Simplicio(130) ci rende ragione come Urbano dirigesse in persona il giudizio, ne approvasse la condanna, ed anche dopo questa non desse tregua all'infelice Pisano.
Il Cardinale Oregio  uomo di buona volont secondo l'espressione del padre Riccardi(131) e di molta dottrina teologica, ma digiuno delle discipline scientifiche e inchinevole come il pi dei teologi romani d'allora a riporre nella teologia il criterio dell'astronomia. Dalle parole con cui espone il celebre argomento che Urbano Ottavo opponeva a Galileo ben si scorge che mal sapeva apprezzare il valore delle dimostrazioni scientifiche e che non erano famigliari alla sua mente i nuovi pensamenti astronomici. Urbano Ottavo lo ebbe per tanto caro che lo nomin suo teologo, gli confer la porpora cardinalizia, e di lui si valse nella causa galileiana(132).
Assai al disotto dell'Oregio per dottrina  Zaccaria Pasqualigo. Le opere che abbiamo di lui si raggirano intorno ad argomenti di teologia, di metafisica e di giurisprudenza(133). In tutte apparisce scrittore mediocre e non atto certamente a fare da giudice o da consigliere nel negozio dei Dialoghi dei massimi sistemi. Vuolsi di passaggio notare che il Pasqualigo alquanti anni appresso alla condanna di Galileo cadde esso pure sotto il giudizio del tribunale dell'inquisizione per certe sue opinioni attinenti a quistioni di metafisica.
Il terzo Consigliere del S. Offizio nella causa galileiana  un uomo che ci contentiamo di qualificare come singolare, per non appellarlo bisbetico e strano. Credulo sino alla grossolanit cominci dallo stampare alcune lettere alla Madonna di Messina od alla Vergine Messinense, per usare le sue parole, in cui si contenevano parecchie proposizioni che furono censurate dal S. Offizio e per le quali egli dovette ritrattarsi(134). Lasciata Messina dove insegn per qualche tempo, e venuto in Roma seppe entrare nelle grazie dei Barberini ed acquistare cos qualche autorit merc un tanto appoggio. Nelle lettere che di lui ci restano nella Barberiniana e nella Ghigiana appare uomo irrequieto, susurratore e di poca misura. Nondimeno sappiamo che era consultato nella controversia intorno alle dottrine di Giansenio, e che gli fu commesso di leggere dapprima nel Collegio Romano, di poi nel Germanico, come ne fanno testimonianza le seguenti parole tolte da una sua lettera inedita scritta add 25 marzo 1647 al Cardinale Francesco Barberini: "io poi dal tempo del nostro generale nuovo ho letto in Collegio Romano la Sacra Scrittura et hora, con singolare mio gusto mi trovo qui nel Collegio Germanico (di cui V. E.  desideratissimo protettore) libero da impicci domestici(135)." Quantunque uomo di poca levatura era tuttavia fornito di cos prodigiosa memoria che non solo riempiva di tutta sorta di citazioni i suoi libri(136), ma insegnava successivamente la filosofia, le matematiche, e la teologia. Tra questi svariati argomenti si ferm con compiacenza intorno alle quistioni astronomiche, chiarendosi accanito oppositore del sistema copernicano in due suoi libri, i quali comecch abbiano poco o punto valore scientifico, pure  opportuno conoscere, ora che sono sotto i nostri occhi i pareri che esso scrisse richiesto dal S. Offizio intorno ai Dialoghi, ed ora che sappiamo che ai mentovati pareri ed a quelli del Pasqualigo e dell'Oregio si attenne la Congregazione del S. Offizio nella condanna di Galileo. 
Dei due libri(137), a' quali alludiamo, uno  a stampa sotto il nome di Tractatus Syllepticus(138); l'altro  tuttora inedito nella Biblioteca Casanatense sotto quello di Vindici Sedis apostolicae, SS. Tribunalium auctoritate adversus Neo-Pythagoreos terrae motores et solis statores, auctore Melchiorre Inchofer S. Jesu(139).
Il Tractatus Syllepticus porta nel frontispizio inciso il globo terracqueo chiuso in un triangolo con l'ape dei Barberini a ciascun angolo e con una fascia cadente dal vertice sulla quale si legge; his fixa quiescit. Le orgogliose parole di questa epigrafe, che palesano il soggetto del libro e l'intento con cui fu scritto, non ispiacevano a Urbano VIII, il quale sembra che quasi mettesse un po' d'amor proprio nel comandare alla terra di riposare. Essa riposa e sta ferma, dice l'Inchofer, per la virt dei tuoi comandi, o Pontefice. Cotesto libro che usc nell'anno del processo di Galileo era gi scritto, quando l'Inchofer dava il suo parere sui dialoghi intorno ai due massimi sistemi(140). Torna se non impossibile certo malagevole il comprendere come fosse chiamato a sentenziare in una causa di tanto momento un uomo che attribuiva al papa la facolt di fermare la terra.
Gli argomenti con cui la scuola peripatetica e la teologica ad un tempo, combattevano la mobilit della terra si trovano tutti raccolti in questo trattato Sillettico. L'autore pur non lasciando nella penna uno dei nomi degli astronomi antichi e contemporanei, trincia tuttavia a destra e sinistra con tanta leggerezza e presunzione che afferma senza entrare nell'interno della quistione come cosa di fede che la terra non si move e che il sole si move circolarmente intorno alla terra: terram stare non solum per se est de fide, sed etiam quatenus immediate deducitur ex alia propositione de fide, quae est, solem moveri circulariter, in qua proprie virtualiter continetur(141). Di tutti i sistemi astronomici nessuno a detta dell'Inchofer  tanto contrario alla Sacra Scrittura quanto il Copernicano che pone la terra in cielo sopra Venere ed il sole nel centro. Perocch se tal cosa fosse, non potrebbe pi avverarsi quanto  detto di Cristo nel Simbolo: scilicet descendisse ad inferos, deinde ascendisse ad coelos. I sostenitori di Copernico totum symbolum evertunt ed aprono l'adito all'eresia valentiniana(142). Medesimamente secondo l'Inchofer vi sono non poche proposizioni negli atti degli apostoli, in S. Giovanni ed in ispecie in S. Paolo quando scrive ai Colossesi(143): quae sursum sunt quaerite, ubi Christus est in dextera Dei sedens: quae sursum sunt sapite, non quae super terram(144). Le quali sentenze dell'Apostolo tornerebbero errate ammettendo la dottrina copernicana. Ond' che questa vuolsi non gi insegnare ma proscrivere e dichiarare falsa sive ex principiis phisicis sive etiam theologicis(145). N medesimamente  da concedere che essa sia vera scientificamente o, come dicesi, in filosofia e falsa in teologia. Nessuna proposizione  vera in filosofia nisi etiam sit veram secundum theologiam. Se il nome di Galileo non  espresso in questo libro, sono per riferiti testualmente taluni suoi giudizi e contro esso rivolte molte argomentazioni(146).
Ma pi che nel trattato Silletico appare compiuto il pensiero dell'Inchofer nelle Vindiciae apostolicae sedis, etc. che sono presso la Casanatense e formano un discreto volume a penna nel quale il nome di Galileo semel et iterum necessario nominatur, affermando l'autore che quanto disse nel trattato Silletico  conforme alla sentenza dei sacri tribunali per la quale Galileum tamquam de vehementi suspectum dovette ritrattarsi. Per il che egli intende di ripetere e di insinuare modestamente le cose stesse sine cuiusdam praeiudicio, ma non inopportunamente per coloro ai quali si riferiscono.
Queste parole che cadevano dalla penna di un uomo il quale attribuiva a s il vanto di avere espresso meglio che gli altri i motivi della sentenza, dovevano suonare minacciose ai discepoli ed amici di Galileo.
Cotesto libro fu composto due anni appresso il trattato Silletico col fermo intendimento di combattere con argomenti teologici filosofici e matematici tutte le ragioni che si recavano in favore di Copernico. Eccone il sunto: I matematici corrono per un terreno sdrucciolo quando cercano di camminare senza la teologia adottando l'opinione di Pittagora che fu pi d'una volta riprovata come empia ac per tot saecula iam in inferis sepulta, e che non potr mai conciliarsi con la religione cum religione poterit nunquam cohaerere.
Non vi  che un mondo solo, la terra, nella quale fu creato il primo uomo, da cui tutti gli uomini discesero; et per unum hominem peccatum in hunc mundum introivisse. Se Iddio mand gli apostoli ad insegnare a tutte le genti,  necessario che tutte le genti siano nella terra contenute: Universum genus humanum hoc mundo conclusum. Perocch ove i mondi fossero pi non si saprebbe determinare quali siano gli uomini che negli altri mondi vadano immuni dal peccato di origine ed a quali si estenda la salute della redenzione. Perci le cose dette da Keplero e Galileo circa la similitudine della terra con gli altri astri non sono che sogni i quali non tarderanno a dissiparsi se gi non si sono dissipati. Confuta l'opinione del Gilberto che la terra sia un magnete, e si studia con isvariati argomenti di provare che la dottrina copernicana  eretica, empia, filosoficamente e matematicamente erronea. Nel fine del libro ci d la storia della proibizione della medesima, cio del Decreto 5 marzo 1616, poi di quello del 22 novembre 1619, col quale(147) si introducono le correzioni nel libro de revolutionibus del Copernico summo pontifice annuente. Aggiunge che Galileo chiamato in Roma nel 1633 per motivo della pubblicazione dei Dialoghi come fu quivi rientr in s et resipuit, ritrattando le cose stampate. In appresso la Congregazione pubblic add 23 agosto un Decreto col quale pose all'Indice con parecchi altri libri i mentovati Dialoghi. Conclude che le deliberazioni della Congregazione dell'Indice debbono tenersi in conto di legge, e che non potendo il Pontefice quando, come nel caso presente pronuncia ex Cathedra(148) cadere in errore perci la dottrina copernicana  bella e spacciata perch falsa e contraria alla Divina Scrittura e tale da non doversi tollerare da chi porta il nome di Cristiano(149). Da questo libro meglio che non da lunghi ragionamenti si rendono palesi nella persona dell'Inchofer le opinioni che prevalevano nel S. Offizio.
Ebbe parte principale nel processo il Commissario Generale presso il S. Offizio padre Vincenzo Macolano dell'Ordine di S. Domenico, di poi Cardinale di S. Clemente. Questo Padre conosceva la geometria ed era versatissimo nell'architettura; come ne fanno testimonianza in Roma parecchie sue opere assai lodate di fortificazione, e specialmente quelle del forte S. Margherita in Malta. Dopo la morte di Urbano Ottavo fu presso ad ottenere il pontificato attesa la grande stima in cui era tenuto. Desiderava compiacere il Granduca ed inclinava a temperare le risoluzioni di Urbano Ottavo e della Congregazione. Onde sono opera sua cos i riguardi che si usarono all'infelice Pisano, come il sistema di difesa cui Galileo si appigli dopo il suo primo interrogatorio.
A questi uomini da noi imparzialmente descritti che sedettero giudici, per usare un vocabolo che tutti li comprenda, nella causa galileiana sono da aggiungere il Cardinale Desiderato Scaglia(150) di cui diremo pi sotto ed il Cardinale Bentivoglio, il quale narra nelle sue Memorie, che in Padova Galileo lesse a lui ed all'abate Cornaro in privato la Sfera; e che perci gli dolse che divenisse un Archimede cos infelice per colpa di lui medesimo in aver voluto pubblicare per le stampe le sue nuove opinioni intorno al moto della terra contro il vero senso comune della Chiesa. Opinioni che lo fecero capitare qu nel S. Offizio di Roma, dove io allora esercitavo un luogo di supremo inquisitore, e dove procurai di ajutare la sua causa, quanto mi fu possibile"(151).
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CAPITOLO 4.
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Sommario: Interrogatorio del 12 aprile - Risposta di Galileo - Suo sistema di difesa - Parere dei tre consultori presentato add 15 aprile 1633 - Colloquio del Commissario Generale Vincenzo Macolano con Galileo add 27 dello stesso mese - Secondo interrogatorio 30 aprile - Terzo interrogatorio 10 maggio - Decreto 16 giugno - Prescrizioni contenute nel Decreto - Esame 21 giugno sopra l'intenzione.
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Add 12 aprile, Galileo fu sottoposto nel palazzo del S. Offizio al primo suo esame, nel quale il padre Commissario Vincenzo Macolano alla presenza di don Carlo Sincero procuratore fiscale lo interrog sostanzialmente intorno a due capi. 1. Quale risoluzione fu fatta nel febbraio del 1616 intorno a Copernico e in quali termini venne a lui notificata. 2. Se esso inform di tale risoluzione il padre maestro del sacro palazzo quando gli consegn il manoscritto dei dialoghi dei massimi sistemi.
Alla prima domanda il Galileo risponde che: "Una mattina il signor cardinale Bellarmino mi mand a chiamare e mi disse un certo particolare qual io vorrei dire all'orecchio di S. Santit prima che ad altri, ma conclusione fu poi che mi disse che l'opinione del Copernico non si poteva tener n difender, come contrariante alle Sacre scritture." Erano presenti a questa notificazione alcuni padri di San Domenico, intorno ai quali Galileo soggiunge: "non ho memoria se c'erano prima o vennero dopo, n meno mi ricordo se fossero presenti quando il signore Cardinale mi disse che la detta opinione non si poteva tenere, et pu essere che mi fusse fatto qualche precetto che io non tenessi ne difendessi detta opinione, ma non ne ho memoria, perch questa  una cosa di parecchi anni."
Galileo  pienamente in buona fede in questa sua risposta. Nel palazzo del Cardinale Bellarmino add 26 febbraio 1616 si compierono simultaneamente due fatti i quali avendo una stessa significazione miravano ad un medesimo scopo. Il primo  l'eseguimento dell'incarico che il Bellarmino ebbe dal S. Offizio di ammonire Galileo o meglio di denunziargli che la dottrina copernicana era stata sentenziata erronea e repugnante alle Sacre Carte. Il secondo sono le parole con cui il padre Commissario Generale Angelo Seghizzi dopo la denunzia del Cardinale Bellarmino disse sotto forma di intimazione a Galileo che d'ora in poi non avrebbe potuto sotto qualsiasi ragione tenere, difendere, od insegnare la detta dottrina. Il Cardinale ed il Commissario Generale adempierono entrambi agli ordini ricevuti.  naturale che il Bellarmino il quale da lungo tempo conosceva Galileo, lo ammonisse in tale occasione con benignit e che Galileo ponesse pi attenzione alle parole di lui che non a quelle del Seghizzi, supponendo anticipatamente che suonassero a un dipresso nel medesimo senso. E siccome non gli fu data lettura del verbale(152) disteso dal notaio del S. Offizio, cos nella sua memoria non rest la frase quovis modo che sollev s grande disputa(153).
Noi crediamo quindi che dal tenore della risposta di Galileo al padre Commissario non si possa inferire che egli si sia discostato dalla verit come alcuni pensarono.
Dovettero eziandio inclinarlo a dare un significato alquanto men rigido all'ammonizione summentovata i discorsi che il Bellarmino tenne col Cesi non che la nota lettera indirizzata al Foscarini, nella quale confessava che ove quella dottrina fosse riconosciuta vera, conveniva interpretare diversamente la Sacra Scrittura. Giova anzi ritenere che il secreto che Galileo domandava nell'esame di confidare alle orecchie di Sua Santit in ordine al Bellarmino si riferisse appunto all'accennata confessione. E se chiedeva di palesarlo al solo Pontefice e non ad altri ci era per evitare che Urbano Ottavo prendesse in mala parte la cosa come quegli che pi volte aveva dichiarato che l'Onnipotenza Divina rendeva vana ogni dimostrazione. Il rifiuto del Papa di udirlo, non  prova certamente di quella soverchia bont ed indulgenza che alcuni contrariamente ai fatti avvenuti gli attribuiscono.
Alla seconda domanda cio se nel chiedere licenza al padre maestro di stampare i dialoghi, lo avesse informato del precetto che gli era stato fatto nel febbraio del 1616, rispose: "io non dissi cosa alcuna al P. Maestro di Sacro palazzo quando gli domandai licenza di stampare il libro del sudetto precetto, perch non stimavo necessario il dirglielo, non havendo io scrupolo alcuno, non havendo io con detto libro n tenuta n difesa l'opinione della mobilit della terra e della stabilit del Sole." Qui per contro ci pare che Galileo tanto nelle parole sopra recate quanto nelle seguenti con cui soggiunge che nel suo libro egli dimostra che le ragioni del Copernico sono invalide e non concludenti si allontani dal vero.
Terminato l'esame gli si assegn per carcere. nel palazzo stesso del S. Offizio, una camera nel dormitorio dei custodi con l'ordine di non uscire da quella senza speciale licenza(154).
Il sistema di difesa al quale Galileo si appiglia se s'accorda con la prefazione nella quale dice che nello scrivere il libro intese semplicemente esporre le ragioni hinc et inde della dottrina Copernicana, contraddice per a tutto il tenore del medesimo. Quindi nelle risposte ci si sente lo stento e si vede l'incertezza del pensiero.
Il giorno 15 di aprile cio tre giorni dopo l'interrogatorio, furono presentati al S. Offizio i pareri dell'Oregio, dell'Inchofer e di Zaccaria Pasqualigo. L'Oregio afferma come teologo del Papa, Sanctissimi theologus, e consultore della Romana inquisizione che Galileo tiene e difende la mobilit della terra e la stabilit del Sole. L'Inchofer non solo conferma il parere dell'Oregio, ma aggiunge che Galileo  veementemente sospetto di aver dato adesione alla dottrina Copernicana, atque adhuc eam tenere. Nelle ragioni che esso adduce a conforto del suo voto si studia di aggravare Galileo, dicendo che assai tempo prima in una lettera all'Arciduca di Firenze (intendeva dire all'Arciduchessa) non solo approv la sentenza Copernicana, ma ancora cerc risolvere taluni luoghi della Sacra Scrittura, chiamando hebetes et pene stolidos, coloro che diversamente sentono. Soggiunge che questo scritto hic in urbe non paucorum manibus tenetur.
Addentrandosi indi con lunga e minuta analisi ne' dialoghi, pone in rilievo i brani che pi dovevano far senso sulla Congregazione del S. Offizio. Il linguaggio che adopera  quello di uomo appassionato, parziale, e ad un tempo ignaro delle scienze astronomiche.
Il padre Riccardi trasse quindi in errore il Niccolini cos quando lo assicur che l'Inchofer era favorevole a Galileo, come quando lo accert che esso (padre Riccardi) ne avrebbe preso la difesa, attesoch i documenti ben provano che avanti che i Dialoghi fossero deferiti al S. Offizio gi si era chiarito contrario.  d'uopo quindi procedere con molta cautela in tutta questa narrazione, e discutere e riscontrare con ponderazione i fatti; non solo perch le lettere dei contemporanei e quelle istesse di Galileo non vanno immuni da errori(155), ma anche perch il vincolo del secreto imposto dal S. Offizio rendeva difficilissimo il conoscere in quali termini stessero realmente le cose. E non meno difficile tornava cernere il vero dal falso, venendo riferite ora dagli uni ora dagli altri, come se fossero verit, talune parole che si dicevano per complimento(156).
Nel suo parere Zaccaria Pasqualigo consente con gli altri ed aggiunge esso pure che vi  sospetto che Galileo aderisca ancora all'opinione copernicana - I tre consultori adunque decisero unanimi che col suo libro Galileo contravvenne all'ammonizione ed al decreto della Congregazione dell'Indice, e per soprappi due di essi soggiunsero che vi era veemente sospetto che tuttavia aderisse. Questa ultima dichiarazione non poteva non nuocere grandemente a Galileo come quella che autorizzava il tribunale del S. Offizio a procedere rigorosamente. Arrogi che i mentovati pareri poi venivano presentati in quella che Galileo, rispondendo alle interrogazioni del Commissario, asseriva che aveva scritto il libro non gi per difendere la sentenza di Copernico, ma per mostrarne la invalidit delle ragioni.
Le cose pigliando mala piega, il padre Vincenzo Macolano, o fosse vivamente sollecitato dal Gran Duca per mezzo dell'ambasciatore Niccolini, o sentisse compassione del povero vecchio, il cui grande valore nelle scienze meccaniche non gli era ignoto, propose ai Cardinali componenti la Congregazione del S. Offizio che gli concedessero facolt di trattare estraiudicialmente col Galileo affine di renderlo capace dell'error suo, e redurlo a termine, quando lo conosca, di confessarlo; parve a prima faccia la proposta troppo animosa, e non si concepiva molta speranza di conseguire questo intento, mentre si teneva la strada di convincerlo con ragioni; ma con haver io accennato il fondamento col quale m'avanzavo a questo me n'hanno data facolt. E per non perder tempo hieri dopo il pranzo mi posi a discorrere col Galileo e dopo molti e molti argomenti e risposte passate fra noi, ottenni per gratia del Sig.re l'intento mio, che gli feci toccar con mano l'error suo, s che chiaramente conobbe di haver errato, et nel suo libro di haver ecceduto, il che tutto espresse con parole di molto sentimento, come che si trovasse consolatissimo della cognitione dell'error suo, e si dispose a confessarlo giuditialmente; mi dimand per alquanto di tempo per pensare al modo col quale egli poteva honestare la confessione, che quanto alla sostanza spero seguir nella maniera sudetta. Ho stimato obligo mio darne subito parte a V. E. non avendolo communicato a niun'altro, perch S. Santit et l'E. V. spero resteranno sodisfatti, che in questo modo si ponga la causa in termine che senza difficolt si possi spedire. Il Tribunale sar nella sua reputatione, col reo si potr usare benignit; e in ogni modo che si spedisca, conoscer la gratia che gli sar fatta, con tutte l'altre conseguenze di sodisfatione che in ci si desiderano. Oggi penso di essaminarlo per havere la detta confessione, et havendosi come spero non mi rester altro che interrogarlo sopra l'intentione, e dargli le diffese, e ci fatto si potr habilitare alla casa per carcere come mi accenn V. E. alla quale faccio humilissima riverenza.(157)
Ma le cose non sortirono conformemente a quanto qu si ripromette il Macolano. Perocch se Galileo si arrese, il Papa e la Congregazione del S. Offizio non gli fecero merito della sua arrendevolezza.
Add 30 aprile ebbe luogo il secondo esame nel quale Galileo, senza quasi aspettare che il Padre Commissario lo interrogasse, si fa a dire che essendosi posto a leggere con somma attenzione ed a considerare minutissimamente la sua scrittura (i dialoghi), ella mi si rappresent in pi luoghi distesa in tal forma, che il lettore non consapevole dell'intriseco mio harebbe havuto cagione di formarsi concetto che gli argomenti portati per la parte falsa, e ch'io intendevo di confutare, fossero in tal guisa pronunciati che piuttosto per la loro efficacia fussero potenti a stringere che facili ad essere sciolti; aggiunge che a ci fu mosso da vana ambizione, e che  pronto a confutare l'opinione copernicana in quel pi efficace modo che da Dio benedetto gli verr somministrato. I termini di questa confessione andando quasi al di l del necessario, paiono quindi o in parte o in tutto suggeriti dallo stesso Commissario. Galileo dovette fare gran forza su di s e provare profondissima mestizia nel proferirli; perch egli sette giorni prima dell'interrogatorio e quattro avanti il colloquio descrittoci dal Commissario, cio sotto il d 25 aprile 1633 scriveva dal letto al suo parente Geri Bocchineri: Mi sono poco fa venuti a visitare il Commissario e il Fiscale, che son quelli che mi disaminano, e mi hanno dato parola e ferma intenzione di spedirmi subito che io mi levi dal letto, replicandomi pi volte che io stia di buon animo e allegramente. Io fo pi capitale di questa promessa che di quante speranze mi sono state date per il passato, le quali si  visto per esperienza essere state fondate pi sulle conietture, che sopra la scienza. Che la mia innocenza e sincerit sia per essere conosciuta io l'ho sempre sperato, e ora pi che mai. Scrivo con incomodo e finisco(158).
Non poche sono le illusioni in cui cade Galileo e con lui i suoi amici, quindi non poche le contraddizioni, come gi osservammo, tra i fatti e le parole che si trovano nelle lettere sue, in quelle del Niccolini e dei contemporanei.
Il giorno stesso di questo secondo interrogatorio (30 aprile) Galileo se ne torn dal S. Offizio al palazzo del Governo Toscano. L'Ambasciatore vedendolo giungere improvvisamente ne fu tutto lieto e ne di tosto avviso in Firenze.
Add 10 maggio fu di nuovo chiamato al S. Offizio e nuovamente interrogato.
In questo terzo interrogatorio, che fu brevissimo, Galileo riconferma la confessione gi fatta chiamandosi in colpa di avere ecceduto, e consegna al Commissario l'autografo della dichiarazione del Bellarmino e ad un tempo una difesa per iscritto che egli gi portava con s, sebbene gli fossero assegnati otto giorni di tempo per presentarla. In questa scrittura di difesa dopo aver permesso che fu contro sua intenzione se non osserv l'ingiunzione che gli fu fatta nel palazzo del Bellarmino il 26 febbraio 1616, concede tuttavia di avere mancato e quindi si dichiara pronto a riparare al fallo. Conclude la sua difesa con le seguenti parole, dalle quali pur troppo si arguisce che egli pi non aveva forza per lottare. "Restami per ultimo il mettere in considerazione lo stato mio di commiseranda indisposizione corporale, nel quale una perpetua afflizion di mente per dieci mesi continui con gli incommodi di un viaggio lungo et travaglioso, nella pi orrida stagione, nell'et di 70 anni mi hanno ridotto con perdita della maggior parte degl'anni che il mio precedente stato di natura mi prometteva che a ci fare m'invita e persuade la fede che ho nella clemenza e benignit degl'eminentissimi signori miei giudici, con speranza che quello che potesse parere alla loro intera giustizia che mancasse a tanti patimenti per adequato castigo de miei delitti lo siano da me pregati per condonare alla cadente vecchiezza che pur anch'essa humilmente segli raccomando."
I mancamenti confessati con s commoventi parole nulla tuttavia poterono sull'animo dei giudici. Add 16 giugno il Papa con Decreto dello stesso giorno ordina che Galileo sia interrogato sopra l'intenzione, che gli sia comminata la tortura, che previa abiura de vehementi da farsi in piena Congregazione del S. Offizio si condanni al carcere a discrezione della S. Congregazione, che gli si ingiunga di non pi trattare n per iscritto n a voce n in qualsiasi maniera, quovis modo, della mobilit della terra e della stabilit del sole, che i dialoghi siano posti all'Indice e che un esemplare della sentenza si mandi ai nunzi apostolici e agli inquisitori sopra la eretica pravit sparsi nelle varie parti del mondo.
Questo Decreto che Monsignor Marino Marini con evidente mancanza di sincerit pubblic dimezzato, comprende:
1. L'esame sopra l'intenzione;
2. La minaccia della tortura e la applicazione della medesima, se il paziente la pu sostenere;
3. L'abiura;
4. La condanna al carcere ad arbitrio della Congregazione.
Queste quattro prescrizioni dovevano tutte quattro osservarsi scrupolosamente, non dando il decreto facolt al Commissario o ad altri di tornare indietro o proporre temperamenti qualunque fosse l'esito dell'esame sull'intenzione. Il giudicare come alcuni fanno che si potesse ommettere una qualunque delle prescrizioni enumerate e che in un Decreto della natura di questo talune prescrizioni si introducessero per formalit e quasi per riempitivo del discorso  cosa del tutto contraria ai canoni pi elementari della critica storica(159).
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CAPITOLO 5.
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Sommario: Esame sull'intenzione, add 21 giugno - L'esame rigoroso sinonimo di esame con tortura - Si ricerca se Galileo sia stato sottoposto all'esame rigoroso - Si conchiude che non fu sottoposto per fatto di Vincenzo Macolano, commissario generale - Il processo di Galileo nocque alle lettere ed alle scienze, e fu causa di debolezza intellettuale e morale per gli Italiani.
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Add 21 giugno, Galileo  sottoposto all'esame sopra l'intenzione. Come prima  introdotto nella stanza, il Padre Commissario Vincenzo Macolano lo interroga: an teneat vel tenuerit et a quanto tempore citra, solem esse centrum mundi et terram non esse centrum mundi et moveri etiam motu diurno. - Dopo la determinazione della Congregazione dell'Indice del 1616, io sempre tenni, risponde, come tengo ancora per verissima ed indubitata l'opinione di Tolomeo. Il Padre Commissario non acquietandosi n a questa n ad una seconda risposta di Galileo, lo esorta replicatamente a dire la verit; aliter devenietur contra ipsum ad remedia iuris et facti opportuna; e poco appresso, con pi dure parole: aliter devenietur ad torturam.
Alla iterata minaccia Galileo senza tornare sulle cose gi dette, si volge con accento di cupa rassegnazione a' suoi giudici: io sono qua per far l'obbedienza et non ho tenuta questa opinione dopo la determinatione fatta come ho detto.
Qui finisce l'esarne ed il notaio del S. Offizio ne chiude il Verbale con le seguenti parole: et cum nihil aliud possit haberi in executionem decreti, habita ejus subscriptione, remissus fuit ad locum suum. A questo verbale, che  a pagina 452 recto del volume del processo, seguono nella pagina 453 verso dello stesso foglio due ordini del papa: l'uno circa la pubblicazione della sentenza in Firenze, l'altro circa la relegazione di Galileo in Siena. Nelle pagine successive poi vengono i documenti degli atti posteriori alla condanna. Il volume del processo, dopo l'esame del ventuno, nulla pi registra o rammenta che abbia attinenza con nuovi interrogatorii o esami o atti di qualunque natura compiutisi per rispetto a Galileo mentre ancora era in Roma(160).
Per conoscere adunque quello che accadde dopo le replicate minacce di tortura siamo costretti di porre da parte il mentovato volume e pigliare per guida la sentenza, concedendo la parola ai cardinali che sedevano giudici nel Convento della Minerva. Cum vero nobis videretur non esse a te integram veritatem pronunciatam circa tuam intentionem; iudicavimus necesse esse venire ad rigorosum examen tui, in quo (absque priudicio aliquo eorum, quae tu confessus es, et quae contra te deducta sunt supra circa dictam tuam intentionem) respondisti catholice.
La sentenza  narratrice fedele di quanto avvenne. Essa  il documento principale e pi autorevole del processo. Niuno ha diritto secondo le leggi della buona critica di supporre che i giudici non dicano pienamente il vero, perci conformandoci alle loro affermazioni dobbiamo necessariamente concludere che Galileo secondo la sentenza fu sottoposto al rigoroso esame. Vediamo ora che fosse questo esame rigoroso. Aprendo un trattato qualunque di diritto inquisizionale e quello che  pi comunemente citato sotto il titolo di Arsenale dell'Inquisizione, noi leggiamo; quando il reo non avr purgato gli indicii che contro a lui risultano dal processo,  necessario per haverne la verit, venir contro di lui al rigoroso esame; ESSENDO STATA RITROVATA LA TORTURA per supplire al difetto dei testimoni, etc(161).
Ognun vede che qui l'esame rigoroso  sinonimo di esame con tortura, ed a ragione. Perocch se dopo l'esame sull'intenzione, che  ultimo nella serie delle prove orali, vi era ancora un altro esame, questo non poteva pi essere un semplice esame orale, ma un esame rigoroso o esame con tortura. Al fine di dissipare ogni ombra di dubbio ci varremo di due manoscritti che conservansi nella Biblioteca Casanatense di Roma, e che appartengono tutti e due alla prima met del secolo decimosettimo. L'uno ha per titolo: avvertimenti per formare le sentenze nel tribunale del S. Officio: l'altro: la theorica di procedere tanto in generale quanto in particolare, nei casi appartenenti alla Santa Sede, ecc.
Quando  terminato il processo offensivo e difensivo, dice il primo, e si procede alla tortura del reo, o per havere la verit negata o perch confessi tutto il delitto, se in parte lo neg, si dovranno usare le seguenti parole, le quali sono quelle stesse che si ritrovano nella Sentenza contro Galileo: non parendo al giudice che colui havesse interamente confessato, determin di procedere contro di lui all'esamine rigoroso, in virt di cui, se haver confessato, s'aggiunger che esposto alla corda per l'una, o per pi, o per tutte le suddette ragioni, confess, etc. Secondo quanto  qui prescritto l'applicazione della tortura deve essere indicata nella Sentenza, con le parole esamine rigoroso. Il secondo manoscritto non  meno esplicito. E come autore di esso  Diodato Scaglia vescovo di Melfi, nipote e segretario del Cardinale Desiderato Scaglia, il cui nome viene terzo tra i Cardinali che sottoscrissero alla Condanna, cos la sua autorit  massima essendo esso scritto nel tempo in cui compievasi il processo di Galileo. Le norme che sono in questo manoscritto indicate per la formazione delle sentenze sono quelle che appunto praticavansi. In questo secondo manoscritto adunque che per soprasello  dedicato al Cardinale Barberini, altro giudice di Galileo, il mentovato(162) Vescovo Diodato Scaglia, il cui nome  posto sotto la lettera di dedica in capo al codice, leggiamo tra le altre proposizioni le seguenti: se fu decretato di dar la corda repetta al reo, non  necessario farne menzione, ma basta il dire, fu risoluto procedersi contro di te all'esame rigoroso. E poco appresso: facendosi menzione della tortura decretata, su l'intenzione e credulit del reo si pu aggiungere e spiegare distintamente quello che si presume di cercare in questa parte col tormento, etc. Si dir fu risoluto di procedere contra di te all'esamina rigorosa per sapere e maggiormente assicurarci della tua intenzione e credulit(163).
Non moltiplichiamo le citazioni, perch le arrecate sono pi che bastanti per dimostrare che l'esame rigoroso suona nel linguaggio del Santo Offizio esame con tortura. Senza che  noto che quando non reputavasi necessario di venire all'esame rigoroso, la formola che adoperava il Commissario nell'esortare l'inquisito a confessare la verit era per lo pi un semplice appello affinch frugasse ben bene nella sua coscienza e dicesse la verit; e che per contro quanto deliberavasi di procedere alla tortura il Commissario usciva per lo pi nelle seguenti parole, che sono anche esse conformi a quelle registrate nell'ultimo costituto di Galileo: Et DD. dicentibus, quod, nisi se resolvat dicere veritatem, contra eum devenietur ad remedia juris et facti opportuna; e quasi sempre ripetevasi: et DD. clare dicentibus quod contra eum devenietur ad torturam. Medesimamente nella sentenza contro Galileo, si ritrovano le parole con cui prima di venire all'esame rigoroso pigliavasi atto di quanto il reo aveva confessato nell'esame sull'intenzione. Non , soggiunge lo Scaglia, in tutto soverchio l'aggiungere che il decreto della tortura fu risoluto con quella clausola sine praejudicium confessatorum; ed infatti nella sentenza  detto iudicavimus necesse esse venire ad rigorosum examen tui, in quo (absque praejudicio aliquo eorum quae tu confessus es etc). Nella sentenza adunque  giuridicamente fermato che Galileo secondo il Decreto del 16 ebbe a patire dopo l'esame sull'intenzione l'esperimento della tortura.
Ritorniamo ora al volume del processo e vediamo a che si debba attribuire il silenzio che esso serba intorno all'esame rigoroso decretato dal Papa, iteratamente minacciato dal Commissario, dato come eseguito dagli autori della sentenza.
Terminato l'esame sull'intenzione, il Commissario, habita eius subscriptione, rimand Galileo al suo luogo. Il notaio del S. Offizio, che assist al detto esame, non aggiunge altra parola alle riferite.
Quanti hanno pratica della procedura del S. Offizio non ignorano che, secondo le prescrizioni della medesima, il notaio era tenuto di registrare l'esame rigoroso e i pi minuti particolari del medesimo. Nei verbali che abbiamo sotto gli occhi  indicato dapprima l'ordine che si d di condurre l'inquisito al luogo della tortura, adduci ad locum torturae; poi le parole che a lui si rivolgono mentre  spogliato e legato, dum spoliaretur et ligaretur; poi tutte le risposte del reo, tutti i ragionamenti, i moti che fa, tutti i sospiri, tutte le grida, tutti i lamenti e le lacrime che manda quando riceve la tortura. Mandavit in funem elevari, qui sic elevatus clamare coepit alta voce: o Signore Dio, misericordia; o Nostra Donna, aiutami, pluries et replicando, et deinde tacuit, et cum ita aliquantulum tacuisset, iterum clamare coepit: o Dio, o Dio, ecc. Ed ancora doveva il notaio stendere il verbale dell'esame rigoroso di primo grado, il quale consisteva nel condurre il reo nella stanza della tortura, e quivi spaventarlo ed atterrirlo senza martoriarlo, cio quando reus tantum ligatur ad funem, torturaque sibi comminatur, nec ultra proceditur, quae territio nuncupatur(164).
Ci premesso, ci restano due ipotesi ad esaminare.
O la tortura fu applicata ed il notaio non ne fece cenno. O la tortura non fu applicata per deliberazione del Commissario.
La prima ipotesi non  suffragata da fatto alcuno. Il notaio per debito della professione interveniva a tutti gli esami, e per debito della sua professione scriveva e registrava quanto passava sotto i suoi occhi. Se nulla scrisse intorno all'esame rigoroso,  segno che non assistette a nessun esame rigoroso, ossia che non fu Galileo sottoposto al medesimo. Supporre che sia stato sottoposto all'esame rigoroso, senza che il notaio vi assistesse e lo notasse,  supporre cosa assurda. E perch avrebbe il Commissario torturato clandestinamente Galileo senza intervento del notaio? O perch il notaio, intervenendo all'esame, non ne avrebbe disteso il verbale? Forsecch dobbiamo immaginarci che un notaio del S. Offizio, uso a registrare gli esami rigorosi di numerosa gente straziata dal feroce ingegno degli uomini, sentisse compassione per Galileo? Ovvero si vergognasse di scrivere che Galileo fu torturato, mentre il Papa ed i Cardinali non si erano vergognati di ordinare nel Decreto che dovesse essere torturato? Coteste immaginazioni o supposizioni, oltrecch non agevolano la spiegazione, trasformano il notaio del S. Offizio in un filosofo umanitario che anticipa con profondit di mente sul giudizio dei posteri, quasi presagendo che questi avrebbero riprovato non solo gli uomini che decretavano l'atto crudele, ma quelli ancora che ne facevano testimonianza.
Veniamo adunque alla seconda ipotesi. Chi era il padre Macolano, quali relazioni aveva con Galileo? Il padre Macolano era anzi tutto uomo di indole mite e di molta dottrina, conosceva Galileo, era famigliare con l'oratore toscano, e crediamo anche col Granduca. Nei parecchi colloquii che ebbe con Galileo durante il processo seppe non solo acquistarne la fiducia e attirarlo a s con l'affetto, ma operare nella sua mente con la persuasione. E ci  tanto vero che Galileo, scrivendo a Geri Bocchineri suo congiunto ed a suor Maria Celeste, non fa altro che dire che egli ripone tutte le sue speranze nel padre Commissario, e che  sicuro che questi non fallir alle medesime(165). E ci  tanto vero che Galileo, dopo il colloquio del 27 aprile, scrive festante alla figliuola che esso  pi che mai sicuro che i suoi nemici non vinceranno, e che egli uscir dal processo vittorioso(166). Sappiamo eziandio che Galileo dopo il primo esame si rimise intieramente nelle mani del padre Commissario, e che mut il suo sistema di difesa per seguirne i consigli. Il Macolano a sua volta desiderava sinceramente che il processo venisse terminato con sollecitudine e che Galileo fosse punito mitemente e senza esame rigoroso e senza abiura, come si inferisce dalla lettera che scrisse al cardinale Francesco Barberini dopo 1'avvenuto colloquio del d ventisette aprile(167). Per le addotte considerazioni  chiaro che il Macolano aveva esso pure obblighi verso il Galileo e doveva inclinare a far uso delle facolt discrezionali che la procedura dell'inquisizione gli dava(168), cio di non passare alla tortura quando l'inquisito o per vecchiaia o per ragione di infermit avrebbe corso pericolo della vita. Od anche lasciando da parte la facolt discrezionale, egli che ben sapeva che Galileo era travagliato da un'ernia, e che per soprappi versava in condizioni di mal ferma salute, poteva, senza passare allo sperimento prescritto dal Decreto, ritenere per fermo e come se fosse accertato dallo sperimento stesso, che il corpo del nostro filosofo non avrebbe potuto reggere all'esame rigoroso. Ecco a nostro avviso la ragione per cui il Macolano non di principio al medesimo. Quindi non  merito di Urbano Ottavo o della Congregazione del S. Offizio, ma del futuro cardinale di S. Clemente, se le membra di Galileo non furono straziate dall'inumano supplizio.
Ma come si spiega che nella sentenza si favelli come se l'esame rigoroso fosse stato da Galileo sostenuto?
L'esame sull'intenzione fu fatto il d ventuno. Ora, siccome la sentenza si lesse add ventidue in piena Congregazione, e siccome avanti che si leggesse gi dovette essere approvata e firmata dai Cardinali,  indubitato che essa fu scritta avanti l'esame del ventuno; anzi crediamo che fu scritta contemporaneamente al Decreto del 16 giugno, e in ogni caso prima che il verbale del mentovato esame fosse trasmesso dal palazzo dell'Inquisizione, dove si facevano i singoli esami, al convento della Minerva, dove sedeva la Congregazione del S. Offizio. Dunque la sentenza fu compilata nella previsione che fosse stato eseguito tutto quello che nel Decreto era stato prescritto. Abbiamo in una parola due fatti. L'uno  che il Decreto del Papa, la sentenza e l'esame sull'intenzione ci portano a concludere che Galileo sostenne la tortura, l'altro che il volume del processo non ne fa menzione. Dal nostro ragionamento ci sembra dimostrato come per una parte si potesse affermare nella sentenza che alla minaccia tenesse dietro lo esperimento, e come per un'altra parte lo esperimento non avesse luogo s perch non  stato registrato dal notaio, s perch il padre Commissario era in tale condizione d'animo da dover temperare e non aggravare i provvedimenti di Urbano VIII(169).
Al fine poi di rimuovere per ultimo ogni qualunque dubbio che il volume del processo sia stato falsificato, vuoi per la mancanza in esso dei documenti che si riferiscono all'abiura ed alla sentenza, vuoi per il silenzio intorno al quale discorremmo pi sopra, giova avvertire: 1. che i due atti dell'abiura, cio, e della sentenza essendosi compiuti nella sala del convento della Minerva dove sedeva la Congregazione,  naturale che i rispettivi documenti restassero negli archivii di questa(170); 2. che non vi era motivo di toglierli dal volume se gi fossero stati inseriti, essendosene spedita copia a tutti gli inquisitori del mondo con obbligo di darne pronta lettura; 3. che per operare la falsificazione era d'uopo non solo levare via le pagine nelle quali si fosse parlato dell'esame rigoroso, ma quelle principalmente che contenevano il Decreto del 16 giugno e l'esame del ventuno; 4. che infine era pur d'uopo sopprimere la sentenza, bastando questa sola a dar forza, sino a prova contraria, a tutte le asserzioni comprovanti l'atto giuridico del rigoroso esame.
Tra le punizioni che vennero inflitte al Galileo dovette tornargli gravissima quella onde fu costretto di affermare il contrario di ci che pensava, abiurando in piena Congregazione la dottrina copernicana. Certo che se invece degli Inchofer, dei Zaccaria Pasqualigo o di Urbano Ottavo vi fossero stati ancora i Bembo, i Sadoleto, i Contarini, i Reginaldo Polo e Paolo III, un tale atto non si sarebbe compiuto.
Al povero Galileo domandavasi con l'abiura quello che n esso n persona al mondo potevano dare, cio la rinunzia alla verit, all'obbligo di ricercarla, amarla, obbedirle. La facilit con cui si introdusse per la prima volta l'abiura in materia scientifica, attesta la leggerezza dei Cardinali e l'orgogliosa fiducia che Urbano Ottavo riponeva nella propria ragione e ne' suoi strambi concetti intorno all'onnipotenza divina(171).
Contro pena cos contraria alla dignit umana ed all'assoluto dominio che compete alla verit protest nel secolo seguente la coscienza popolare, giudicando e condannando a sua volta i teologi con quel motto sublime: eppur si move1(172)".
 singolare il timore che di s eccit in Roma Galileo anche dopo l'abiura e la condanna. Urbano Ottavo lo vigila e lo fa vigilare, n vuole che comunichi coi dotti stranieri ed italiani. Il Castelli prega e riprega perch gli si consenta di visitarlo, promettendo di non intrattenersi con lui sopra il moto della terra. L'inquisitore di Firenze informa Roma intorno alle occupazioni di Galileo nella sua solitudine di Arcetri. Queste ed altre cautele fanno manifesto che in fondo i giudici paventavano che dalla voce dell'abiurante potesse ancora uscire qualche testimonianza che rendesse dubbia la profferita condanna.
Neanco oggi il negozio Galileiano  trattato con coraggio e con indipendenza di mente da quella parte numerosa di scrittori che ricerca nella Storia non quello che , ma quello che desidererebbe vi fosse.
L'ultimo e pi profuso panegirista di Urbano Ottavo e dell'inquisizione, il sacerdote Sante Pieralisi, mentre lamenta che Galileo (ci che non  vero) dimostrasse poca prudenza nel trattare del moto della terra in ordine alle Sacre Carte, non osa chiamare imprudenti i teologi che le interpretavano a loro piacimento, quasi ne avessero il diritto. Esso non s'accorge che non vi  atto illegittimo di autorit che non sia stato commesso dai giudici di Galileo; che l'abiura fu immorale anche solo stando alle cognizioni che allora si avevano intorno alla materia. Come gi altri scrittori precedenti, coi quali ha comuni le idee, senza pur di lontano avvertire che il Tribunale dell'inquisizione torn fatalissimo alla Chiesa, seguita a dire che Galileo non sapeva dimostrare il moto della terra, mentre i consultori del 1616 e pi ancora quelli del 1633 lo accusano di bis defendere il sistema Copernicano e di voler provare troppo(173).
E parimenti oblia che la verit obbliga in modo assoluto; e che Galileo al paro di tutte le anime elette era attirato verso quella da un amore nobile e profondo e da un interno ed invincibile impulso.  d'uopo disconoscere in che consista la dignit e la grandezza dell'uomo per lamentare che Galileo non abbia preferito di rinunziare alla pubblicazione del libro dei Dialoghi de' massimi sistemi, anzich disobbedire al precetto Bellarminiano. "Oh quanto buon senno avrebbe fatto Galilei, esclama il Pieralisi, se avendo pi che gli altri a memoria i forti contrasti e i pericoli che aveva passati, il vincolo a cui si era legato per continuare il silenzio su l'opinione Copernicana, la conversazione col pontefice, che con misurata e prudente benevolenza lo favoriva in tutto, fuorch nel permesso di pubblicare questo libro, si fosse appigliato al consiglio non de' troppo affezionati come erano il Ciampoli ed il Castelli, ma degli amici pi veggenti ed accorti di cui aveva grandissima stima1(174)."
 doloroso il pensare che vi sia oggi ancora chi ardisce affermare che Galileo avrebbe fatto prova di buon senno, se anzich investigare la verit ed esporla agli uomini, si fosse ridotto al silenzio od avesse in sua vece proclamato e confessato l'errore.  del pari doloroso che dopo due e pi secoli dal processo vi sia chi coi documenti sotto gli occhi dica, come il Pieralisi, che Galileo doveva rispettare il vincolo cui si era legato per continuare il silenzio sull'opinione Copernicana, quasi fosse esso Galileo che avesse spontaneamente assunto un tant'obbligo, e se assunto od imposto si avesse potuto mantenere? Il consiglio dell'Aproino, amico sincero del Galileo, a cui il Pieralisi allude e di cui riferisce le parole senza ben ponderarle  affatto diverso. L'Aproino conoscendo che Galileo aveva a fare con uomini i quali avrebbero potuto lasciarsi trasportare a qualche stravaganza (frase che non torna ad onore dei giudici reputati pieni di senno dal Pieralisi), lo esortava non gi di smettere lo scrivere e lo speculare intorno alla costituzione del mondo o di nascondere i suoi pensieri, ma di deporre tre o quattro copie del manoscritto dei dialoghi in librerie PUBBLICHE e LIBERE, come sarebbe una qui (in Venezia), una in Francia, in Germania, o in Fiandra, con qualche lettera annessa, che testificasse del tempo, e POI SI LASCIASSE TORNE COPIA DA CHI NE VOLESSE. Ognuno vede che le parole dell'Aproino hanno significato ben diverso da quello che loro attribuisce il Pieralisi. Anzi l'Aproino stesso per rendere pi chiaro il suo pensiero e rimovere ogni dubbio che il consiglio che esso dava potesse impedire che la verit si divulgasse, soggiungeva che cos operando la dottrina si verrebbe a ricevere con maggiore avidit e reputazione(175). Niuno quindi si meraviglier se il Pieralisi affermi con seriet che Galileo diede a Urbano Ottavo la tortura morale; e che chiami provvido il Decreto col quale si infliggevano a Galileo tutte le pi dure punizioni che nel Codice dell'inquisizione si contengono.
 poi contrario e contrarissimo ai fatti quanto esso scrive, che cio Campanella perdesse in gran parte la benevolenza di Urbano VIII, perch troppo si infiammasse a vantaggio di Galileo, quando non pu ignorare che le molte lettere inedite che del Campanella si conservano nella Biblioteca Barberiniana, alla quale il Pieralisi sovraintende, mostrano che ci procedette da ben altra causa. La passione gli fa spesso cos gran velo che talvolta egli legge in un documento quello che non c', come pi sopra abbiamo notato riportando la lettera dell'Aproino, e talvolta non si accorge degli errori e delle contraddizioni che si incontrano nei documenti riferiti, come apparir qui appresso.
Il Decreto del 16 giugno 1633  uno dei documenti pi importanti del processo galileiano. Esso venne stampato da Enrico de l'Epinois nell'opuscolo pi volte citato e dal professore Silvestro Gherardi nello scritto che noi pure gi mentovammo. Il primo lo copi dalla pag. 451 verso del volume del processo, il secondo dai registri che si tenevano presso la Congregazione del S. Offizio.
Nella stampa di Enrico de l'Epinois noi leggiamo: "Galilaei de Galilaeis de quo supra proposito CAUTUS Sanctissimus decrevit ipsum interrogandum esse super intentione, etc."
Nella stampa del prof. Gherardi: "Galilaei de Galilaeis florentini in hoc S. Offitio carcerati et ob eius adversam valetudinem ac senectutem cum praecepto de non discedendo de domo electae habitationis in urbe ac de se representando toties quoties sub poenis arbitrio sacrae Congregationis habilitati PROPOSITA CAUSA relato processo et auditis votis, Sanctissimus decrevit ipsum Galilaeum, etc."
Confrontando le due versioni si scorge a prima giunta che l'Epinois lesse erroneamente cautus invece di causa, attesoch  contro ogni convenienza ed ogni buona regola che il Papa sia chiamato cautus a titolo di elogio in un Decreto fatto collegialmente dalla Congregazione del S. Offizio, di cui il Papa stesso era presidente. Or il Pieralisi, non pur pensando che qui vi potesse essere un errore di trascrizione, coglie la voce cautus al balzo, e vi fabbrica sopra un suo raziocinio, cio che cauto vien chiamato il Pontefice nel fare questo Decreto, senza del quale il Galilei correva pericolo di essere torturato(176). Cotesto ragionamento non ha misura nella sua singolarit: 1. perch in esso si dice che i Cardinali del S. Offizio si siano affrettati a dichiarare con solennit che il Papa fu cauto nel fare o nell'approvare il mentovato Decreto, quasi essi potessero fin d'allora prevedere che i posteri vi avrebbero malignato sopra; 2. perch, se il Papa, qualificato cauto, con rara finezza d'accorgimento non avesse nel suo Decreto ordinato all'inquisitore di esperimentare se Galileo potesse reggere alla tortura, questi correva pericolo di essere torturato; ossia che venne intimata la tortura, perch della tortura non si avesse pi a parlare. Noi siamo costretti di confessare che la nostra mente non arriva a comprendere la speculazione troppo sottile del Bibliotecario della Barberiniana intorno al vocabolo cautus, introdottosi erroneamente nel Decreto di Urbano VIII. Ma ci sia detto di passaggio, non essendo nostro intendimento di entrare in polemica o di rilevare le asserzioni errate e inesatte che si trovano cos nel libro del Pieralisi come in quelli degli apologisti del tribunale dell'Inquisizione; facciamo quindi punto e veniamo alla conclusione.
La proibizione del sistema copernicano nel 1616 fu causa che Galileo ad ogni pi sospinto trovasse intoppo e freno nelle sue speculazioni e nelle sue ricerche. Grande travaglio derivava alla sua mente dall'obbligo di guardare a destra e sinistra prima di parlare, di non potere pubblicamente consultare i pensatori di Europa sulle cose sue, e di essere quasi costretto di smettere gli studi di critica scientifica, nella quale non aveva nel suo secolo chi gli fosse a pari. Il mito di Prometeo incatenato alla rupe ci ritrae alquanto la condizione del nostro filosofo. Nelle sue lettere e ne' suoi appunti e postille manoscritte vi sono parole che esprimono tutto il dolore della sua anima. Fatto quasi gi cieco scrive ad uno de' suoi pi cari amici: "nelle mie tenebre vo fantasticando or sopra questo or sopra quello effetto di natura, n posso come vorrei dar qualche quiete al mio inquieto cervello, agitazione che molto mi nuoce, tenendomi poco meno che in perpetua vigilia(177)." Per portare retto giudizio intorno a Galileo  d'uopo ponderare attentamente lo stato psicologico di lui, i legami aspri e duri che lo stringevano da tutte le parti, la pienezza della sua vita interna, l'amore profondissimo che sentiva per la verit e la commozione ed esaltamento che dalla meditazione di quella veniva al suo animo. Negli ultimi mesi di sua vita, interrogato da un amico circa una sua dubitazione intorno al sistema copernicano, egli risponde rendendo omaggio al medesimo con fine ed acre ironia e con vivacit quasi giovanile: "La falsit del sistema copernicano non deve essere in conto alcuno messa in dubbio, e massime da noi cattolici, avendo la irrefragabile autorit delle Scritture Sacre, interpretate dai maestri sommi in Teologia, il concorde assenso de' quali ci rende certi della stabilit della terra posta nel centro, e della mobilit del Sole intorno ad essa. Le congetture poi per le quali il Copernico ed altri suoi seguaci, hanno profferito il contrario, si levano tutte con quel saldissimo argomento preso dalla Onnipotenza d'Iddio, la quale potendo fare in diversi, anzi in infiniti modi, quello che alla nostra opinione e osservazione par fatta in un tal particolare, non dobbiamo volere abbreviare la mano di Dio, e tenacemente sostenere quello in che possiamo essere ingannati(178)."
Non poteva per fermo porre in maggiore rilievo la vanit del suo giudice, che chiamando saldissimo quell'argomento col quale Urbano Ottavo assegnava a Dio il singolare ufficio di ingannarci; facendo che le cose non siano quali la esperienza, il calcolo ed il ragionamento dimostrano. Ma fatta astrazione dalla persona di Galileo, il processo e la proibizione tornarono funestissimi alle scienze ed alla speculazione in Italia. I discepoli di lui non eccettuati i migliori, o disertarono il vasto campo che loro aveva esso aperto o divennero soverchiamente timidi, quindi infecondi. Castelli infatti nulla disse intorno alla nuova costituzione del Mondo, Campanella scriveva che non osava professare pubblicamente la dottrina di Copernico, Viviani la disdiceva consenzienti gli amici, Cavalieri, Torricelli non ne parlarono e medesimamente il Magalotti, il quale voleva pur esso che la si lasciasse da parte. La mancanza di libert nello speculare fu causa di morte prima dell'accademia dei Lincei, istituzione unica nel suo tempo, poi dell'accademia del Cimento. Onde l'Italia dopo il meraviglioso periodo di una civilt vigorosa e tutta domestica del secolo decimoterzo, dopo il secondo periodo di una civilt meno casalinga, ma sua ancora, perch latina, nel secolo decimoquinto, si vide arrestata in sul principio di un terzo e non meno splendido periodo. Le vessazioni e le proibizioni scemarono gagliardia e spontaneit e universalit alla nostra mente, lo stile divenne incerto, indeterminato; ed interdetto il trattare di governo, di scienza o di religione, ci volgemmo a cose frivole e di poco conto.
Alle grandi accademie istituite coll'intento di rinnovare e promuovere gli studi speculativi e di filosofia naturale sottentrarono le piccole non aventi scopo di sorta. Ne scapitarono la operosit intellettuale, l'amore per le ricerche e per la verit obbiettiva, la grandezza dei sentimenti e la nobilt del carattere. Niuna cosa tanto nuoce ad un popolo quanto l'obbligo di esprimere solo per met il pensiero o di velarlo.
La nazione in cui questa condizione di cose si avvera diviene intelettualmente inferiore alle nazioni cui  dato di spaziare liberamente nelle vaste regioni dello scibile. La sua coltura si fa ristretta, priva di originalit, vaporosa, ombratile. Nascono abitudini servili e di dissimulazione; scompaiono i grandi libri, le grandi persone, i grandi propositi. Il che spiega come dopo circa tre secoli, la speculazione in Italia provi ancora grandissima fatica a riaversi dal colpo con cui fu percossa nella persona di Galileo.
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FINE.
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DOCUMENTI.
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Florentin. Vol. 1182. EX ARCHIVIO S. OFFIZ. CONT. (CONTRA) GALILEUM GALILEI. MATHEMATICUM. (179)
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PROCESSO CONTRO GALILEO GALILEI COPIATO DAL VOLUME 1182 DELL'ARCHIVIO DEL S. OFFIZIO.
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PROCESSO CONTRO GALILEO GALILEI FATTO NELL'ANNO 1616 E CONDANNA DELLA DOTTRINA DI COPERNICO.
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DOCUMENTO 1. Sunto dei due processi.(181)
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Nel mese di febbraio 1615, il Padre Maestro Fra Niccol Lorini, Domenicano di Fiorenza, trasmise qua una scrittura del Galileo che in quella citt correva per manus, la quale seguendo le posizioni del Copernico che la terra si muova, et il Cielo stia fermo, conteneva molte proposizioni sospette, o temerarie avvisando che tale scrittura fu fatta per occasione di contradire a certe lezioni fatte nella Chiesa di S. Maria Novella dal P. Caccini sopra il X capitolo di Giosu alle parole: Sol ne movearis. (Foglio 2)(182)
La scrittura  in forma di lettera scritta al P. D. Benedetto Castelli monaco Cassinense, matematico all'hora di Pisa, e contiene le infrascritte proposizioni.
Che nella scrittura sacra si trovano molte proposizioni false quanto al nudo senso delle parole.
Che nelle dispute naturali ella dovrebbe esser riserbata nell'ultimo luogo.
Che la scrittura per accomodarsi all'incapacit del popolo non si  astenuta di pervertire de' suoi principalissimi dogmi, attribuendo sin all'istesso Dio condizioni lontanissime e contrarie alla sua essenza.
Vuole che in certo modo prevaglia nelle cose naturali l'argomento filosofico al sacro.
Che il comando fatto da Giosu al Sole che si fermasse si deve intendere fatto non al Sole, ma al primo mobile quando non si tenga il sistema di Copernico.
Per diligenze fatte non si pot haver l'originale di questa lettera. (Foglio 25)
Fu esaminato il Padre Caccini qual depose oltre le cose suddette d'haver sentito dire altre opinioni erronee dal Galileo. (Foglio 11)
Che Dio sia accidente, che realmente rida, pianga, ecc.
Che li miracoli quali dicesi essersi fatti da Santi non sono veri miracoli.
Nomin alcuni testimoni dall'esame de' quali si deduce che dette proposizioni non fossero assertive del Galileo, n de' discepoli, ma solo disputative.
Veduto poi nel libro delle macchie solari stampate in Roma dal medesimo Galileo le due proposizioni.
Sol est centrum mundi, et omnino immobilis motu locali. Terra non est centrum mundi, et secundum se totam movetur etiam motu diurno. (Foglio 34)
Furono qualificate per assurdo in filosofia. (Foglio 35)
E la prima per heretica formalmente come espressamente ripugnante alla scrittura et opinione de' Santi. La seconda almeno per erronea in fide attesa la vera teologia.
Pertanto a 25 di febraio 1616 ordin N. S.re al S. Cardinale Belarmino che chiamasse avanti di s il Galileo e gli facesse precetto di lasciare, e non trattar in modo alcuno di detta opinione dell'immobilit del sole e della stabilit della terra. (Foglio 36)
A 26 detto dal medesimo S. Cardinale presenti il padre Commissario del S. Ufficio, notaro, e testimoni, gli fu fatto il detto precetto al quale promise d'obbedire. Il tenore di cui  che omnino desereret dm (dictam) opinionem nec et de coetero illa quovis modo teneret, doceret, et defenderet alias contra ipsum in S. Ufficio procedet. (Foglio 36 e 37)
In conformit di che usc decreto della S. Congregazione dell'indice, col quale si proib qualmente ogni libro che tratta di detta opinione del moto della terra, e stabilit del sole. (Foglio 38)
Del 1630 il Galileo port a Roma al P. M.(183) di S. Palazzo il suo libro in penna per stamparlo e per quanto si riferisce (foglio 46) fu per ordine di lui revisto da un suo compagno, di che non apparisce fede, anzi nella medesima relazione s'ha che voleva il M. di S. P.(184) per maggior sicurezza veder per s stesso il libro, onde per abbreviare il tempo concord coll'autore che nell'atto di stamparlo glielo facesse vedere foglio per foglio ed a ci potesse aggiustarsi collo stampatore gli diede l'imprimatur per Roma.
And dopo l'autore a Fiorenza di dove fece istanza al P. M. di S. P. per facolt di stamparlo col e li fu negata.
Si rimise di poi il negozio all'inquisitore di Fiorenza, ed avocando il P. M. di S. P. da s la causa, lasci a lui la carica di concederlo o no: e l'avviso di ci ch'aveva ad osservare nell'impressione.
S'hanno copia d'una lettera scritta dal P. M. di S. P. all'inquisitore di Firenze, e della risposta dell'inquisitore il quale avvis d'aver comessa la correzione del libro al Padre Stefani Consigliere del Santo Ufficio, e copia della Prefazione e principio dell'opera, e notazione di ci che doveva l'autore dire nel fine dell'istessa opera. (Fogli 48 et seguenti)
Dopo questo il P. M. di S. P. non seppe altro, se non che ha veduto il libro stampato in Fiorenza, e pubblicato coll'imprimatur di quell'inquisitore, ed anco coll'imprimatur di Roma, e per ordine di N. S.(185) fece raccoglier gli altri, dove ha potuto far diligenza. Consider il libro e trov che il Galileo aveva trasgredito gli ordini, ed il precetto fattogli con receder dall'ipotesi.
Ed essendosi riferito questo, ed altri mancamenti nella Congregazione del S. Ufficio a 23 di settembre 1632 Sua Beatitudine ordin si scrivesse all'Inquisitore di Fiorenza che facesse precetto al Galileo di venire a Roma. (Foglio 52)
Venuto e costituito nel S. Ufficio a 12 di aprile (foglio 69) 1633.
Crede di esser stato chiamato a Roma per un libro da lui composto in dialogo, nel quale tratta dei due sistemi massimi, cio della disposizione de' Cieli, e delli elementi, stampato in Fiorenza l'anno 1632; qual ha riconosciuto, e dice averlo composto da dieci o dodici anni in qua, e che intorno a esso vi  stato occupato sette o otto anni, ma non continuamente.
Dice che dell'anno 1616 venne a Roma per sentir quello che convenisse tener intorno all'opinione del Copernico circa la mobilit della terra e stabilit del sole, della qual materia ne tratt pi volte con li SS. Cardinali del S. Officio, ed in particolare con li Signori Cardinali Belarmino, Araceli, S. Eusebio, Bonzi ed Ascoli, e che finalmente dalla Congregazione dell'indice fu dichiarato che la suddetta opinione del Copernico assolutamente presa era contraria alla S. Scrittura, ne si poteva tener e difender se non ex-suposizione, e che a lui fu dal signor Cardinal Belarmino notificata tal dichiarazione, come appare dalla fede che gliene fece di sua mano nella quale attesta ch'esso Galileo non ha abjurato, ma che solo gli era stata denunciata la suddetta dichiarazione, cio, che l'opinione che la terra si muova, e il sole stia fermo era contraria alle Sacre Scritture, e per non si poteva tenere n difendere.
Confessa il precetto, ma fondato sopra detta fede, nella quale non sono registrate le parole quovis modo docere, dice che di queste non ne ha formato memoria.
Per stampare il suo libro venne a Roma, lo present al P. M. di S. P., qual lo fece rivedere e gli concesse licenza di stamparlo in Roma.
Costretto a partirsi gli domand con lettere licenza di stamparlo in Fiorenza, ma avendogli risposto di voler di nuovo riveder l'originale, ne potendosi per il contagio mandar senza pericolo a Roma lo consegn all'inquisitore di Fiorenza, il quale lo fece rivedere dal P. Stefani e poi gli concesse licenza di stamparlo osservandosi ogni ordine dato dal d. M. di S. P.
Nel chiedere detta licenza tacque al P. M. di S. P. il suddetto precetto, stimando non esser necessario il dirlo, non avendo egli con detto suo libro tenuta e difesa l'opinione della stabilit del Sole e della mobilit della Terra, anzi che in esso mostra il contrario e che le ragioni del Copernico sono invalide.
A 30 di aprile. Dimanda esser inteso (foglio 75) e dice havendo fatto riflessione alle interrogazioni fattemi intorno al precetto fattovi (sic) di non tener, difender, et insegnar quovis modo la suddetta opinione pur allora dannata, pensai di rilegger il mio libro da me non pi revisto da tre anni in qua, per osservare, se contro la mia purissima intenzione mi fosse per inavertenza uscito dalla penna cosa, per la quale si potesse arguir macchia d'inobedienza, ed altri particolari per li quali si potesse formar di me concetto di contraveniente agli ordini di S. Chiesa. Et havendolo minutissimamente considerato, e giungendomi per il lungo disuso, quasi come scrittura nuova e di altro autore, liberissimamente confesso, ch'ella mi si rappresent in pi luoghi distesa in tal forma che il lettore non consapevole dell'intrinseco mio, havrebbe havuto cagione di formarsi concetto, che gli argomenti portati per la parte falsa, e che io intendevo di confutar, fossero in tal guisa pronunciati, che pi tosto per la loro efficacia fossero potenti a stringer, che facili ad esser sciolti, e due in particolare presi, uno dalle macchie solari, e l'altro dal flusso e riflusso del mare vengono veramente con attributi di forti e di gagliardi avvalorati alle orecchie del lettore pi di quello che pareva convenirsi ad uno che li tenesse per inconcludenti, e che li volesse confutare, come pur io internamente e veramente per non concludenti e per confutabili li stimavo e stimo. E per iscusa di me stesso appresso me medesimo d'esser incorso in un errore tanto alieno dalla mia intenzione non mi appagando interamente col dire, che nel recitare gli argomenti della parte avversa, quando s'intende di volergli confutar, si debbono portar, e massime (scrivendo in dialogo) nella pi strana maniera, e non pagliargli a disavantaggio dell'avversario, non mi appagando, dico di tal scusa ricorrevo a quella della natural compiacenza, che ciascheduno ha delle proprie sottigliezze, e del mostrarsi pi arguto del comune degli uomini in trovare anco per le proposizioni false ingegnosi et apparenti discorsi di probabilit. Con tutto questo ancorch con Cicerone "avidior sim gloria quam satis sit" se io havessi a scriver adesso le medesime ragioni, non  dubbio che io le snerverei in maniera, ch'elle non potrebbero fare apparente mostra di quella forza, della quale essenzialmente e realmente sono prive.  stato dunque l'error mio, e lo confesso, di una vana ambizione e di una pura ignoranza, et inavertenza. E per maggior confermatione del non haver io tenuta, n tener per vera la detta opinione della mobilit della terra e stabilit del sole sono accinto a farne maggior dimostratione se mi sar concesso, e l'occasione c' opportunissima, atteso che nel libro gi pubblicato sono concordi gl'interlocutori di doversi dopo certo tempo trovar insieme per discorrer sopra diversi problemi naturali separati dalla materia nei loro congressi trattata, onde dovend'io soggiungere una, o due altre giornate prometto di ripigliar gli argomenti gi recati a favore della detta opinione falsa, e dannata, e confutargli in quel pi efficace modo che mi verr da Dio somministrato.
Per sua difesa presenta l'originale di detta fede del S. Card. Belarmino per mostrar che in essa non vi sono quelle parole del precetto, quovis modo docere, e perch se gli dia fede, che nel corso di 14 o 16 anni ne ha perso ogni memoria, non havendo havuto occasione di farvi riflessione (Foglio 78 e 83).
Prega ad esser iscusato se ha taciuto il precetto fattogli perch non avendo memoria delle parole quovis modo docere, si credeva che bastasse il decreto della Congregazione dell'indice pubblico in tutto conforme alle parole che sono nella fede fattagli, cio che la detta opinione non si debba tenere et defendere, massime che nello stampar il suo libro ha osservato quello a che obbliga il detto decreto della Congregatione.
Il che apporta non per iscusarsi dell'error, ma perch questo gli si attribuisca non a malizia, et artifizio, ma a vana ambizione.
Mette umilissimamente in considerazione la sua cadente et di 70 anni accompagnata da comiseranda indisposizione. L'afflizione di mente di dieci mesi, li disagi patiti nel viaggio, le calunnie de' suoi emuli, alle quali  per soggiacer l'onor, e riputazione sua.
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DOCUMENTO 2. GIUDIZIO DEL CONSULTORE DEL S. OFFITIO INTORNO ALLA LETTERA DI GALILEO AL P. CASTELLI, ADD 21 DICEMBRE 1613.
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In scriptura mihi hodie exhibita (cio la lettera di Galileo al P. Castelli) prter hc tria sequentia nihil aliud ad notandum.
In prima pagina ubi dicitur che nelle scritture si trovano molte proposizioni, delle quali alcune, quanto al nudo senso delle parole, hanno aspetto diverso dal vero, ecc. Licet ad bonum intellectum reduci possint prdicta verba, primo tamen aspectu male sonare videntur. Non bene enim utitur nomine falsitatis quocumque modo sacra scriptura adhibeatur, illa namque est omnimoda et infallibilis veritatis.
Ita enim in secunda pagina ubi dicitur non si  astenuta la scrittura di adombrare i suoi principalissimi dogmi, cum semper illa verba abstinere ac pervertere(187) in malum sumantur (abstinemus enim a malo et pervertitur cum quis de justo fit injustus) male sonant cum sacr scriptur attribuuntur. Male etiam sonare videntur verba illa in quarta pagina, posto adunque et conceduto per ora, namque in hoc proposito solum velle concedere videtur veritatem histori Solis a Josu firmati juxta sacr scriptur textum quanvis seguentium successu ad bonam intelligentiam reduci possint. In cteris etsi quandoque impropriis abutatur verbis a semitis tamen catholic locutionis non deviat.
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DOCUMENTO 3. LETTERA CON CUI IL PADRE LORINI DENUNZIA GALILEO.
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Illustrissimo Reverendissimo Signore,
Per che oltre al debito comune d'ogni buon cristiano, infinito  l'obbligo che tengono tutti i frati di S. Domenico come che dal S. lor Padre furono instituiti i cani(189) bianchi e neri del S. Uffzio et in particolare tutti i teologi et predicatori, ecco che per questo io minimo di tutti, e devotissimo servo e particolare di V. S. Illustrissima, essendomi capitato alle mani una scrittura corrente qua nelle mani di tutti, fatta da questi che domandano Galileisti, affermanti che la terra si muove et il Cielo sta fermo, seguendo le posizioni di Copernico, dove a giudizio(190) di tutti questi nostri Padri di questo religiosissimo Convento di S. Marco vi sono dentro molte proposizioni, che ci paiono o sospette o temerarie, come dire che certi modi di favellare della Sacra Scrittura sieno inconvenienti, e che nelle dispute degli effetti naturali la medesima scrittura tenga l'ultimo luogo, e che i suoi espositori ben spesso errano nelle esposizioni di Lei, e che la medesima Scrittura, non si deva impacciar d'altra cosa che delli articoli concernenti la fede, e che nelle cose naturali habbia pi forza l'argomento filosofico e astronomico che il sacro et il divino, quali proposizioni vedr V. S. Illustrissima lineate da me nella sopradetta scrittura di cui le mando la vera copia, e finalmente che quando Josu comand al Sole che si fermasse, non si deve intendere che il comandamento fusse fatto ad altro ch'al primo mobile, essendo istesso sole: io pertanto vedendo non solo che questa scrittura corre per le mani d'ogn'uno senza che veruno la rattenga de' superiori, e che vogliono esporre le Sante Scritture a lor modo e contro la comune esposizione de' Santi Padri, e difendere opinione apparente in tutto contraria alle S. Lettere, sentendo che si favella poco onorevolmente de' S. Padri antichi e di S. Tommaso e che si calpesta tutta la filosofia d'Aristotile, della quale tanto si serve la teologia scolastica, et in somma che per fare il bell'ingegno si dicono mille impertinenze, e si seminano per tutta la citt nostra mantenuta tanto cattolica, cos dalla buona natura di lei come dalla vigilanza de' nostri Serenissimi Principi, per questo mi sono risoluto io d'avviarla, come diceva a V. S. Illustrissima, acciocch ella come piena di santissimo zelo e che per il grado che tiene, le tocca con i suoi illustrissimi colleghi a tenere li occhi aperti in simil materie, possa, se le parr che ci sia bisogno di correzione, metterci quei ripari che la giudicher pi necessarii per che parvus error in principio non sit magnus in fine. E se bene forse havrei potuto mandarle copia di certe annotazioni fatte sopra detta Scrittura in questo convento, tuttavia per modestia me ne sono astenuto, posciach scrivevo a lei medesima che sa tanto, e scrivevo a Roma dove, come disse S. Bernardo, la S. Fede linceos oculos habet. Mi protesto(191) ch'io tengo tutti costoro che si domandano Galileisti huomini da bene e buoni cristiani, ma un poco saccenti e duretti nelle loro opinioni, come anche dico che in questo servizio non mi muovo se non da zelo, e supplico V. S. Illustrissima che questa mia lettera (io non dico la scrittura) mi sia da lei tenuta, com'io son certo, che la far segreta e non sia presa in modo di giudiciale deposizione, ma solo amorevole avviso tra me e lei, come tra servitore e padrone singolarissimo, e facendole di pi sapere che l'occasione di questa scrittura  stata una o due lettioni pubbliche fatte nella nostra Chiesa di S. Maria Novella da un Padre nostro, Fra Tommaso Caccini, esponente il libro di Giosu, et il capitolo X di detto libro; cos finisco domandandole la sacra sua benedizione, e baciandole la veste, e domandandole qualche particella delle sue sante orazioni.(192)
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DOCUMENTO 4. COPIA DELLA LETTERA DI GALILEO AL P. BENEDETTO CASTELLI.
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Firenze, 21 dicembre 1613.
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Ieri mi fu a trovare il Signor Niccol Arrighetti, il quale mi dette ragguaglio di V. P., onde io presi diletto infinito in sentir quello, di che io non dubitavo punto, cio della soddisfazione grande ch'ella dava a tutto codesto studio, tanto a' sopraintendenti di esso, quanto agli stessi lettori ed alli scolari di tutte le nazioni: il qual applauso non aveva verso di lei accresciuto il numero degli emoli, come suole avvenire a quelli che sono simili d'esercizio, ma bene l'aveva ristretto a pochissimi, e questi pochi dovranno essi ancora quietarsi, se non vorranno che tale emulazione, che suole talvolta meritar titolo di virt, degenere e cangi nome in effetto biasimevole e dannoso pi a quelli che se ne vestono che a nessun altro. Ma, il sigillo di tutto il mio gusto fu il sentirgli raccontare i ragionamenti ch'ella ebbe occasione, merc alla benignit di coteste Serenissime Altezze, di promovere alla tavola loro, e di continuare poi in Camera di Mad. Serenissima(194), presenti pure il Gran Duca e la Serenissima Arciduchessa(195) e gli illustrissimi ed eccellentissimi Signori D. Antonio, D. Paolo Giordano, ed alcuni di codesti molto eccellenti Signori filosofi: e che, maggior favore puol ella desiderare, che il veder Loro Altezze medesime prendere soddisfazione di discorrere seco, e di promovergli dubbi, di ascoltar le resoluzioni e finalmente, restare appagate dalle risposte della Paternit Vostra?
Li particolari ch'ella disse, riferitimi dal Signor Arrighetti mi hanno dato occasione di tornare a considerare alcune cose circa al portare la Scrittura Sacra in dispute di cose naturali, ed alcune altre in particolare sopra il luogo di Giosu propostogli in contraddizione della mobilit della Terra e stabilit del Sole, dalla Gran duchessa Madre, con qualche replica della Serenissima Arciduchessa.
Quanto alla prima dimanda generica di Madama Serenissima, parmi che prudentemente fosse proposto da quella, e conceduto e stabilito dalla P. V. molto reverendissima, non poter mai la Sacra Scrittura mentire o errare, ma essere i suoi decreti di assoluta ed inviolabile verit. Solo avrei aggiunto che, sebbene la Scrittura non puol errare, potrebbe nondimeno errare alcuno de' suoi interpreti ed espositori in vari modi, de' quali uno sarebbe gravissimo e frequentissimo, quando volessimo fermarci sempre sul puro(196) significato delle parole, perch cos ci apparirebbono non solo diverse contraddizioni, ma gravi eresie e bestemmie; poich sarebbe necessario dare a Dio mani, piedi, orecchi e non meno affetti corporali che umani, come d'ira, di pentimento, d'odio, ed ancora talvolta d'oblivione delle cose passate ed ignoranza delle future. Onde siccome nella Scrittura si trovano molte proposizioni, delle quali alcune quanto al nudo senso delle parole, hanno aspetto diverso dal vero, ma sono poste in cotal guisa per accomodarsi all'incapacit del volgo, cos per quei pochi che meritano d'esser separati dalla plebe,  necessario che i saggi espositori producano i veri sensi, e ne additino le ragioni particolari perch siano cotali parole proferite. Stante adunque che la Scrittura in molti luoghi  non solamente capace, ma novamente bisognosa d'esposizione diversa dall'apparente significato delle parole, mi pare che nelle dispute matematiche ella dovrebbe esser riserbata nell'ultimo luogo; perch procedendo dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la Natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come esecutrice degli ordini di Dio, ed essendo di pi convenuto nelle Scritture accomodarsi all'intendimento dell'universale in molte cose diverse in aspetto quanto al significato, ma all'incontro essendo la natura inesorabile e immutabile e nulla curante che(197) le sue recondite ragioni e modi di operare siano o non siano esposti alla capacit degli uomini, perloch ella mai trasgredisce il termine delle leggi imposteli, pare che quanto agli effetti naturali, che o sensata esperienza ci pone avanti gli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non abbiano in senso alcuno ad essere revocati in dubbio per luoghi della Scrittura, che avessino mille parole diverse stiracchiate; poich non ogni detto della Scrittura  legato ad obblighi cos severi, come ogni effetto di Natura. Anzi se per questo solo rispetto, di accomodarsi alla capacit degli uomini rozzi e indisciplinati, non s' astenuta la Scrittura d'adombrare i suoi principalissimi dogmi, attribuendo all'istesso Dio condizioni lontanissime e contrarie alla sua essenza, chi vorr sostenere asseverantemente ch'ella, posto da banda cotale rispetto, nel parlare anco incidentemente della Terra o del Sole o d'altra creatura, abbia eletto di contenersi con tutto rigore ai ristretti significati delle parole, e massime pronunziando di esse creature cose lontanissime dal primario istituto di esse sacre lettere, anzi cose tali che, dette e portate con verit nuda e scoperta, avrebbono pi presto danneggiata l'intenzione primaria, rendendo il volgo pi contumace alle persuasioni degli articoli concernenti alla sua salute? Stante questo ed essendo di pi manifesto che due verit non possono mai contrariarsi,  officio de' saggi espositori affaticarsi per trovare i veri sensi de' luoghi sacri concordanti con quella conclusione naturale, della quale prima il senso manifesto o le dimostrazioni necessarie ci avessero resi certi e sicuri. Anzi essendo, come ho detto, che le Scritture, bench dettate dallo Spirito Santo, per l'addotte ragioni ammettono in molti luoghi esposizioni lontane dal suono litterale e di pi non potendo noi con certezza asserire che tutti gl'interpreti parlino ispirati divinamente, crederei che fosse prudentemente fatto, se non si permettesse ad alcuno l'impiegare i luoghi della Scrittura, e obbligarli in certo modo a dovere sostenere per vere alcune conclusioni naturali, delle quali una volta il senso e le ragioni dimostrative e necessarie ci potessino manifestare il contrario. Chi vorr porre termine agli umani ingegni? Chi vorr asserire gi essersi saputo tutto quello che  al mondo di scibile? E per questo, oltre agli articoli concernenti alla salute e allo stabilimento della fede, contro la fermezza dei quali non  pericolo alcuno che possa insorger mai dottrina vera ed efficace, sarebbe forse ottimo consiglio il non ne aggiungere altri senza necessit; e se cos  quanto maggior disordine sarebbe l'aggiungerli a richiesta di persone, le quali, abbench ingegnosissime se parlino ispirate da Dio, chiaramente vediamo ch'elleno sono del tutto ignude di quell'intelligenza, che sarebbe necessaria non dir a redarguire, ma a capire le dimostrazioni, con le quali le acutissime scienze procedono nel confermare alcune loro conclusioni.
Io crederei che l'autorit delle sacre lettere avesse la mira di persuadere agli uomini quegli articoli e quelle proposizioni, che sono necessarie per la salute loro, e superando ogni umano discorso non potevano per altra scienza n per altro mezzo farsi credibili che per la bocca dello stesso Spirito Santo. Ma che quel medesimo Dio che ci ha dotati di sensi, di discorso e d'intelletto, abbia voluto, posponendo l'uso di questi(198) darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire, non penso che sia necessario il crederlo, e massime in quelle scienze delle quali una minima particella, e in conclusioni diverse, se ne legge nella Scrittura, quale appunto  l'astronomia, di cui ne vi  cos piccola parte, che non si trovano pur numerati tutti i pianeti. Per se i primi scrittori sacri avessino avuto pensiero di persuadere al popolo le disposizioni dei movimenti de' corpi celesti, non ne avrebbono trattato cos poco, che  come un niente in comparazione delle infinite conclusioni altissime ed ammirande che in tale scienza si contengono.
Vegga dunque la P. V. quanto, se io non erro, disordinatamente procedano quelli, che nelle dispute naturali e che direttamente non sono di fede, nella prima fronte costituiscono luoghi della Scrittura, e bene spesso malamente da loro intesi. Ma se questi tali veramente credono di avere il vero senso a quel luogo particolare della Scrittura, e in conseguenza si tengono sicuri d'aver in mano l'assoluta verit della questione che intendono disputare, dicano appresso ingenuamente, se loro stimano, gran vantaggio avere colui che in una disputa naturale s'incontra a sostenere il vero, vantaggio dico sopra all'altro, a chi tocca sostenere il falso? So che mi risponderanno di si e che quello che sostiene la parte vera potr avere mille esperienze e mille dimostrazioni necessarie per la parte sua, e che l'altro non puole avere se non sofismi, paralogismi e fallacie. Ma se eglino, contenendosi dentro a' termini naturali, n producendo altre armi che le filosofiche, sanno di essere superiori all'avversario, perch nel venir poi al congresso por subito mano ad un'arme inevitabile e tremenda, che con la vista sola atterrisce ogni pi destro ed esperto campione?
Ma se io devo dire il vero, credo ch'essi sieno i primi atterriti, e che sentendosi inabili a poter star forti contro gli assalti dell'avversario, tentino di trovar modo di non se lo lasciare accostare: ma perch, come ho detto pur ora, quello che ha la parte vera dalla sua ha gran vantaggio, anzi grandissimo, sopra l'avversario, e perch  impossibile che due verit si contrariino, per non dobbiamo temere d'assalti che ci vengano fatti da chi si voglia, purch a noi ancora sia dato campo di parlare e d'essere ascoltati da persone intendenti, e non soverchiamente ulcerate da prepostere passioni ed interessi.
In confirmazione, di che vengo ora a considerare il luogo particolare di Giosu, per il quale ella apport alle loro Serenissime Altezze tre dichiarazioni, e piglio la terza ch'ella produsse come mia, siccome veramente ; ma v'aggiungo alcuna considerazione di pi, la quale non credo averle detto altra volta.
Posto dunque e conceduto all'avversario per ora che le parole del Testo sacro s'abbiano a prendere nel senso appunto ch'elle sono, cio che Dio a' prieghi di Giosu facesse fermare il Sole, e prolungasse il giorno, onde esso ne conseguisse la vittoria; ma richiedendo io ancora, che la medesima determinazione vaglia per me s, che l'avversario non presumer di legare, ma di restar libero, quanto al potere alterare o mutare i significati delle parole, io dir, che questo luogo ci mostra manifestamente la falsit e l'impossibilit del mondano sistema Aristotelico e Tolemaico, e all'incontro benissimo si accomoda al Copernicano.
1. Io domando all'avversario se egli sa di quanti movimenti si muove il Sole? S'egli lo sa,  forza ch'ei risponda, quello muoversi di due movimenti, cio, annuo da ponente in levante; e diurno da levante a ponente. Ond'io
2. Gli dimando se questi due movimenti, cos diversi e quasi contrari tra di loro, competono al Sole e sono suoi propri egualmente? Ed  forza rispondere di no, ma che uno solo  vero, proprio e particolare, cio l'annuo, e l'altro  del primo mobile in 24 ore, ecc., quasi contrario ai moti dei pianeti che rapisce.
3. Gli dimando con qual moto produrr il giorno e la notte?  forza che risponda, dal primo mobile, e dal Sole dipendere le stagioni diverse e l'anno istesso.
Or se il giorno dipende non dal moto del Sole, ma da quel primo mobile, chi non vede che per allungare il giorno bisogna fermare il primo mobile e non il Sole? Anzi chi sar, che intendendo questi puri elementi d'astronomia, non conosca che se Iddio avesse fermato il moto del Sole, in cambio di allungare il giorno l'avrebbe scemato e fatto pi breve? Perch essendo il moto del Sole al contrario della conversione diurna, quanto pi il Sole si movesse verso Oriente, tanto pi si verrebbe a ritardare il moto con il suo corso all'Occidente; e diminuendosi o annullandosi il moto del Sole, in tanto pi breve tempo giungerebbe all'occaso: il quale accidente certamente si vede nella Luna, la quale tanto fa le sue conversioni diurne pi tarde di quelle del Sole quanto il suo movimento proprio  pi veloce di quello del Sole. Essendo adunque assolutamente impossibile, nella costituzione di Aristotile e Tolomeo fermare il moto del Sole ed allungare il giorno, siccome afferma la Scrittura essere avvenuto, adunque bisogna che i movimenti non siano ordinati come vuol Tolomeo, o bisogna alterare il senso delle parole, e dire, che quando la Scrittura disse che Iddio ferm il Sole, volesse dire che ferm il primo mobile, ma che accomodandosi alla capacit di quei che sono a fatica idonei a intendere il nascere o il tramontare del Sole, ella dicesse al contrario di quello che avrebbe detto parlando ad uomini sensati.
Aggiungesi a questo, che non  credibile che Iddio fermasse il Sole solamente, lasciando scorrere l'altre sfere; perch senza necessit alcuna averebbe alterato e perturbato l'ordine tutto, gli aspetti e le disposizioni delle altre stelle rispetto al Sole, e grandemente perturbato tutto il corso della natura, ma  credibile ch'ei fermasse tutto il sistema delle celesti sfere, le quali, dopo quel tempo della quiete interposta, ritornassero concordemente alle loro opere senza confusione o alterazione alcuna.
Ma perch gi siamo convenuti non doversi alterare il senso delle parole del Testo,  necessario ricorrere ad altra costituzione delle parti del Mondo, e vedere se conforme a quella il sentimento nudo delle parole sara rettamente e senza intoppo, siccome veramente si scorge avvenire.
Avendo io dunque scoperto e necessariamente dimostrato, il globo del Sole rivolgersi in se stesso, facendo una intera conversione in un mese lunare incirca per quel verso appunto che si fanno tutte le altre conversioni celesti; ed essendo di pi molto probabile e ragionevole che il Sole, come strumento massimo della natura, quasi cuore del Mondo, dia non solamente, com'egli chiaramente d, la luce, ma il moto ancora a tutti i pianeti che intorno se gli raggirano, se conforme alla posizione del Copernico, noi costituissimo la Terra muoversi almeno di moto diurno, chi non vede che per fermare tutto il sistema senza pure alterare il restante delle scambievoli rivoluzioni dei pianeti, solo si prolungasse lo spazio e il tempo della diurna illuminazione, basta perch fosse fermato il Sole, come appunto suonano le parole del sacro Testo?
Ecco dunque il modo, secondo il quale, senza introdurre confusione alcuna delle parti del Mondo e senz'alterazione delle parole della Scrittura, si puol con il fermare il Sole allungare il giorno intiero.
Ho scritto pi assai che non comportano le mie indisposizioni, e per finisco con offrirmele servitore, e le bacio le mani, pregandole da N. S. le buone feste e ogni felicit.
 DOCUMENTO V.
(EDITO(199))
 ORDINE DEL CARDINALE MELLINO.
Die 26 febbruarii 1615. Illustrissimus et Reverendissimus Dom. Cardinalis Mellinus mihi ordinavit ut scribatur Archiepiscopo et Inquisitori Pisarum qui procurentur habere litteras originales Galilei.
 DOCUMENTO VI.
(EDITO(200))
 LETTERA DELL'ARCIVESCOVO DI PISA AL CARDINALE MELLINO, 8 MARZO 1614, STILE FIORENTINO (8 MARZO 1615).
Ill.mo et Rev.mo Sig.r Pad.ne Col.mo
Quando io ricevetti la lettera di V. S. Ill.ma de' 27 del passato, il P. Don Benedetto Castelli era a Firenze, ma arriv due giorni dopo, e subito mi venne a visitare, con la quale occasione essendo venuto a parlar seco del Galileo li chiesi la lettera scrittagli da lui de' 21 di dicembre 1613; egli mi disse che gliel'havea resa, ma che harebbe mandato per essa e datamela. Il ragionamento cadde cos a proposito, e la risposta fu come egli me l'ha detta, n ci ho fatto altro se non che l'ho pregato a farla venire quanto prima, e bisognando gliene ricorder. Intanto ne ho voluto dar questo conto a V. S. Ill.ma perch possa comandarmi se vuole che ci si faccia altra diligenza, e affinch se lo giudicasse a proposito ne dia qualch'altro ordine a Firenze, dove io tengo per fermo che hora sia detta lettera. E baciando umilissimamente le mani a V. S. Ill.ma le prego dal Signore Iddio ogni felicit.
D. Pisa li VIII di marzo 1615.
Di V. S. Ill.ma et Rev.ma
Umiliss.mo Obbligat.mo
FRANCESCO Arcivescovo di Pisa.
 DOCUMENTO VII.
(INEDITO)
 LETTERA DELL'INQUISITORE DI PISA 7 MARZO 1615.(201)
 DOCUMENTO VIII.
(EDITO(202))
 ORDINE DI ESAMINARE IL PADRE TOMMASO CACCINI.
Die 19 martii 1615. Sanctissimus ordinavit examinari fratrem Thomam Caccinum ordinis praedicatorum quem illustrissimus(203) dominus Cardinalis Archiepiscopus dicit(204) esse informatum de erroribus Galilaei(205) et instare illum deponere pro excomunicatione subeunda consequenter.
 DOCUMENTO IX.
(EDITO(206))
 INTERROGATORIO DEL PADRE TOMMASO CACCINI.
Comparuit personaliter sponte Rom in palatio S. Officii in aula magna, examinatus coram R. p. fr. Michaele Angelo Seghezzio(207) de Laude, ordinis praedicatorum sacrae(208) theologiae magistro, et comissario generali S. Romanae et universalis inquisitionis, in meique etc. R. S. Fr. Thomas filius quondam Ioannis de Cacciniis florentinus sacerdos, professus ordinis praedicatorum, magister et bacchalaureus in conventu B. Mari supra Minervam, alm urbis, aetatis suae annorum 39 circiter, cui delato iuramento veritatis dicere, quod tactis etc. prstitit deposuit ut infra etc. scriptum.
Parlai con l'illustrissimo signore Cardinale Aracoeli di alcune cose occorse in Fiorenza, et egli hieri mi mand a chiamare et mi disse che dovesse venire qua da V. R. a dirli tutto, et perch lei mi ha detto che bisogna deponerle giuditialmente, son qua a quest'effetto. Dico adunque che leggendo io nella quarta dominica dell'Avvento di quest'anno passato, nella Chiesa di S. Maria Novella di Firenze, dove dall'obbedienza ero stato in quest'anno destinato lettore di S. Scrittura, seguii l'incominciata da me istoria di Josu, et appunto, nella stessa domenica mi tocc a leggere quel passo del X capitolo di quel libro, dove il sacro scrittore riferisce il gran miracolo ch'alle preghiere di Josu fece Iddio in fermando il sole, cio: Sol ne movearis, etc.; presi pertanto occasione da questo luogo, da me prima in senso letterale et poi in sentimento spirituale, per salutem delle anime interpretato, di reprovare con quella modestia che conviene all'Offitio che tenevo, una certa opinione gi di Nicol Copernico et in questi tempi per quel che  pubblichissima fama nella citt di Firenze, tenuta et insegnata per quanto dicono dal signor Galileo Galilei matematico, cio, che il sole essendo secondo lui centro del mondo, per conseguenza  imobile di moto locale progressivo, cio da un termine all'altro et dissi come somigliante opinione da gravissimi scrittori era tenuta dalla fede cattolica dissonante, perch contradiceva a molti luoghi della Divina Scrittura, li quali in senso litterale da S. Padri concordevolmente datogli suonano et significano il contrario, come il luogo del Salmo X, dell'Ecclesiastes primo capitolo, di Isaia 39, oltra al luogo di Josu citato et perch restassero pi gli audienti capaci che tal mio insegnamento non procedeva da mio capriccio, lessi loro la dottrina di Nicol Serrario(209), questione 14 sopra il X capitolo di Josu, il quale dopo l'haver detto che tal positione di Copernico  contraria alla comune sentenza di tutti quasi i filosofi, di tutti i theologi scolastici et di tutti li S. Padri, soggiungeva che non sapeva vedere come tal dottrina non fusse quasi che heretica, per i luoghi sopra accennati della Scrittura. Dopo il qual discorso, avvertii che non era lecito a nessuno l'interpretare le divine scritture con quel senso nel quale tutti i S. Padri concorrono, perch ci era vietato et dal Concilio Lateranense sotto Leone X et dal Concilio Tridentino.
Questa mia caritativa ammonitione quantunque a molti gentiluomini letterati et devoti grandemente piacesse, oltramodo dispiacque a certi discepoli del predetto Galilei, si che andorno alcuni di loro a ritrovare il P. predicatore del Duomo, acci in questa materia predicasse contro la data da me dottrina, s che havendo io sentito tanti rumori, per zelo della verit, detti conto al molto R. P. inquisitore di Firenze di quanto m'era parso, per termine di conscientia, di trattare sopra il predetto(210) luogo di Josu, avvisandolo ch'era bene il por freno a certi petulanti ingegni discepoli del suddetto Galilei, de' quali m'era stato detto dal R. P. fra Ferdinando Cimenes, regente di S. Maria Novella, che da alcuni di loro haveva sentite queste tre propositioni cio: Iddio non  altrimente sustanza ma accidente; Iddio  sensitivo perch in lui sono sensi divinali; veramente che i miracoli che si dicono esser fatti da santi non sono veri miracoli.
Dopo questi successi dal P. maestro fra Nicol Lorini mi fu mostrata una copia d'una lettera scritta dal predetto signore Galileo Galilei al Padre don Benedetto Castello, monaco Benedettino et publico mathematico di Pisa, nella quale mi  parso contenersi non buona dottrina in materia di theologia et perch la copia di quella  stata mandata al signore Cardinale S. Cecilia, per non ho che aggiungerci altro; dunque depongo a questo S. Uffizio come publica fama  che il predetto Galilei tenga queste due propositioni: La terra secondo se tutta si muove et di moto diurno, il sole  imobile; propositioni che secondo la mia conscientia et intelligenza repugnano alle divine scritture esposte da S. Padri, et conseguentemente repugnano alla fede che c'insegna dover credere per vero ci che nella scrittura si contiene; et per adesso non mi occorre di dire altro.
Interrogatus. Quomodo sciat quod Galileus doceat et teneat solem esse immobilem, terramque movere et an ab aliquo nominatim hoc intellexerit?
Respondit. Oltra la pubblica fama come ho detto, ho anco inteso da Monsignore Filippo de' Bardi(211), vescovo di Cortona, nel tempo che stetti l et poi in Firenza che il Galilei tiene le predette propositioni per vere, aggiungendomi che ci li pareva molto strano per non consonare alle scritture; l'ho di pi inteso da un certo gentilhuomo fiorentino degl'Attavanti, settatore del medesimo Galilei, dicendomi che il predetto Galilei interpretava le scritture in modo che non repugnassero alla sua opinione, et di questo gentilhuomo non mi ricordo il nome, n so dove sia la casa sua in Fiorenza; so bene che prattica spesso in S. Maria Novella di Firenze, ma va in habito di prete et pu essere di et di 29 in 30 anni, di carnazione olivastra, barba castagna, di mediocre statura et di faccia profilata, et questo me lo disse quest'estate passata, circa il mese d'agosto, nel convento di S. Maria Novella, in camera del P. fra Ferdinando Cimenes con l'occasione che il detto Padre Cimenes disse come io non sarei stato molto a leggere il miracolo del firmamento del sole alla presenza di esso Cimenes.
Ho anco letta questa dottrina in un libro stampato in Roma che tratta delle macchie solari, uscito sotto nome del detto Galilei, che me lo prest il detto Padre Cimenes.
Interrogatus. Quis sit ille concionator, domi(212) ad quem confugerant discipuli Galilei ut publice sermonem haberet contra doctrinam pariter publice ab eodem deponente edoctam et quinam(213) sint illi discipuli qui talem petitionem fecerunt dicto concionatori?
Respondit. Il predicatore del Domo di Firenze al quale fecero ricorso i discepoli del Galileo perch predicasse contra la dottrina da me insegnata  un padre giesuita napoletano, di cui non so il nome, n io da detto predicatore ho saputo queste cose, perch manco ho parlato con lui, ma questo me l'ha detto il padre Emanuele Cimenes, giesuita, col quale detto predicatore si era consigliato et lui lo dissuase, ne manco so chi siano stati quei discepoli del Galilei che cercorno dal predicatore le sopraddette cose.
Interrogatus. An ipse loqutus sit unquam cum dicto Galileo?
Respondit. Non lo conosco manco di viso.
Interrogatus. Cuius sit opinionis dictus Galileus in rebus ad fidem spectantibus in civitate Florentiae?
Respondit. Da molti  tenuto buon cattolico, da altri  tenuto per sospetto nelle cose della fede, perch dicono sii molto intimo di quel Fra Paolo servita, tanto famoso in Venezia per le sue impiet et dicono che anco di presente passino lettere tra di loro.
Interrogatus. An recordetur a quo vel quibus in speciale predicta intellexerit?
Respondit. Io ho inteso le sopraddette cose dal P. maestro fra Nicol Lorini, dal signor priore Cimenes, priore de' Cavalieri di S. Stefano, et questi m'hanno detto le sopraddette cose; cio il P. Niccol Lorini che fra il Galileo et maestro Paolo passano lettere et gran familiarit, con occasione di dire che costui era sospetto in fide, havendomi replicato l'istesso pi volte, anzi scrittomi qua a Roma. Il priore poi Cimenes non mi ha detto altramente della familiarit che passa fra maestro Paolo et il Galileo, ma sol ch'il Galilei  sospetto et ch'essendo una volta venuto a Roma le fu significato come il S. Offizio cercava di porvi le mani adosso per il che lui se la colse, et questo me lo disse in camera del P. Ferdinando sudetto, suo cugino, che non mi raccordo bene se detto Padre ci fusse presente.
Interrogatus. An in speciale intellexerit a predictis P. Lorino et D. Equite Cimenes in quo habebant dictum Galileum suspectum in fide?
Respondit. Non mi dissero altro eccetto che l'havevano per suspetto per le propositioni che lui teneva della stabilit del sole et del moto della terra et perch costui vole interpretare la scrittura sacra contro il senso commune dei S. Padri.
Subdens ex se: Costui con altri sono in un'accademia non so se eretta da loro che ha per titolo i Lincei et hanno corrispondenza cio il detto Galileo per quanto si vede da quel suo libro delle macchie solari, con altri di Germania.
Interrogatus. An a P. Ferdinando Cimenes fuerit sibi narratum in speciale a quibus intellexisse propositiones illas: Deum non esse substantiam sed accidens, Deum esse sensitivum et miracula sanctis impertita non esse vera miracula.
Respondit. Mi par di raccordarmi che mi nominasse quello degl'Attavanti, da me descritto per uno di quelli che dicevano le dette propositioni; d'altri non mi raccordo.
Interrogatus. Ubi, quando, quibus presentibus, et qua occasione P. Ferdinandus narravit sibi discipulos Galilei proferre dictas propositiones?
Respondit. Il P. Ferdinando me ha detto di haver sentito le dette proposizioni dalli scolari del Galileo pi volte, e in chiostro da basso et in dormitorio da basso et in cella sua, et questo dopo ch'io feci quella lettione, con occasione di dirmi che mi haveva difeso con costoro: ne mi ricordo che mai ci ha stato altri presente.
Interrogatus. De inimicitia cum dicto Galileo et illo de Attavantis ac aliis discipulis di Galilei?
Respondit. Io non solo non ho inimicizia col detto Galileo, ma ne anco lo conosco, cos con l'Attavante non vi ho inimicitia n odio alcuno, n con altri discepoli del Galileo, anzi che prego Dio per loro.
Interrogatus. An dictus Galileus publice doceat Florentiae et quam artem et an discipuli ejus sint numerosi?
Respondit. Io non so se il Galileo legga pubblicamente ne se habbi molti discepoli, so bene che in Firenze ha molti seguaci, che si chiamano Galileisti, et questi sono quelli che vanno magnificando et lodando la sua doctrina et opinioni.
Interrogatus. Cujus patri sit dictus Galileus, cujusne professionis et ubi studuerit?
Respondit. Lui si fa fiorentino, ma ho inteso che  Pisano, et la professione  di mattematico, per quanto ho inteso ha studiato in Pisa et letto in Padua et  di et di 60 anni passati.
Quibus habitis fuit dimissus, imposito sibi silentio cum juramento de predictis et obtenta ejus subscriptione.
Io Fra TOMMASO CACCINI
ho deposto le predette cose.
 DOCUMENTO X.
(EDITO(214))
 ORDINE DI MANDARE UNA COPIA DELLA DEPOSIZIONE DEL CACCINI ALL'INQUISITORE DI FIRENZE.
Die 2 Aprilis 1615 mittatur copia depositionis patris Thom Caccini Inquisitori Florentiae qui examinet nominatos testes et rescribat. Die eiusdem fuit missa copia.
 DOCUMENTO XI.
(INEDITO)
 SI ATTESTA CHE LA COPIA FU INVIATA.
Die tertia mensis aprilis fuit trasmissa copia inquisitori florenti.
 DOCUMENTO XII.
(EDITO(215))
 LETTERA DELL'ARCIVESCOVO DI PISA, 28 MARZO 1615.
Ho gi dato conto a V. S. Ill.ma agli VIII del presente, come il P. Don Benedetto Castello mi haveva promesso scrivere al Galileo perch li mandasse la sua lettera de' XXI di Dicembre 1613, ch'era ritornata nelle sue mani: ora non essendo ci seguito, l'ho voluto di nuovo rappresentare a V. S. Ill.ma perch mi favorisca di comandarmi quel che io debba fare. Io non dubito punto, che la lettera sia appresso il Galileo, havendo io trattato in modo col padre che non ha potuto penetrare perch tanto io glie l'abbia chiesta, anzi tien per fermo, che io la voglia vedere per curiosit, e come loro amico; ne ho giudicato bene scoprirmi seco da vantaggio senza nuovo ordine di V. S. Ill.ma, massimamente havendo ella scritto al P. Inquisitore, che si procedesse con destrezza. Non debbo gi lasciare di mettere in considerazione a V. S. Ill.ma che forse sar pi agevole e spedita via il farsela dare dallo stesso Galileo.
E facendo a V. S. Ill.ma umilissima riverenza, le prego da Dio ogni felicit.
Di Pisa li 28 di Marzo 1615.
Umiliss.mo et Obbligatiss.mo servitore
FRANCESCO, Arcivescovo di Pisa.
 DOCUMENTO XIII.
(INEDITO)
 LETTERA DI CORNARO INQUISITORE DI FIRENZE, 13 APRILE 1615 AL CARDINALE MELLINO.
Ho ricevuta la lettera di V. S. Ill.ma delli 4 del corrente insieme con la copia della deposizione del P. F. Thommaso Caccini dell'ordine de' Predicatori contro Galileo Galilei et quanto prima potr havere li testimoni prodotti de' quali alcuni hora occupati nelle predicazioni quadragesimali eseguir subito il contenuto della detta lettera soggiungendo appresso quanto sin hora mi occorse a proposito. Et a V. S. Ill.ma e Rev.ma faccio profondissima riverenza.
 DOCUMENTO XIV.
(INEDITO)
 NUOVA LETTERA DELL'INQUISITORE DI FIRENZE CORNARO, 11 MAGGIO 1615, AL CARDINALE MELLINO.
Perch il Padre Ferdinando Ximenes dell'ordine de' Predicatori al fine di marzo passato part da questa citt per Milano havendo lasciato voce di ritornare subito dopo le tre feste di Pasqua, hora si intende ch'egli non sia per venire cos presto a Firenze, non mi  parso di cominciare l'esame delle persone nominate nella denuntia del Padre Francesco Thommaso Caccini del medesimo ordine contro Galileo Galilei come gi scrissi a V. S. Illustrissima e Rev.ma ma di aspettare et vedere prima le depositioni di detto Ximenes intorno alle tre proposizioni che si pretendono asserte dalli discepoli di detto Galileo che  il fondamento di quanto si possa pretendere contro Galileo et che solo ha bisogno di prova. Per ne do avviso a V. S. Ill.ma e Rev.ma acci possa ordinare quello che gli parer espediente et gli faccio profonda reverenza.
 DOCUMENTO XV.
(EDITO(216))
 ORDINE ALL'INQUISITORE DI MILANO PERCH ESAMINI XIMENES.
Die 27 Maii 1615 scribatur inquisitori Mediolani ut examinet fratrem Ferdinandum Ximenes.
 DOCUMENTO XVI.
(INEDITO)
 LETTERA DI F. DESIDERATO SCAGLIA INQUISITORE DI MILANO AL CARDINALE MELLINO, 24 GIUGNO 1615.
Ill.mo et Reverend.mo Signore, Padrone mio Colend.mo
Il P. fra Ferdinando Ximenes, de' Predicatori ha sostenuto publicamente conclusioni di Theologia in Bologna, nel capitolo generale del suo ordine, et per quello ch'egli scrive qua con lettere delli 19 del......doveva andare a Firenze, et starvi 15 giorni et poi tornarsene qu ove gionto l'essaminer sopra le depositioni, che Vostra Signoria Illustrissima mi ha mandato con lettere delli 29 di Maggio, et di quello risulter, glie ne dar subito parte. Con altre lettere di Vostra Signoria Illustrissima delli 30 del passato, ho inteso quanto viene esposto  cotesta Sacra Congregatione da Monsignor Vescovo di Sarzana, cio ch'io prescrivo ordini al Vicario del St. Offltio in Pontremoli di venir  torture et sentenze senza participar i meriti de' processi con l'ordinario, contro la forma Clementina multorum est, et di quello osservono gli altri Inquisitori c'hanno jurisditione in quella Diocese. In risposta di che dico a Vostra Signoria Illustrissima, che detto Monsignore resta mal informato perch non prescrissi mai ordini tali, et ne pu esser vivo testimonio il medesimo Vicario di Pontremoli. Ora egli manda processi, o Sumarii qu, piglio il parere per l'ispeditione dalli Consultori di questo St. Offitio, et poi  lui scrivo la risolutione che se n' fatta, et il decreto che se n' formato, acci esseguisca nelle torture, et sentenze, quello che  parso giusto qu, con le debite participationi dell'Ordinario col. In segno di che lo stesso Vicario nel rifferir qua gl'atti, che fa in essecuzione dei Decreti mandatili, et che l'Ordinario non vi pu intervenire, fa sempre particolar attenzione mentione, che l'Ordinario cedit vices suas. Nondimeno quando talvolta non l'abbi fatto,  non lo faccia, io gli far intendere, che osservi detta Clementina, come faccio anch'io et si fa da miei Vicarii.
Con altre lettere di Vostra Signoria Illustrissima delli cinque del presente, ho inteso la deputazione del Signor Giovanni Battista Arconato per Consultore di questo S. Uffitio in luogo del Signor Princivalle Monti, et perch la provisione  stata ottima, ne baccio i piedi humilissimamente  Sua Beatitudine et a Vostra Signoria Illustrissima, le pregandole di Dio vero bene.
Da Milano li 24 di Giugno ibis.
D. Vostra Signoria Illustrissima et Reverendissima
Humilissimo Servitore
F. DESID. SCGLIA.
 DOCUMENTO XVII.
(INEDITO)
 COPIA DI UNA LETTERA DELL'INQUISITORE DI BELLUNO 24 LUGLIO 1615.
Non ho n originale n copia della scrittura del matematico Galileo perch solamente seppi dal testimonio chiamato e citato ex Offitio che il decano di questa citt lesseli una scrittura che diceva haverla avuta dal Galileo, ecc.
 DOCUMENTO XVIII.
(INEDITO)
 NUOVA LETTERA DI F. DESIDERATO SCAGLIA INQUISITORE DI MILANO.
Ill.mo e Rev.mo Sig.r P.re mio Colend.mo
L'illustrissimo signor Cardinale Mellino con sue lettere delli 29 maggio prossimo passato mi mand per ordine di cotesta Sacra Cong.ne la copia di parte d'una depositione fatta in cotesto Sant'Off.o contro il Galileo matematico in Fiorenza, acci ch'io esaminassi il P.re Fra Ferdinando Ximenes de' Predicatori, quale s'intendeva ch'all'hora fosse qua; so il contenuto di detta depositione.
A questa lettera io risposi che il d. Frate si era trovato al Capitolo generale in Bologna, e poi se n'era ito a Fiorenza, di dove scriveva che in breve sarebbe stato di ritorno in questa Citt, ma che fin'hora non  comparso, forse credo io per la partenza del Marchese della Ilgnogosa(217) da q. Stato, e tuttavia se ne sta in d.a Citt, ne ho voluto dar parte a V. S. Illustrissima, affinch se cos le parer, possa dar gli ordini necessarii che sii essaminato col. E fine baccio a V. S. Ill.ma con ogni riverenza le vesti e dal Signore le prego compito bene.
D. Milano XXI ottobre 1615.
Di V. S. Ill.ma e Rev. ma
Umilissimo Servitore
FR. DESID. SCAGLIA.
 DOCUMENTO XIX.
(EDITO(218))
 ORDINE ALL'INQUISITORE DI FIRENZE DI ESAMINARE XIMENES 4 NOVEMBRE 1615.
Inquisitori Florenti examinet Ximenes et certioret.
 DOCUMENTO XX.
(INEDITO)
 LETTERA DELL'INQUISITORE DI FIRENZE AL CARDINALE MELLINO.
Ricevuta la lettera di V. S. Ill.ma delli 7 di novembre ho ritrovato le scritture che furono mandate da cotesta Sacra Congregatione al mio antecessore et conformemente ho esaminato giuridicamente il padre Fra Ferdinando Ximenes dell'Ordine de' Predicatori con ogni maggiore diligenza et anco Francesco Attavanti da esso sopra ci notato in conteste et mando copia autentica a V. S. Ill.ma delle loro deposizioni qui annesse.
 DOCUMENTO XXI.
(EDITO(219))
 INTERROGATORIO DEL PADRE FERDINANDO XIMENES ADD 13 NOVEMBRE 1615.
Die 13 novembris 1615.
Ad prscriptum litterarum sacre Congregationis S. Officii Roman, sub datis: Rome die septima presentis mensis novembris et anni 1615, coram R. P. magistro Llio Marzario de Faventia, civitatis Florentie ac ejus dominii Inquisitore generali, in meique etc. vocatus comparuit personaliter Rev. magister Ferdinandus Ximenes, sacerdos, professus ordinis prdicatorum, tatis sue annorum 40, cui delatum est juramentum veritatis dicende, quod prestitit manu tactis, etc, et ut infra deposuit.
Interrogatus. An sciat causam sue vocationis?
Respondit. Padre non.
Interrogatus. An cognoscat quemdam doctorem Florentie degentem nomine Galileum, familiariter, et quid de illo sentiat?
Respondit. Io non l'ho mai visto in dui anni che sono in Firenze, ma dico bene che conforme quello ch'ho sentito dire dell'opinione del moto della terra et fermezza del cielo et anco a quello ch'ho sentito dire da quelli che conversano seco, dico esser doctrina contraposita ex diametro alla vera theologia et filosofia.
Interrogatus. Sibi dicto ut clarius explicet suum dictum.
Respondit. Ho sentito alcuni suoi scolari i quali hanno detto che la terra si muove et che il cielo  immobile, hanno soggiunto che Iddio  accidente et che non datur substantia rerum ne quantit continua, ma che ogni cosa  quantit discreta composta de vacui(220). Che Iddio  sensitivo de atributo(221), che ride, che piange etiam(222) de atributo, ma non so per se loro parlino de loro opinione o per opinione del loro maestro Galileo sopradetto.
Interrogatus. An audiverit vel eundem Galileum vel quempiam ex discipulis illius in speciale, dicentem: miracula que ascribuntur sanctis non esse vera miracula.
Respondit. Di questo punto particolare io non mi ricordo.
Interrogatus. A quo vel a quibus prsertim audiverit ex discipulis ejusdem Galilei terram moveri et clum sistere, Deum esse accidens, non dari substantiam rerum nec quantitatem continuam sed tantum discretam ex vacuis et Deum esse sensitivum, risibilem, flentem etiam de atributo?
Respondit. Io ho udito le predette cose e disputato di esse con il Piovano di Castel Fiorentino chiamato Gianozzio Attavante, fiorentino, essendovi presente a questi raggionamenti il sig. cav. Ridolfi, fiorentino, cavaliere di S. Stefano.
Interrogatus. De loco, tempore cum testibus et occasione.
Respondit. Del luogo fu in camera mia nel convento qui di S. Maria Novella; il tempo fu l'anno passato, molte volte, ma non saprei dire ne di che mese, ne di che giorno. Contesti presenti vi erano il detto sig. cavaliere, alcuna volta, et alcuni frati nostri dei quali non mi ricordo precisamente.
Interrogatus. An ex verbis illius Plebani conjicere potuerit predictum Plebanum loqui serio et ita credere et asserere an vero talia opinari?
Respondit. Io non credo che il detto Piovano Attavanti, assertivamente dicesse et credesse le sopradette cose, perch mi pare che lui stesso dicesse che si remetteva alla chiesa et che il tutto dicesse disputationis gratia.
Interrogatus. An aliquam notitiam particularem habeat de dicto Plebano Attavanti ut ipse possit elicere eundem esse intelligentem et loqui disputative non antem assertive?
Respondit. Io so che lui non ha fondamenti ne di theologia ne di filosofia, et credo che non sia dottore, ma io l'ho giudicato (come si dice) infarinato dell'una e dell'altra et credo che pi tosto parlasse secondo l'opinione del Galileo che di propria opinione; et l'occasione fu che io leggevo al detto Attavanti i casi di conscientia, e tra noi s'entr nel raggionamento di alcune lettioni che fece il padre maestro Caccini, all'ora lettore della Sacra Scrittura, qui nella nostra Chiesa di S. Maria Novella et leggeva l'historia di Giosu e tra l'altre quelle parole: stetit sol et con questa occasione venissimo a raggionamento delle sopradette cose.
Interrogatus. An reprehenderit dictum Plebanum Attavantem male opinantem et falsa disputantem et quid responderit dictus Plebanus?
Respondit. Io lo riprendevo istantissimamente e li facevo toccar con mano che le cose dette e disputate erano false et heretiche perch la verit  che la terra secondo tutto  immobile et fondata sopra la sua stabilit, come dice il profeta, et che il cielo et il sole si muovono et che Iddio  substantia et non accidente. Anzi non si puol dir altrimente et che sono vanit quelle che lui diceva, che Iddio  sensitivo che ride, che piange etiam de atributo et che non si da se non quantit discreta composita ex vacuis.
Interrogatus. De inimicitia vel cum dicto Galileo, vel cum plebano Attavante.
Respondit. Io non ho mai veduto il detto Galileo, come ho detto di sopra, ne ho mai hauto che far seco, ne meno ho hauto mai inimicitia con il detto Piovano Attavante ma piu tosto amicitia; me dispiace bene la dottrina del detto Galileo perch non  conforme alli Padri orthodosi di S. Chiesa anzi  contro la verit istessa.
Interrogatus. An aliquid velit deponere spectans ad sanctum Offlcium?
Respondit. Io non ho altro che dire et quel che ho detto di sopra tutto  verit.
Quibus habitis prdictus pater constitutus, licentiatus est sub juramento de silentio, habita ipsius subscriptione: Fr. Ferdinandus Ximenes magister. Actum Fiorenti in Aula Adm. R. P. Inquisitoris per me fratrem Ludovicum Jacobinium, de Interamna, S. Officii Florenti cancellarium.
 DOCUMENTO XXII.
(EDITO)
 INTERROGATORIO DI GIOVANOZZO ATTIVANTI PIOVANO DI CASTEL FIORENTINO.
Die 14 Novembre 1615.
Vigore praedictarum litterarum vocatus comparuit personaliter, coram quo et ubi supra in meique, etc... Reverendissimus Dominus Iohanotius Attavantius nobilis Florentinus, Castri Florentini Plebanus, minoribus initiatus; aetatis sue annorum 33, contestis nominatus ad informandum, etc... Cui delatum est juramentum veritatis dicende quod prestitit manu tactis, etc... et deposuit ut infra.
Interrogatus. An sciat causam sue vocationis?
Respondit. Io non so cos'alcuna.
Interrogatus. An hic Florentie litteris incubuerit et sub quibus preceptoribus?
Respondit. Io ho atteso alle lettere gli anni passati et miei maestri sono stati il P. Vincenzo de Civitella et il P. Vincenzo Populeschi, ambidue dell'ordine de' Predicatori.
Interrogatus. An alios habuerit praeceptores et praesertim seculares?
Respondit. Mentre io attendevo gi alla gramatica et all'humanit m'insegnorno M.e Simone della Roccha et M.e Giov. Battista hoggi maestro di questi Prencipi et  gi un anno che il P. Ximenes dell'Ordine de' Predicatori mi ha letto i casi di conscientia.
Interrogatus. Si notitiam habuit cujusdam doctoris hic Florentie degentis qui vocatur Galileus de Galileis et ab illo litteras didicit?
Respondit. Io ne ho mai imparato sotto di lui come suo scolare, ho ben trattato seco di lettere come ordinariamente fo con quelli che sono letterati et in particolare ho trattato seco de cose filosofiche.
Interrogatus. Si unquam ab eodem Galileo discurrendo vel interloquendum audiverit aliqua vel scripturae sacrae vel doctrinae philosophicae vel fidei nostre repugnantia et non consona et que presertim?
Respondit. Non ho mai sentito dire dal sig. Galileo cose che repugnino alla scrittura sacra ne alla S. Fede nostra cattolica; ma intorno alle cose filosofiche o matematiche ho sentito il detto sig. Galileo dire, secondo la dottrina del Copernico, che la terra nel suo centro o nel suo globo si muove et che il sole parimente si muove dentro il suo centro, ma de fuori non habbia moto progressivo, secondo alcune lettere da lui date in luce in Roma sotto titolo delle macchie solari alle quali mi rimetto in tutto.
Interrogatus. Si unquam audiverit praedictum dominum Galileum aliquam scripturam sacram interpretantem et forte male juxta suam opinionem de motu terre et sistentia solis?
Respondit. Io l'ho sentito raggionare intorno al testo di Giosu che sol stetit contra Gabaon ove confessa che miracolosamente il sole si ferm ma che per fuori del suo centro di moto progressivo non si muove.
Interrogatus. Si audiverit praedictum dominum Galileum asserentem Deum non esse substantiam sed accidens. Item Deum esse sensitivum, ridentem, flentem et quomodo. Item quod miracula que ascribuntur sanctis non sunt vera miracula.
Respondit. Intorno a queste cose particolari sappia V. P. che un giorno raggionando io, per modum disputationis, et addiscendi gratia, sopra gli assoluti di S. Tomaso con il P. Ferdinando Ximenes, dell'ordine de' Predicatori, in camera sua in S. Maria Novella, qui in Firenze, an Deus sit substantia vel accidens, e di quello che disputava S. Tomaso contra gentes: an Deus sit sensitivus, an rideat, an plangat, etiam per modum disputationis come ho detto e non altrimenti, un P. Caccini pure dell'ordine de' Predicatori, alhora attualmente predicatore in S. Maria Novella, havendo la camera sua vicina alla camera del P. Ximenes, sentendoci raggionare pro modo disputatione insieme, forse s'immagin che io riferissi le sopradette cose come asserte, o d'opinione del detto sig. Galileo, ma non  vero. Quanto poi ai miracoli dei santi non ne fu trattato in modo alcuno et non ne so niente, et cos si determin secondo la dottrina di S. Tomaso che Iddio non  sensitivo, ne ride, ne piange, perch sarebbe corpo organico, il che  falso ma che  sostanza simplicissima.
Interrogatus. Ut quid cogitaverit vel nominaverit dictum P. Caccinum ut supra male opinantem de disputatione habita inter constitutum et predictum P. Ferdin. Ximenem.
Respondit. Io ho nominato il P. Caccini come di sopra perch un'altra volta avanti, raggionando io con il P. Ximenes pure in camera sua, et sentendoci il detto P. Caccini nel proposito del moto del sole, usc fuori di camera sua, et venne da noi e disse che era una propositione heretica a dire che il sole stasse fermo et non si movesse fuori del suo centro secondo l'opinione di Copernico et che voleva predicarla in pulpito come segu.
Interrogatus. De scientia, loco tempore, contestibus et occasione.
Respondit. Io lo so, come ho detto di sopra, di certa scientia e di udito proprio; il luogo fu la camera del P. Ximenes; il tempo fu il mese d'Agosto o di Luglio dell'anno 1613, ma non mi ricordo precisamente il giorno; presente non vi era alcuno, solo il detto P. Ximenes et io; l'occasione fu ch'io imparavo dal detto P. Ximenes i casi di conscientia, et in questo modo si venne a raggionamenti predicti, per modo di disputa e d'imparare et non altrimente.
Interrogatus. Quid sentiat de ipso sopradicto domino Galileo circa fidem?
Respondit. Io l'ho pro bonissimo cattolico, altrimente non starebbe con questi serenissimi prencipi.
Interrogatus. De inimicitia vel malevolentia, vel odio cum dicto P. Caccino?
Respondit. Io non ho mai parlato, ne prima ne poi ch'allhora, et non ho che fare seco et non so il suo nome.
Interrogatus. An aliud velit deponere spectans ad S. Officium?
Respondit. Io non ho che dir altro e quel che ho detto  la pura et vera verit.
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DOCUMENTO XXIII. (EDITO(223)) Die 25 novembris 1615 videantur quaedam litterae Galilej editae Romae cum inscriptione "delle macchie solari."
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 DOCUMENTO XXIV.
(EDITO(224))
 PROPOSIZIONE GIUDICATA CENSURABILE DAI QUALIFICATORI DEL S. OFFITIO NEL LIBRO DELLE MACCHIE SOLARI.
Propositio censuranda: - che il sole sia centro del mondo et per conseguenza immobile di moto locale: che la terra non  centro del mondo n immobile ma si move secondo se tutta etiam di moto diurno.
Erit congregatio qualificationis in S. Offitio die Martis 23 febbruarii hora decimaquarta cum dimidio.
 DOCUMENTO XXV.
(EDITO(225))
Die 19 februarj 1616, fuit missa copia(226) omnibus RR. PP. ac theologis.
 DOCUMENTO XXVI.
(EDITO(227))
Propositiones censurandae. Censura facta in S. Officio urbis die Mercurii 24 februarii 1616 coram infrascriptis patribus theologis.
PRIMA: Sol est centrum mundi et omnino immobilis motu locali. Censura. Omnes dixerunt dictam propositionem esse stultam et absurdam in philosophia et formaliter hereticam, quatenus contradicit expresse sententiis sacrae scripturae in multis locis, secundum proprietatem verborum et secundum comunem expositionem et sensum SS. patrum et theologorum doctorum.
SECUNDA: Terra non est centrum mundi nec immobilis, sed secundum se totam movetur etiam motu diurno. Censura: omnes dixerunt hanc propositionem recipere eandem censuram in philosophia et spectando veritatem theologicam ad minus esse in fide erroneam.
Petrus Lombardus Archyepiscopus armaranus. Frater Hyacintus Petronius sacri apostolici palatii magister. Frater Raphael Riphoz generalis ordinis praedicatorum. Frater Michael Angelus(228) magister Sacra theologiae et Comm. S. Off. Frater Hieronimus (non Calesa come legge il De l'Epinois) Casali de Majori. Consultor S. Offitii. Frater Thomas de Lemos. Frater Gregorius(229) Coronel. Benedictus Iudernus societatis Iesus. D. Raphael Rastellius cler. reg. doctor theologus. D. Michael a Neapoli ex Congregatione Cassinensi. Frater Iacobus Tintus, socius domini patris commissarii S. Offitti.
 DOCUMENTO XXVII.
(EDITO(230))
 IL CARDINALE MELLINO NOTIFICA LA CENSURA PROFFERITA SULLE PROPOSIZIONI DI GALILEO.
Die Iovis 25 febbruarii 1616. Ill. D. Cardinalis Mellinus notificavit R. R. P. P. D. D. assessori et commissario S. Offitii quod relata censura PP. theologorum ad propositiones Galilaei maxime quod sol sit centrum mundi et immobilis motu locali, et terra movetur etiam motu diurno, Santissimus ordinavit ill.mo D. Cardinali Bellarmino ut vocet coram se dictum Galileum, eumque moneat ad deserendam dictam opinionem; et si recusaverit parere, Pater Commissarius coram notario et testibus faciat illi praeceptum ut omnino abstineat(231) huiusmodi doctrinam et opinionem docere aut defendere seu de ea tractare: si vero non acquieverit, carceretur.
 DOCUMENTO XXVIII.
(EDITO(232))
 RELAZIONE INTORNO ALL'AVVISO DATO A GALILEO DELLA CENSURA ADD 26 FEBBRAJO 1616.
Die Veneris 26 ejusdem. In palatio solitae habitationis D. Ill. Cardinalis Bellarmini et in mansionibus D. supradicti Illustrissimi, idem Ill. D. Cardinalis, vocato supradicto Galileo, ipsoque coram D. S. Illustrissima existente in praesentia adm. R. Fratris Michaelis Angeli Seghitii de Laude, ordinis predicatorum, commissarii generalis S. Officii, praedictum Galileum monuit de errore supradictae opinionis et ut illam deserat; et successive ac incontinenter in mei praesentia et testium, et praesente etiam adhuc eodem Ill. D. Cardinali, supradictus Pater commissarius praedicto Galileo adhuc ibidem praesenti et constituto praecepit et ordinavit pro nomine S. D. N. Pape et totius congregationis S. Officii, ut supradictam opinionem quod sol sit centrum mundi et immobilis et terra moveatur omnino relinquat, nec eam de caetero, quovis modo teneat, doceat ant defendat, verbo aut scriptis, alias contra ipsum procedetur in S. Officio; cui praecepto idem Galileus acquievit et parere promisit. Super quibus peractum Romae ubi supra, praesentibus ibidem ad. Badino Nores de Nicosia in regno Cypri, et Augustino Mongardo de Loco abbatis Rottz diocesis Politianeti, familiaribus dicti Ill. D. Cardinalis testibus.
 DOCUMENTO XXIX.
 DECRETO DELLA CONGREGAZIONE DELL'INDICE ADD 5 MARZO 1616.
 DECRETUM
Sacrae Congregationis Illustrissimorum S. R. E. Cardinalium a S. D. N. Paulo Papa V. Sanctaq. Sede Apostolica ad indicem Librorum, eorumdemq; permissionem, prohibitionem, expurgationem, et impressionem in universa Repubblica Christiana specialiter deputatorum, ubique
PUBBLICANDUM
Cum ab aliquo tempore citra, prodierint in lucem inter alios nonnulli libri, varias haereses, atq; errores continentes, ideo Sacra Congregatio Illustrissimorum S. R. E. Cardinalium ad indicem deputatorum, ne ex eorum lectione graviora in dies damna in tota Republica Christiana oriantur, eos omnino damnandos, atque proibendos esse voluit; sicuti praesenti Decreto poenitus damnat, et prohibet ubicumq; et quovis idiomate impressos, aut imprimendos. Mandans, ut nullus deinceps cujuscumque gradus, et conditionis, sub poenis in Sacro Concilio Tridentino, et in Indice Librorum prohibitorum contentis, eos audeat imprimere, aut imprimi curare, vel quomodocumque apud se detinere, aut legere; et sub iisdem poenis quicumque nunc illos habent, vel habuerint in futurum, locorum Ordinariis, seu Inquisitoribus, statim a praesentis Decreti notitia exhibere teneantur, libri autem sunt infrascripti, vedelicet.
Theologiae Caluinistarum, libri tres, auctore CONRADO SCHLUSSEMBURGO.
SCOTANUS REDININUS, sive Comentarius in tres priores libros, codicis, etc.
Gravissimae quaestionis Christianarum Ecclesiarum in Occidentis praesertim partibus ab Apostolicis temporibus ad nostram usque aetatem continua successione, et statu; historica explicatio, auctore IACOBO USSERIO.
Sacrae Theologiae in Dubliniensi Academia apud Hybernos professore FRIDERICI ACHILLIS. Ducis Vurtemberg. Consultatio de Principatu inter Provincias Europae habita Fulingiae in Illustri Collegio. Anno Christi 1616.
DONELLI ENUCLEATI, sive Commentariorum Hugonis.
DONELLI, de Jure Civili in Compendium ita etc.
Et quia etiam ad notitiam praefatae Sacrae Congregationis pervenit, falsam illam doctrinam Pithagoricam, divinaeq; scripturae omnino adversantem, de mobilitate terrae, et immobilitate solis, quam Nicolaus Copernicus de revolutionibus orbium coelestium, et Didacus Astunica in Job etiam docent, jam divulgari et a multis recipi; sicuti videre est ex quadam epistola impressa cujusdam Patris Carmelitae, cui titulus, Lettera del R. Padre Maestro Paolo Antonio Foscarini Carmelitano, sopra l'opinione de Pittagorici, e del Copernico, della mobilit della terra, e stabilit del sole, ed il nuovo Pittagorico Sistema del Mondo, in Napoli per Lazzaro Scoriggio 1615, in qua dictus Pater ostendere conatur, praefatam doctrinam de immobilitate solis in centro mundi, et mobilitate terrae, consonam esse veritati, et non adversari Sacrae Scripturae: Ideo n ulterius hujusmodi opinio in perniciem Catholicae veritatis serpat, censuit dictos Nicolaum Copernicum de revolutionibus orbium, et Didacum Astunica in Job, suspendendos esse donec corrigantur. Librum vero Patris Pauli Antonii Foscarini Carmelitae omnino prohibendum, atque damnandum; aliosq; omnes libros pariter idem docentes prohibendos, prout praesenti Decreto omnes respectivi prohibet, damnat, atque suspendit. In quorum fidem praesens Decretum manu, et sigillo Illustrissimi et Reverendissimi D. Cardinalis S. Caeciliae Episcopi Albanensis signatum, et munitum fuit die 5 martii 1616.
P. Episc. ALBANEN. Card. S. Caeciliae
Locus  sigilli. Registr. fol. 90.
F. FRANCISCUS MAGDALENUS Capifereus
Ord. Praedic. Secret.
Romae, Ex Thypografia Camerae Apostolicae MDCXVI.
Il riferito Decreto  del cinque marzo e non del sei come pone il De l'Epinois.
 DOCUMENTO XXX.
(INEDITO)
 LETTERA DEL CARDINALE CARAFFA.
Il Cardinale Caraffa al Cardinale Mellino, 2 giugno 1616, che ha fatto carcerare Lazzaro Scoriggio perch stamp le lettere del Padre Maestro Paolo Antonio Foscarini Carmelitano senza licenza(233).
 DOCUMENTO XXXI.
(EDITO)
 ORDINE DEL CARDINALE MELLINO.
Die Jovis 1616. Rescribatur Ill.mo Cardinali quod bene egerit procedente contra impressorem ut scribit.
 FINE DEL PROCESSO DEL 1616.
 PROCESSO
CONTRO
GALILEO GALILEI
FATTO NELL'ANNO 1633
NEL S. OFFIZIO DI ROMA(234)
 DOCUMENTO XXXII.
(EDITO(235))
 MEMORIA RIASSUNTIVA DI TUTTE LE PRATICHE PASSATE DAL 1630 SINO AL PRINCIPIO DEL PROCESSO(236).
Conforme all'ordine della Santit vostra si  distesa tutta la serie del fatto occorso circa l'impressione del libro del Galilei quale poi  stato impresso in Firenze.
Il negotio  in sostanza passato in questa maniera.
L'anno 1630 il Galileo port a Roma al R. Maestro del S. Palazzo il suo libro in penna acci si rivedesse per la stampa, et il P. Maestro lo diede a rivedere al P. Raffaello Visconti suo compagno et professore delle mathematiche, et havendolo emendato in pi lochi era per darne la sua fede, conforme al solito, se il libro si fosse stampato in Roma.
Si  scritto al detto P. che mandi la detta fede et si aspetta; si  anco scritto che venga l'originale del libro per vedere le correctioni fatte.
Il Maestro del S. Palazzo che anco lui voleva rivedere il libro, et per abbreviare il tempo, concord che glielo facesse vedere foglio per foglio, et anco potesse trattare con li stampatori gli diede l'imprimatur per Roma. And l'autore a Fiorenza et fece instanza al P. Maestro per la facolt di stamparlo in quella citt, quale gli fu negata et rimise il negotio all'inquisitore di Firenza avocando da se la causa, et l'avis di quello si doveva osservare nell'impressione, lasciando ad esso la carica di stamparlo o non.
Ha esibito il Maestro del S. Palazzo copia della lettera che lui scrisse all'Inquisitore circa questo negotio, si come anco copia della risposta dell'Inquisitore al detto Maestro del S. Palazzo, dove dice l'Inquisitore di haverlo dato a correggere al P. Stefani consultore del S. Offizio.
Dopo questo il Maestro del S. Palazzo non ha saputo altro se non che ha visto il libro stampato in Firenza et publicato con l'imprimatur de l'Inquisitore et vi  anco l'imprimatur di Roma, Si pretende che il Galileo habbia transgrediti gli ordini con recedere dall'hipotesi asserendo assolutamente la mobilit della terra et stabilit del sole; che habbia mal ridotto l'esistente flusso e reflusso del mare nella stabilit del sole et mobilit della terra non esistenti, che sono li capi plurimi. Di pi che habbia fraudolentemente tacciuto il precetto fattogli dal S. Officio nell'anno 1616 quale  di questo tenore: ut suprad. opinionem quod sol sit centrum mundi et terra moveatur omnino relinquat, nec eam de caetero quovis modo teneat, doceat aut defendat, verbo aut scripto, alias contra ipsum procedetur in S. Officio: cui praecepto acquievit et parere promisit.
Si deve hora deliberare del modo di procedere tam contra personam quam circa librum jam impressum.
In fatto:
1. Venne il Galilei a Roma l'anno 1630 et port et esib l'original suo in penna acci si rivedesse per la stampa; comunicato il negotio et havuto ordine di non passar un punto del sistema Copernicano se non in pura hipotesi matematica, trovato subito che il libro non stava cos, ma che parlava assolutamente mettendo le ragioni pro et contra, ma senza decidere, si fece risolutione dal Maestro di S. Palazzo che si rivedesse il libro et si riducesse ad hipotetico e gli si facesse un capo et una perorazione con che si conformasse il corpo, disegnando questo modo di procedere e prescrivendolo a tutta la disputa da farsi anche contro il sistema Tolemaico, ad hominem solamente, e per monstrare che la S. Congregatione in riprovar il sistema Copernicano aveva sentite tutte le ragioni.
2. In esecutione si diede il libro a rivedere con quest'ordine al R. fra Raffaelle Visconti, compagno del Maestro di S. Palazzo, per esser professore delle mathematiche et egli lo rivide(237) et emend in molti luoghi (avvertendo anche il maestro d'altri litigati con l'autore, li quali il maestro lev senza sentir altro) et havendolo del rimanente approvato, era per darne la sua fede per metter al principio del libro, come si suole se il libro si fusse stampato in Roma, come all'hora si pretendeva.
Si  scritto all'Inquisitore che la mandi e col primo ordinario si aspetta, s come pure s' mandato per l'originale perch si vedano le correzioni fatte.
3. Volle il Maestro del S. Palazzo riveder il libro per se stesso e lamentandosi l'autore di non esser solita la seconda revisione e della lunghezza del tempo venne a stabilirsi per agevolar l'opera, che il maestro lo vedesse foglio a foglio per mandarlo al torchio; et in tanto perch potesse trattare con li stampatori li si diede l'imprimatur per Roma et si abbozz il principio del libro e si aspettava di cominciarlo a freschi.
4. And poi a Firenze l'autore, e passato qualche tempo, fece instanza di voler istampar in quella citt. Il Maestro di S. Palazzo glielo neg assolutamente, e replicate le instanze disse che gli riportassero l'originale per farne l'ultima revisione pattuita, e che senza questo non avrebbe mai data facolt di stamparlo; per suo conto fu risposto non poter mandar l'originale per li pericoli della perdita et del contagio et instando tuttavia, interpostasi l'intercessione di quell'Altezza, si prese per ispediente che il P. Maestro di S. Palazzo avocasse da se la causa rimettendola all'Inquisitore di Firenze, disegnandogli quello s'aveva ad osservare nella correzione del libro, lasciando ad esso la carica di stamparlo o non, di maniera che uteretur jure suo, senza impegno dell'officio del maestro. In conformit di questo scrisse all'Inquisitore la littera di invio(238) et con questa la copia segnata littera A data a 24 di maggio 1631, ricevuta et accusata dall'Inquisitore nella lettera B, dove dice di haverlo commesso per coreggere al P. Stefani consultore di quel S. Offizio.
Gli fu mandata poi la prefazione o capo dell'opera, concepita brevemente accioch l'autore l'incorporasse al tutto e la fiorisse a suo modo, e facesse il fine del Dialogo in questa conformita. La copia dell'abbozzo mandato  sotto la lettera C e della lettera con che si mand  sotto la lettera D.
5. Dopo di questo il Maestro di S. Palazzo non ha havuto pi parte nel negotio se non quando stampato e publicato il libro, senza nessuna sua saputa, venendone li primi esemplari, li trattenne in dogana, vedendo non osservati gl'ordini e poi avendone il comandamento di N. Signore gl'ha fatto raccogliere per tutto ove ha potuto essere a tempo e farne diligenza.
6. Nel libro poi ci sono da considerare come per corpo di delitto le cose seguenti:
I. Aver posto l'imprimatur di Roma senza ordine e senza participar la publicatione con chi si dice aver sottoscritto.
II. Aver posto(239) dal corpo dell'opera et aver posto la medicina del fine in bocca di un sciocco et in parte che ne anche si trova, se non con difficolt, approvata poi dall'altro interlocutore, freddamente e con accennar solamente o non distinguere il bene che mostra dire di mala voglia.
III. Mancarsi nell'opera molte volte e recedere dall'hipotesi, o asserendo assolutamente la mobilit della terra e stabilit del Sole, o qualificando gli argomenti su che la fonda per dimostrativi e necessarii, o trattando la parte negativa per impossibile.
IV. Tratta la cosa come non decisa e come che si aspetti e non si presupponga la definizione.
V. Lo strapazzo degli autori contrarii e di chi pi si serve S. Chiesa.
VI. Asserirsi e dichiararsi male qualche uguaglianza nel comprendere le cose geometriche tra l'intelletto umano e divino.(240)
VII. Dar per argomento di verit che passino i Tolemaici a Copernicani, e non e contra.
VIII. Haver mal ridotto l'esistente flusso e reflusso del mare nella stabilit del Sole e mobilit della terra non esistenti.(241)
Tutte le quali cose si potrebbono emendare se si giudicasse esser qualche utilit del libro del quale gli si dovesse far questa grazia.(242)
7. L'autore hebbe precetto del 1616 dal S. Officio ut supra dictam opinionem etc... usque et parere promisit.
 DOCUMENTO XXXIII.
(EDITO(243))
 LETTERA DEL MAESTRO DEL SACRO PALAZZO ALL'INQUISITORE DI FIRENZE, 24 MAGGIO 1631.
Molto Rev. Padre Inquisitore Oss.mo.
Il Signor Galilei pensa di stampare cost una sua opera che gi haveva il titolo de Fluxu et refluxu maris, nella quale discorre probabilmente del sistema copernicano secondo la mobilit della terra, e pretende d'agevolare l'intendimento di quell'arcano grande della natura con questa posizione, corroborandola vicendevolmente con questa utilit. Venne qua a Roma a far vedere l'opera che fu da me sottoscritta, presupposti gli accomodamenti che dovevano farcisi, e riportatici, ricevere l'ultima approvazione per la stampa. Non potendo ci farsi per gl'impedimenti delle strade e per lo pericolo degli originali, desiderando l'autore di ultimare cost il negozio, V. P. M. R. potr valersi della sua autorit, e spedire o non spedire il libro senz'altra dependenza della mia revisione, ricordandole per, esser mente di Nostro Signore, che il titolo e soggetto non si proponga del flusso e riflusso, ma assolutamente della mattematica considerazione della posizione copernicana intorno al moto della terra con fine di provare che rimossa la rivelazione di Dio, e la dottrina sacra si potrebbono salvare le apparenze in questa posizione, sciogliendo tutte le persuasioni contrarie, che dall'esperienza, e filosofia peripatetica si potessero addurre. Si che mai si conceda la verit assoluta, ma solamente la hipotetica, e senza le Scritture a questa opinione. Deve ancora mostrarsi che quest'opera si faccia solamente per mostrare, che si sanno tutte le ragioni che per questa parte si possono addurre, e che non per mancamento di saperle, si sia in Roma bandita questa sentenza conforme al principio e fine del libro, che di qua mander aggiustati. Con questa cauzione il libro non haver impedimento alcuno qu in Roma, e V. P. M. R. potr compiacer l'autore, e servir la Serenissima Altezza, che in questo mostra s gran premura. Me le ricordo servitore e la priego a favorirmi de' suoi commandamenti. 
Di V. P. M. R.
Roma li 24 di maggio 1631.
F. NICOL RICCARDI, Maestro del Sac. Palazzo.
 DOCUMENTO XXXIV.
(INEDITO(244))
 LETTERA DI FRA CLEMENTE INQUISITORE DI FIRENZE AL PADRE NICOL RICCARDI.
R.mo. P. Signor mio Patrone, mio Col.mo.
Ricevo la lettera di V. S. Reverendissima delli 24 del corrente, mandatami da questa Serenissima Altezza, nella quale si  compiaciuta significare, quello si debba osservare per licenziare alla stampa l'opera del signor Galilei, e si assicuri V. S. Reverendissima, che non mancher eseguire con ogni diligenza possibile, quanto da lei mi viene comandato, e secondo i suoi avvertimenti mi governer in questo particolare. Preme a quest'Altezza la stampa di quest'opera, et il detto Signor Galilei, si mostra prontissimo et obbedientissimo a ogni correzione, ho dato a rivedere l'opera al Padre Stefani del suo ordine, Padre di molto valore e Consultore di questo S. Offitio. Il proemio poi et il fine si aspetteranno aggiustati dalla molta prudenza della S. V. Reverendissima, alla quale con questa occasione mi esibisco servo di tutto effetto, col pregarla a conservarmi in gratia sua, et alle volte farmi degno di qualche suo comandamento che mi sar grazia singolare et per fine le bacio riverentemente le mani.
Di V. S. Reverendissima.
Di Firenze, li 31 maggio 1631.
Servo devotissimo di cuore
FRA CLEMENTE, Inquisitore di Firenze.
 DOCUMENTO XXXV.
(EDITO)
 COPIA DELLA PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE DEI DIALOGHI INTORNO AI DUE MASSIMI SISTEMI DEL MONDO, TOLEMAICO E COPERNICANO.
Galileo Galilei al lettore.
Si promulg agli anni passati in Roma un salutifero editto, che, per ovviare a' pericolosi scandali dell'et presente, imponeva opportuno silenzio all'opinione Pittagorica della mobilit della Terra. Non manc chi temerariamente asser, quel decreto essere stato parto, non di giudizioso esame, ma di passione troppo poco informata; e si udirono querele, che Consultori totalmente inesperti delle osservazioni astronomiche, non dovevano con proibizione repentina tarpar l'ale agl'intelletti speculativi. Non pot tacer il mio zelo in udir la temerit di s fatti lamenti. Giudicai, come pienamente instrutto di quella prudentissima determinazione, comparir pubblicamente nel teatro del mondo come testimonio di sincera verit. Mi trovai allora presente in Roma; ebbi non solo udienze, ma ancora applausi dei pi eminenti prelati di quella Corte; n senza qualche mia antecedente informazione segu poi la pubblicazione di quel Decreto. Pertanto  mio consiglio nella presente fatica mostrare alle nazioni forestiere, che di questa materia se ne sa tanto in Italia, e particolarmente in Roma, quanto possa mai averne immaginato la diligenza ultramontana; e raccogliendo insieme tutte le speculazioni proprie intorno al sistema Copernicano, far sapere, che precedette la notizia di tutte alla censura romana; e che escono da questo clima non solo i dogmi per la salute dell'anima, ma ancora gl'ingegnosi trovati per delizie degli ingegni.
A questo fine ho presa nel discorso la parte Copernicana, procedendo in pura ipotesi matematica, cercando per ogni strada artifiziosa di rappresentarla superiore, non a quella della fermezza della Terra assolutamente, ma secondo che si difende da alcuni, che, di professione Peripatetici ne ritengono solo il nome, contenti senza passeggio di adorar l'ombre, non filosofando con l'avvertenza propria, ma con solo la memoria di quattro principj male intesi.
Tre capi principali si tratteranno. Prima cercher di mostrare tutte l'esperienze fattibili nella Terra essere mezzi insufficienti a concluder la sua mobilit, ma indifferentemente potersi adattare cos alla Terra mobile, come anco quiesciente, e spero che in questo caso si paleseranno molte osservazioni ignote all'antichit. Secondariamente si esamineranno i fenomeni celesti, rinforzando l'ipotesi Copernicana, come se assolutamente dovesse rimanere vittoriosa; aggiungendo nuove speculazioni, le quali per servano per facilit d'astronomia, non per necessit di natura.
Nel terzo luogo proporr una fantasia ingegnosa.
Mi trovavo aver detto, molti anni sono, che l'ignoto problema del flusso del mare, potrebbe ricevere qualche luce, ammesso il moto terrestre. Questo mio detto, volando per le bocche degli uomini, aveva trovato padri caritativi, che se l'adottavano per prole di proprio ingegno. Ora, perch non possa mai comparire alcuno straniero, che, fortificandosi con l'armi nostre, ci rinfacci la poca avvertenza in uno accidente cos principale, ho giudicato palesare quelle probabilit che lo renderebbero persuasibile, dato che la Terra si movesse. Spero che da queste considerazioni il mondo conoscer, che se altre nazioni hanno navigato pi, noi non abbiamo speculato meno; e che il rimettersi ad asserir la fermezza della Terra, e prender il contrario solamente per capriccio matematico, non nasce da non aver contezza di quanti altri ci abbia pensato, ma, quando altro non fusse, da quelle ragioni, che la piet, la religione, il conoscimento della divina onnipotenza, e la coscienza della debolezza dell'ingegno umano ci somministrano.
Ho poi pensato, tornare molto a proposito lo spiegare questi concetti in forma di Dialogo, che, per non essere ristretto alla rigorosa osservanza delle leggi matematiche, porge campo ancora a digressioni talora non meno curiose del principale argomento.
Mi trovai molt'anni sono, pi volte nella maravigliosa citt di Venezia in conversazione col Signor Giovan Francesco Sagredo, illustrissimo di nascita ed acutissimo d'ingegno. Venne l di Firenze il Signor Filippo Salviati, nel quale il minore splendore era la chiarezza del sangue e la magnificenza delle ricchezze; sublime intelletto, che di niuna delizia pi avidamente si nutriva che di speculazioni esquisite. Con questi due mi trovai spesso a discorrere di queste materie con l'intervento di un filosofo Peripatetico, al quale pareva che niuna cosa ostasse maggiormente per l'intelligenza del vero, che la fama acquistata nelle interpretazioni Aristoteliche.
Ora, poich morte acerbissima ha nel pi bel sereno degli anni loro privato di quei due gran lumi Venezia e Firenze, ho risoluto prolungar, per quanto vagliono le mie deboli forze, la vita alla fama loro sopra queste mie carte, introducendoli per interlocutori della presente controversia. Ne mancher il suo luogo al buon Peripatetico, al quale, per soverchio affetto verso i comenti di Simplicio,  parso decente, senza esprimerne il nome, lasciarli quello del reverito scrittore. Gradiscano quelle due grand'anime, al cuor mio sempre venerabili, questo pubblico monumento del mio non mai morto amore; e con la memoria della loro eloquenza mi aiutino a spiegare alla posterit le promesse speculazioni.
Erano casualmente occorsi (come interviene) varj discorsi alla spezzata tra questi signori, i quali avevano pi tosto nei loro ingegni accesa che consolata la sete dell'imparare: per fecero saggia risoluzione di trovarsi alcune giornate insieme, nelle quali, bandito ogni altro negozio, si attendesse a vagheggiare con pi ordinate speculazioni le maraviglie di Dio nel Cielo e nella Terra. Fatta la radunanza nel palazzo dell'illustrissimo Sagredo, dopo i debiti, ma per brevi complimenti, il Signor Salviati in questa maniera incominci.
 DOCUMENTO XXXVI.
(EDITO(245))
 LETTERA DEL MAESTRO DEL S. PALAZZO, 19 LUGLIO 1631.
In conformit dell'ordine di Nostro Signore intorno al libro del signor Galilej, oltre quello che accennai a V. P. M. R. per lo corpo dell'opera, le mando questo principio, o prefazione da mettersi nel primo foglio, ma con libert dell'autore di mutarlo e fiorirlo quanto alle parole, come si osservi la sostanza del contenuto.
Il fine dovr esser dello stesso argomento.
 DOCUMENTO XXXVII.
(EDITO(246))
 ORDINE DI FAR COMPARIRE GALILEO, 23 SETTEMBRE 1632.
23 Septembris 1632. Sanctissimus mandavit Inquisitori Florenti scribi, ut eidem Galileo nomine S. Congregationis significet quod per totum mensis Octobris proximi compareat in urbe coram Commissario generali S. Officii, et ab eo recipiat promissionem de parendo huic prcepto, quod eidem faciat coram Notario et testibus, ipso tamen Galileo penitus inscio, qui in casu quo illud admittere noluit, et parere non promittat, possint id testificari, si opus fuerit.
 DOCUMENTO XXXVIII.
(INEDITO)
 LETTERA DI FRA CLEMENTE, INQUISITORE DI FIRENZE.
Eminent.mo e Rev.mo Signor mio P.n Colend.mo
Mi scrive il Padre Maestro del Sacro Palazzo che per ordine di nostro Signore mandi cost il libro originale stampato gi dal signor Galilej, et acci venghi pi sicuro ho voluto mandare a V. S. Eminentissima, et  franco, e per fine le bacio umilissimamente le sacre vesti.
Di V. S. Eminentissima e Rev.ma
Di Fiorenza li 25 di Settembre 1632.
Servo Umil.mo et Obblig.mo 
FRA CLEMENTE, Inquisitore di Fiorenza.
Vi  la seguente nota nella stessa pagina. "Questo libro non vedo, sar restato forse a Castello donde  venuta questa lettera, o forse restato alla posta."
 DOCUMENTO XXXIX.
(INEDITO)
 ALTRA LETTERA DELL'INQUISITORE DI FIRENZE.
Eminent.mo e Rev.mo Signor mio P.n Colend.mo
Ho fatto chiamare il signor Galileo Galilej conforme a quanto mi vien comandato da' V. S. Eminentissima et avendogli significato il desiderio della S. Congregazione che per tutto il mese di Ottobre venghi in Roma, lui subito si  mostrato prontissimo, che per ne ha fatto la fede che si ricerca, della quale mando copia a V. S. Eminentissima; che quanto dovevo eseguire in questo particolare; et per fine le bacio umilissimamente le sacre vesti.
Di V. S. Eminent.ma e Rev.ma
Di Fiorenza li 2 Ottobre 1632.
Servo Umil.mo et Obblig.mo
INQUISITORE DI FIORENZA.
 DOCUMENTO XL.
(EDITO(247))
 ATTESTAZIONE DI GALILEO, 1 OTTOBRE 1632.
A d primo di ottobre 1632 in Firenze.
Affermo io Galileo Galilei come il sopradetto giorno mi  stato intimato dal R.mo Padre Inquisitore di questa citt di ordine della sacra congregatione del S. Officio di Roma, che io debba per tutto il presente mese transferirmi a Roma, e presentarmi al Padre commissario del Santo Officio dal quale mi sar significato quanto io debba fare; et io accetto volontieri il commandamento per tutto il mese di Ottobre presente. Et in fede della verit ho scritto la presente di propria mano.
IO GALILEO GALILEI scrissi m. propria, io Prete Girolamo Rosati, Protonotario Apostolico e Consultore di questo S. Officio fui presente a quanto promesse, scrisse e sottoscrisse detto d il Signor Galileo come sopra: Fra Felice Senesio, d'Amelia, dell'Ordine minorum conventualium. - Fra Giovanni Stefano da Savona cancelliere del S. Officio di Firenze. - Io Stefanus de Savona cancellarius S. Officii Florenti.
 DOCUMENTO XLI.
(EDITO(248))
 LETTERA DELL'INQUISITORE DI FIRENZE, 20 NOVEMBRE 1632.
Ho fatto di nuovo chiamare Galileo Galilei, quale dice che lui  prontissimo a venire, e solo ha supplicato e rappresentato la maturit degl'anni e le sue indispositioni, come si vedono, e che si trova in mano de' medici e molt'altre cose. Hora gli ho fatto sapere che lui obbedisca nel venire; e gli ho prefisso il termine d'un mese alla presenza del notaro e di dui testimonii, e lui di nuovo si  mostrato pronto di venire, non so poi se l'eseguir. Io gli ho detto quanto dovevo.
Sul dorso della lettera troviamo: "gli fu scritto che gli prefiggesse un termine competente."
 DOCUMENTO XLII.
(EDITO(249))
 ORDINE DI FAR VENIRE GALILE0, 9 DICEMBRE 1632.
Sanctissimus mandavit Inquisitori rescribi ut post elapsum terminum unius mensis assignatum Galileo veniendi ad urbem, omnino illum cogat quibuscumque non obstantibus ad urbem accedere eique dicat quatenus... et deinde ad urbem se conferat.
 DOCUMENTO XLIII.
(INEDITO)
 LETTERA DI MICHELANGELO BUONAROTTI, IL GIOVANE.
Eminent.mo e Reverend.mo Sig.re P.ne mio Colend.mo
Si come io porter sempre nella memoria le specialissime grazie largitemi dalla umanit di Vostra Eminenza Reverendissima, cos ricordandomi quante volte parlando a quella delli interessi altrui, la trovai sempre discretissimamente compassionevole e larga del suo amorevol favore, non posso non rappresentar a Vostra Eminenza, come due giorni sono incontrandomi nel Signor Galileo Galilei, e vedutolo molto maninconico, addemandato da me della cagione il trovai in grandissimo pensiero, perch nella et nella quale egli si trova, di settanta anni, era chiamato a Roma dal S. Offizio, per conto del suo libro, poco fa stampato. Ebbi gran piet di lui, rispetto alla sua gravezza corporale, e a' tempi che corrono in rispetto alle quarantene. E mi ricordai delle grazie, e onori fattili da Vostra Eminenza mentre io ne ricevevo tante io della somma benignit sua. Onde mi sarebbe parso mancare, se io non dessi a Vostra Eminenza qualche ragguaglio di lui e dello stato suo. La quale se il Negozio del Signor Galileo potesse ricevere alcun compenso qua, io non dubito che ne farebbe grazia straordinarissima a molti gentilhuomini, devotissimi servitori di Vostra Eminenza, che stanno in gran gelosia del disagio di questo virtuoso vecchio. Intendendo sempre che piet, o carit, o ufizio alcuno da huomo da bene che mi muova, non sia, n importuno n temerario. Mentre che dopo la relazione data da me a Vostra Eminenza circa alle scritture di Monsignor Norinor mi  venuto alcun comandamento da quella, non ho voluto presumere il farci altra diligenza. E baciando a Vostra Eminenza Reverendissima umilissimamente la veste, le prego da Sua Divina Maest il colmo di ogni felicit.(250) 
Di Vostra Eminenza Reverendissima
Di Firenze li 12 Ottobre 1632.
Umilissimo et Obbligatissimo servo
MICHELANGELO BUONAROTTI.
 DOCUMENTO XLIV.
(EDITO(251))
 LETTERA DELL'INQUISITORE DI FIRENZE AL CARDINALE, 8 GENNAJO 1633.
Ho letta la lettera di V. S. Exc.a a Galileo Galilei perch l'ho trovato in istato di poterlo fare et in somma si  risoluto di voler quanto prima venire a cotesta volta; et dice che lui  prontissimo a ubbidire e far conoscere anco cost in Roma da medici le sue indispositioni, et che lui non ha voluto fingere in modo alcuno. Io non ho mancato di esortarlo et persuaderlo a venire e si spedisca quanto prima, e cos mi ha detto di voler fare, quanto altrimenti facendo, ha sentito la resolutione che far N. S. e la sacra congregatione, et io non mancar di sollicitarlo che  quanto posso dire in questo particolare.
 DOCUMENTO XLV.
(EDITO(252))
 LETTERA DELL'INQUISITORE DI FIRENZE AL CARDINALE, 18 DICEMBRE 1632.
Galileo Galilei si retrova in letto visto dal mio vicario, e lui dice che  prontissimo a venire, ma in questi tempi non li d l'animo in modo veruno, oltre che dice non poter venire stante l'accidente occorseli per hora. E mi ha mandato questa fede di tre medici principali di questa citt, quale mando a V. S. Et io non manco di far quanto devo.
 DOCUMENTO XLVI.
(EDITO(253))
 ORDINE DEL PAPA, 30 DICEMBRE 1632, DI FAR VISITARE GALILEO E DI FARLO VENIRE A ROMA.
Sanctissimus mandavit Inquisitori rescribi quod sanctitas Sua et Sacra Congregatio nullatenus potest et debet tolerare huiusmodi subterfugia, et ad effectum(254) verificandi an revera in statu tali reperiatur quod non possit ad urbem absque vite periculo accedere, Sanctissimus et Sacra Congregatio transmittent illuc commissarium una cum medicis qui illum visitent ut certam et sinceram relationem faciant de statu in quo reperitur, et si erit in statu tali ut venire possit, illum carceratum et ligatum cum ferris transmittat. Si vero causa sanitatis et ob periculum vite transmissio erit differenda, statim post quam convaluerit et cessante periculo carceratus et ligatus ac cum ferris transmittatur. Commissarius autem et medici transmittantur ejus sumptibus et expensis quia se in tali statu et temporibus constituit(255) et tempore oportuno ut ei fuerat prceptum venire et parere(256) contempsit.
 DOCUMENTO XLVII.
(EDITO(257))
 CERTIFICATO DEI MEDICI 17 DICEMBRE 1632.
Noi infrascritti medici facciamo fede di haver visitato il signor Galileo Galilei et trovatolo con il polso intermittente a tre e quattro battute, dal che si conjettura la faculta vitale essere impedita e debilitata assai in questa et declinante. Riferisce il detto patire di vertigini frequenti di melancolia hipochondriaca, debolezza di stomaco, vigilie, dolori vaganti per il corpo, s come da altri pu essere attestato. Cos anco haviamo riconosciuto un hernia carnosa grave con allentatum del peritoneo. Affetti tutti di consideratione, che per ogni piccola causa esterna potrebbe apportarli pericolo evidente della vita.
Firmati: VETTORIO DE ROSSI, medico fisico, mano propria. GIOVANNI RONCONI, medico fisico, mano propria. PIETRO CERVIERI, medico fisico, mano propria.
 DOCUMENTO XLVIII.
(INEDITO)
 LETTERA DELL'INQUISITORE DI FIRENZE AL CARDINALE, 22 GENNAIO 1633.
Eminentiss.mo Rev.mo Sig.r P.n mio Col.mo
Non ho mancato di sollecitare continuamente la venuta cost di Galileo Galilei, quale finalmente gioved passato 20 del corrente part da Firenze per cotesta volta.
Non so poi che impedimenti havr circa la quarantena, che  quanto debbo dire a V. S. Eminent.ma in questo particolare et per fine le bacio anche le sacre vesti.
Di V. S. Eminent.a e Rever.ma
D. Firenze li 22 di gennaio 1633.
Servitore humiliss.mo ed obb.mo
Fra CLEMENTE, Inquisitore di Firenze.
 DOCUMENTO XLIX.
(EDITO(258))
 PRIMO INTERROGATORIO DI GALILEO, 12 APRILE 1633.
Vocatus comparuit personaliter Rome in palatio S. Officii, in mansionibus solitis R. Patris commissarii coram R. P. fratrem Vincentio Maculano de Florentiola, commissario generali, et assistente R. P. Carolo Sincero(259) procuratore fiscali S. Officii, in meique etc. Galileus filius quondam Vincentii Galilei florentinus, tatis su annorum LXX, qui, delato sibi juramento veritatis dicend, quod tactis etc. prestitit, fuit per Reverendissimum interrogatus quomodo et a quanto tempore Rome reperiatur.
Respondit. Io arrivai a Roma la prima domenica di quaresima e son venuto in lettica.
Interrogatus. An ex se, seu vocatus venerit, vel sibi injunctum fuerit ab aliquo ut ad urbem veniret et a quo?
Respondit. In Fiorenza il P. Inquisitore mi ordin ch'io dovessi venir a Roma e presentarmi al S. Officio essendo questo il comandamento de ministri di esso S. Officio.
Interrogatus. An sciat vel imaginet causam ob quam sibi injunctum fuit ut ad urbem accederet.
Respondit. Io m'imagino la causa per la quale mi  stato ordinato ch'io mi presenti al S. Officio in Roma, esser stata per render conto del mio libro ultimamente stampato, et cos mi son imaginato mediante l'impositione fatta al libraro et a me, pochi giorni prima che mi fusse ordinato di venir a Roma, di non dar pi fuora dei detti libri, e similmente perch fu ordinato al libraro dal P. Inquisitore che si dovesse mandar l'originale del mio libro a Roma al S. Officio.
Interrogatus. Quod explicet quisnam sit liber, ratione cujus imaginat sibi fuisse injunctum ut ad urbem veniret.
Respondit. Questo  un libro scritto in dialogo, e tratta della constitutione del mondo, cio dei due sistemi massimi, cio della dispositione de' cieli et delli elementi.
Interrogatus. An si ostenderet sibi dictus liber paratus sit illum recognoscere tanquam suum?
Respondit. Spero di s, che se mi sar monstrato il libro lo riconoscer.
Et sibi ostenso uno ex libris Florentie impressis, anno 1632, cujus titulus est Dialogo di Galileo Galilei linceo, in quo agitur de duobus sistematibus mundi, et per ipsum bene viso et inspecto dixit: io conosco questo libro benissimo, et  uno di quelli stampati in Fiorenza, et lo conosco come mio et da me composto.
Interrogatus. An pariter recognoscat omnia et singula in dicto libro contenta tanquam sua.
Respondit. Io conosco questo libro mostratomi ch' uno di quelli stampati in Fiorenza e tutto quello che in esso si contiene lo riconosco come composto da me.
Interrogatus. Quo et quanto tempore dictum librum conscripsit et ubi?
Respondit. In quanto al luogo io l'ho composto in Fiorenza da dieci o dodeci anni in qua, e ci sar stato occupato intorno sette o otto anni, ma non continovamente.
Interrogatus. An alias fuerit Rome et signate(260) de anno 1616 et qua occasione.
Respondit. Io fui in Roma nell'anno 1616 et dopo vi fui l'anno secondo del Pontificato di N. S. Urbano VIII, et ultimamente vi fui tre anni sono, per occasione ch'io voleva dar il mio libro alla stampa. L'occasione per la quale fui a Roma l'anno 1616 fu che sentendo moversi dubbio sopra la opinione di Nicol Copernico, circa il moto della terra et stabilit del sole, e l'ordine delle sfere celesti, per rendermi in stato sicuro di non tenere se non l'opinioni sante et cattoliche, venni per sentire quello che convenisse tenere intorno a questa materia.
Interrogatus. An ex se vel vocatus venerit, dicat causam quare fuerit vocatus et cum quo vel quibus de supradictis tractaverit.
Respondit. Nel 1616 venni a Roma da me stesso, senza esser chiamato, per la causa che ho detto, et in Roma trattai di questo negotio con alcuni SS. Cardinali di quelli ch'erano sopra il S. Officio in quel tempo, in particolare con li SS.mi Cardinali Belarmino, Araceli, S. Eusebio, Bonzi et d'Ascoli.
Interrogatus. Quod dicat in particulare quid cum supradictis DD. Cardinalibus tractaverit.
Respondit. L'occasione del trattar con i detti SS.mi Cardinali fu perch desideravano esser informati della dottrina del Copernico, essendo il suo libro assai difficile d'intendersi da quelli che non sono della professione di matematica ed astronomia, et in particolare volsero intender la dispositione delli orbi celesti, conforme all'ipotesi di esso Copernico, et com'egli mette il Sole nel centro delli orbi dei pianeti intorno al Sole mette prossimo l'orbe di Mercurio, intorno a questo quello di Venere, di poi la Luna intorno alla Terra, e circa questi Marte, Giove e Saturno; e circa il moto fa il sole immobile nel centro, e la terra convertibile in se stessa, et intorno al sole, cio in se stessa del moto diurno et intorno al sole del moto annuo.
Interrogatus. Ut dicat cur Romam venerit ut supradictam resolutionem et veritatem habere posset dicat etiam quid resolutum fuerit in hoc negotio?
Respondit. Circa la controversia che vertebat circa la sopradetta opinione della stabilit del sole e moto della terra fu determinato dalla S. Congregatione dell'Indice tale opinione assolutamente presa esser ripugnante alle scritture sacre, e solo ammettersi ex suppositione, nel modo che la piglia il Copernico.
Interrogatus. An tunc sibi notificata fuerit dicta determinatio et a quo?
Respondit. Mi fu notificata la detta determinatione della congregatione dell'indice e mi fu notificata dal S. Cardinale Belarmino.
Interrogatus. Ut dicat quid sibi notificaverit D. Eminentissimus Bellarminus de dicta determinatione et an aliquid aliud sibi circa id dixerit et quid?
Respondit. Il Signor Cardinale Belarmino mi signific la detta opinione del Copernico potersi tener ex suppositione, s come esso Copernico l'haveva tenuta, et sua Eminenza sapeva ch'io la teneva ex suppositione cio nella maniera che tiene il Copernico come da una risposta del med. sig. Cardinale fatta a una lettera del P. maestro Paolo Antonio Foscarino, provinciale de' Carmelitani, si vede, della quale io tengo copia et nella quale sono queste parole: "Dico che mi pare che V. P. et il signore Galileo facciano prudentemente a contentarsi di parlar ex suppositione, e non assolutamente;" et questa lettera del detto signore Cardinale  data sotto il d 12(261) d'aprile 1615 et che altrimente cio assolutamente presa, non si doveva ne tenere ne defendere.
Et sibi dicto quod dicat quid resolutum fuerit et sibi notificatum tunc scilicet de mense februarii 1616.
Respondit. Nel mese di febbraro 1616, il S. Cardinale Belarmino mi disse che per esser l'opinione del Copernico, assolutamente presa, contrariante alle scritture sacre, non si poteva ne tenere ne defendere, ma che ex suppositione si poteva pigliar e servirsene(262), in conformit di che tengo una fede dell'istesso S. Cardinal Belarmino fatta del mese di maggio a 26 del 1616 nella quale dice che l'opinione del Copernico non si pu ne tener ne difendere per esser contro le scritture sacre, della quale fede ne presento la copia et  questa.
Et exibuit folium cart scriptum in una facie tantum cum duodecim lineis incipiens: "Noi Roberto Cardinal Belarmino havendo..... " et finiens: "questo d 26 di maggio 1616." Subscripto il medesimo di sopra, "Roberto Cardinale Bellarmino," quod ego accep ad effectum et fuit signatum lettera B.
Subdens l'originale di questa fede l'ho in Roma appreso di me et  scritto tutto di mano del signor Cardinale Bellarmino sopradetto.
Interrogatus. An quando supradicta sibi notificata fuerunt aliqui essent presentes et qui?
Repondit. Quando il signor Cardinale Bellarmino mi disse et notific quanto ho detto de l'opinione del Copernico, vi erano alcuni padri di S. Domenico presenti(263), ma io non li conoscevo n li havevo pi visti.
Interrogatus. An tunc praesentibus dictis patribus ab eisdem vel ab aliquo alio fuerit sibi factum praeceptum aliquod circa eamdem materiam et quod?
Respondit. Mi raccordo che il negotio pass in questa maniera: che una mattina il signor Cardinale Bellarmino mi mand a chiamare e mi disse un certo particolare qual io vorrei dire all'orecchio di S. Santit prima che ad altri, ma conclusione fu poi che mi disse che l'opinione del Copernico non si poteva tener ne difender, come contrariante alle sacre scritture. Quelli Padri di S. Domenico non ho memoria se c'erano prima o vennero dopo, ne meno mi raccordo se fussero presenti quando il signore Cardinale mi disse che la detta opinione non si poteva tener, et pu esser che mi fusse fatto qualche precetto ch'io non tenessi ne defendessi detta opinione, ma non ne ho memoria, perch questa  una cosa di parecchi anni.
Interrogatus. An si sibi legantur ea qu sibi tunc dicta et intimata cum prcepto fuerit illorum, recordabitur?
Respondit. Io non mi raccordo che mi fusse detto altro ne posso saper se mi raccordar di quel che all'hora mi fu detto e quando anche mi si legga et io dico liberamente quello che mi raccordo, perche non pretendo di non haver in modo alcuno contravenuto a quel precetto, cioe di non haver tenuto ne difeso la detta opinione del moto della terra, et stabilit del sole in conto alcuno.
Et sibi dicto quod cum in dicto precepto, sibi tun coram testibus facto, contineat quod non posset quovis modo tenere, defendere aut docere dictam opinionem, dicat modo an recordetur, quo modo et a quo fuerit sibi intimatum.
Respondit. Io non mi raccordo che mi fusse intimato questo precetto da altri che dalla viva voce del Cardinal Bellarmino et mi raccordo che il precetto fu ch'io non potessi tenere, ne difendere et pu esser che ci fusse ancora ne insegnare. Io non mi raccordo; ne anco che vi fusse quella particola, quovis modo, ma pu esser ch'ella vi fusse, non havendo io fatta riflessione o formatane altra memoria, per haver havuto, pochi(264) mesi dopo, quella fede del detto signore Cardinale Bellarmino sotto li 26 di maggio da me presentata, nella quale mi vien significato l'ordine fattomi di non tener ne difender detta opinione. Et le altre due particole hora notificatemi di detto precetto cioe nec docere et quovis modo, io non ne ho tenuto memoria credo perch non sono spiegate in detta fede alla quale mi son rimesso e tenevo per mia memoria.
Interrogatus. An post dicti praecepti intimationem, aliquam licentiam obtinuerit scribendi librum ab ipso recognitum et quem postea typis mandavit?
Respondit. Dopo il sodetto precetto io non ho ricercato licenza di scriver il sodetto libro da me riconosciuto, perche io non pretendo per haver scritto detto libro di haver contrafatto punto al precetto che mi fu fatto di non tenere ne difendere ne insegnare la detta opinione anzi di confutarla.
Interrogatus. An pro impressione ejusdem libri licentiam obtinuerit, a quo et an per se vel per alium?
Respondit. Per ottener licenza di stampar il sodetto libro ancorch mi fusse domandato di Francia, Alemagna e di Venetia con offerta anche di guadagno, ricusando ogn'altra cosa, spontaneamente mi mossi tre anni sono, e venni a Roma per consegnarlo in mano del censore primario cio del Maestro di S. Palazzo, con assoluta autorit di aggiunger, levare, mutare ad arbitrio suo; il quale dopo averlo fatto veder diligentissimamente dal P. Visconti suo compagno, poiche io glie l'haveva consegnato, il detto Maestro di S. Palazzo lo rividde ancor lui, e lo licenti, cio mi concesse la licenza havendo sottoscritto il libro con ordine per di stampar il libro in Roma dove restammo in appuntamento ch'io dovessi ritornare l'autunno prossimo venturo, atteso che rispetto all'estate sopravegnente desideravo di ritirarmi alla patria per fuggir il pericolo di ammalarmi, sendomi gi trattenuto tutto il maggio e giugno. Sopragiunse poi il contagio mentre ero in Fiorenza e fu levato il commercio, ond'io vedendo di non poter venire a Roma ricercai per lettere il medesimo P. Maestro di S. Palazzo che volesse contentarsi, che il libro fusse stampato in Firenze; mi fece intender ch'harebbe voluto rivedere il mio originale e che pero io glielo mandassi. Havendo usata ogni possibile diligenza, adoperati sino i primi segretarii del Gran Duca e padroni de Procacci, per veder di mandar sicuramente il detto originale, non ci fu verso potersi assicurare che si ci potesse condurre, e che senz'altro sarebbe andato a male, o bagnato, o abruggiato, tale era la strettezza dei passi. Diedi conto al medesimo P. Maestro di questa difficolt di mandar il libro e da lui mi fu ordinato che di nuovo da persona di sua sodisfattione, il libro fusse scrupolosissimamente riveduto e la persona fu di suo compiacimento e fu il P. Maestro Giacinto Stefani domenicano, lettore di scrittura sacra nello Studio pubblico di Fiorenza, predicatore delle serenissime Altezze e consultore del S. Officio: fu da me consegnato il libro al Padre Inquisitore di Firenze e dal padre inquisitore fu consegnato al sudetto padre Giacinto Stefani, e dallo stesso fu restituito al padre inquisitore(265), il quale lo mand al S. Nicol dell'Antella, revisore de libri da stamparsi per la Serenissima Altezza di Fiorenza, et da questo S. Nicol il stampatore chiamato il Landini lo pigli et havendo trattato col P. Inquisitore lo stamp osservando puntualmente ogni ordine dato dal P. Maestro di S. Palazzo.
Interrogatus. An quando petiit a supradicto sacri palatii facultatem imprimendi supradictum librum eidem P. magistro exposuerit preceptum alias sibi factum de mandato S. congregationis de quo supra.
Respondit. Io non dissi cosa alcuna al P. Maestro di S. Palazzo quando gli domandai licenza di stampar il libro del sudetto precetto, perch non stimavo necessario il dirglielo, non havendo io scrupolo alcuno, non havend'io con detto libro ne tenuta ne difesa l'opinione della mobilit della terra e della stabilit del sole, anzi nel detto libro io mostro il contrario di detta opinione del Copernico et che le ragioni di esso Copernico sono invalide e non concludenti.
Quibus habitis dimissum fuit examen animo et assignata ei fuit camera quaedam, in dormitorio officialium, sito in palatio S. Officii, loco carceris, cum praecepto de non discedendo ab ea, sine speciali licentia, sub penis arbitrio S. Congregationis et fuit ei injunctum ut se subscribat et impositum silentium sub juramento.
Firmato: Io GALILEO GALILEI, ho deposto come di sopra.
 DOCUMENTO L.
(EDITO(266))
 SECONDO INTERROGATORIO DIE SABATHI 30 APRILIS 1633.
Constitutus personaliter Rome in aula Congregationum coram et assistente quibus supra in meique, etc.
Galileus de Galileis de quo supra, qui cum petiisset audire, delato sibi juramento veritatis dicere, quod tactis prestitit, fuit per Dominum,
Interrogatus. Ut dicat quid sibi dicendum occurrit.
Respondit. Nel far'io pi giorni continua e fissa riflessione sopra gli interrogatorii fattomi sotto il d 16 del presente(267) et in particolare sopra quello se mi era stata fatta proibitione, sedici anni fa, d'ordine del S. Officio di non tener, difendere o insegnar quovis modo l'opinione pur allhora dannata della mobilit della terra e stabilit del Sole, mi cadde in pensiero di rileggere il mio dialogo, stampato, il quale da tre anni in qua non havevo pi riveduto, per diligentemente osservare se contro alla mia purissima intentione per mia inavvertenza mi fusse uscito dalla penna cosa per la quale il lettore o superiori potessero arguire in me, non solamente alcuna macchia d'inobedienza ma ancora altri particolari, per i quali si potesse formar di me concetto di contraveniente agli ordini di S. Chiesa, e trovandomi per benigno assenso de' superiori in libert di mandar attorno un mio servitore, procurai di haver uno de' miei libri et havutolo mi posi con somma intenzione a leggerlo e a minutissimamente considerarlo. E giungnendomi esso per il longo disuso quasi come scrittura nova e di altro autore, liberamente confesso ch'ella mi si rappresent in pi luoghi distesa in tal forma, che il lettore non consapevole dell'intrinseco mio harebbe avuto cagione di formarsi concetto che gli argomenti portati per la parte falsa(268), e ch'io intendevo di confutare, fussero in tal guisa pronunciati che piutosto per la loro efficacia fussero potenti a stringere che facili ad esser sciolti, e due in particolare presi, uno dalle macchie solari e l'altro dal flusso e riflusso del mare, vengono veramente con attributi di forti e gagliardi avalorati alle orecchie del lettore pi di quello che pareva convenirsi ad uno che li tenesse per inconcludenti, e che li volesse confutare come pur io internamente e veramente per non concludenti e per confutabili li stimavo e stimo. E per iscusa di me stesso appresso me medesimo, d'esser incorso in un errore tanto alieno dalla mia intentione, non mi appagando interamente col dire, che nel recitar gli argomenti della parte avversa, quando s'intende di volergli confutare, si debbono portare (e massime scrivendo in dialogo) nella pi stretta maniera, e non pagliargli a disavvantaggio dell'avversario; non mi appagando, dico, di tal scusa, ricorrevo a quella della natural compiacenza che ciascheduno ha delle proprie sottigliezze, e del mostrarsi pi arguto del comune degli huomini in trovare anco per le proposizioni false, ingegnosi et apparenti discorsi di probabilit, con tutto questo ancorche con Cicerone, avidior sim gloria quam satis sit, se io havessi a scrivere adesso le medesime ragioni, non  dubbio che io le snerverei in maniera ch'elle non potrebbero fare apparente mostra di quella forza, della quale essentialmente e realmente son prive.  stato dunque l'error mio, e lo confesso, di una vana ambitione e di una pura ignoranza et inavvertenza. E questo e quanto m'occorre dire in questo particolare che mi  occorso nel rileggere il mio libro.
Quibus habitis, habita ejus subscriptione DD. pro modo dimiserunt examen animo et imposito sibi silentio sub juramento.
Firmato: Io GALILEO GALILEI, ho deposto come di sopra.
Et post paululum rediens dixit.
Et per maggior confirmatione del non haver io ne tenuta ne tener per vera la dannata opinione della mobilit della terra, e stabilit del sole, se mi sar conceduta, s come io desidero, habilit e tempo di poterne fare pi chiara dimostratione, io sono accinto a farla, e l'occasione c' opportunissima, attesoch nel libro gi pubblicato sono concordi gl'interlocutori di doversi, dopo certo tempo trovar ancor insieme per discorrere sopra diversi problemi naturali separati della materia nei loro congressi trattata. Con tale occasione dunque dovendo io soggiungere una o due altre giornate, prometto di ripigliar gli argomenti gi recati a favore della detta opinione, falsa, e dannata, e confutargli in quel pi efficace modo, che da Dio benedetto mi verr somministrato.
Prego dunque questo S. Tribunale che voglia concorrer meco in questa buona risolutione, col concedermi facolt di poterla metter in effetto(269).
Et iterum se subscripsit.
Firmato: Io GALILEO GALILEI, affermo come sopra.
Eadem die XXX aprilis 1633.
R. P. Fr. Vincentius Maculanus de Florentiola S. R. et universalis Inquisitionis commissarius generalis, attenta adversa valetudine et tate gravi supradicti Galilei de Galileis, facto prius verbo cum Sanctissimo, mandavit illum habitari ad palatium Horatoris serenissimi magni ducis, Hetruriae, facto sibi precepto de habendo dictum palatium loco carceris, et de non tractando cum aliis quam cum familiaribus et domesticis illius palatii et de se presentando in S. Officio toties quoties fuerit requisitus, sub penis arbitrio sacrae congregationis. Injuncto sibi silentio sub juramento, quod tactis prestitit tam de silentio servando circa merita suae caus quam de parendo supradicto precepto, omnibusque in eo contentis. Super quibus etc...... actum Rome in aula congregationum Palatii S. Officii, prsentibus R. D. Thoma de Federicis romano, et Francisco Ballestra de Offida, custode carcerum huius sancti Officii, testibus.
 DOCUMENTO LI.
(EDITO(270))
 TERZO INTERROGATORIO DIE MARTIS, 10 MAGGIO 1633.
Vocatus comparuit personaliter Rome in aula congregationum Palatii S. Officii, coram R. P. F. Vincentio Maculano, ordinis prdicatorum, commissario generali S. Officii, in meique, Galileus Galileus de quo supra et eidem coram P. sua constit. P. commissarius assignavit terminum octo dierum ad faciendas suas defensiones si quos facere vult et intendit.
Quibus auditis dixit:
Io ho sentito quello che Vostra Paternit m'ha detto e le dico in risposta che per mia diffesa cio per mostrar la sincerit e purit della mia intentione, non per scusare affatto l'haver io ecceduto in qualche parte, come ho gi detto, presento questa scrittura, con una fede aggiunta dal gi Emo signor cardinale Bellarmino, scritta di propria mano del medesimo signor cardinale, della quale gi produssi una copia di mia mano(271). Del rimanente mi rimetto in tutto e per tutto alla solita piet e clemenza di questo Tribunale.
Et habita ejus subscriptione fuit remissus ad domum supradicti oratoris serenissimi magni ducis modo et forma jam tibi notificatis.
Firmato: Io GALILEO GALILEI, manu propria.
 DOCUMENTO LII.
(EDITO(272))
 DICHIARAZIONE DEL CARDINALE BELLARMINO.
Roma, 26 maggio. 1616.
Noi Roberto Cardinale Bellarmino avendo inteso che il Signor Galileo Galilei sia calunniato o imputato di avere abiurato in mano nostra, ed anco d'essere stato perci penitenziato di penitenzie salutari; et essendo ricercati della verit, diciamo che il suddetto Signor Galileo non ha abiurato in mano nostra, n di altri qui in Roma, ne meno in altro luogo, che noi sappiamo, alcuna sua opinione o dottrina, ne manco ha ricevuto penitenzie salutari, n d'altra sorte: solo gli  stata denunziata la dichiarazione fatta da Nostro Signore, et publicata dalla Sacra Congregatione dell'Indice, nella quale si contiene, che la dottrina attribuita al Copernico, che la terra si muove intorno al Sole, et che il sole stia nel centro del mondo senza muoversi da oriente ad occidente, sia contraria alle Sacre Scritture, et pero non si possa difendere, ne tenere. E in fede di ci habbiamo scritta et sottoscritta la presente di nostra propria mano: questo d 26 di maggio 1616.
Il medesimo di sopra, ROBERTO Cardinale BELLARMINO.
 DOCUMENTO LIII.
(EDITO(273))
 DIFESA DI GALILEO.
Nell'interrogatorio posto di sopra nel quale fui(274) domandato se io havevo significato al P. R. Maestro del S. Palazzo il comandamento fattomi privatamente circa 16 anni fa, d'ordine del S. Offitio di non tenere, defendere vel quovis modo docere l'opinione del moto della terra e stabilit del Sole, risposi, che no. E perch non fui poi interogato della causa del non l'haver significato non hebbi occasione di soggiugner'altro. Hora mi par necessario il dirla per dimostrar la mia purissima mente, sempre aliena dall'usar simulazione o fraude in nessuna mia operazione; dico per tanto che andando in quei tempi alcuni(275) miei poco bene affetti spargendo voce, come io ero stato chiamato dall'E. sig. Cardinale Bellarmino per abjurare alcune mie opinioni et doctrine, et che mi era convenuto abjurare et anche riceverne penitentiam, cos fui costretto ricorrere a S. Eminenza con supplicarla che mi facesse una attestazione con esplicazione di quello, perche io era stato chiamato; la quale attestazione io ottenni fatta di sua propria mano, et  questa che io con la presente scrittura produco. Dove chiaramente si vede essermi solo stato denunziato non si poter tenere, ne difendere la dottrina attribuita al Copernico della instabilit della terra e stabilit del sole, etc. Ma oltre a questo pronunziato generale concernente a tutti a me fosse comandato cosa altra nissuna in particolare, non ci se ne vede vestigio alcuno. Io poi havendo per mio ricordo questa autentica attestazione manuscritta dal medesimo intimatore, non feci dopo pi altra applicazion di mente ne di memoria, sopra le parole usatemi nel pronunziarmi in voce il detto precetto del non si potere, difendere, ne tenere, talche le due particole che oltre al tenere, defendere che sono vel quovis modo docere che sento contenersi nel comandamento fattomi et registrato a me son giunte novissime et come inaudite, et non credo che non mi debba esser prestato fede che io nel corso di 14 o 16 anni ne habbia haver perso ogni memoria, et massime non havend'hauto bisogno di farci, sopra reflessione alcuna di mente havendone cos valida ricordanza in scritto. Hora quando si rimuovino le due dette particole et si ritenghino le due sole notate nella presente attestazione non resta punto da dubitare che il comandamento fatto in essa sia l'istesso precetto che il fatto nel decreto della S. Congregazione dell'Indice. Dal che mi par di restare assai ragionevolmente scusato del non haver notificato al P. Maestro del S. Palazzo il precetto fattomi privatamente essendo l'istesso che quello della congregazione dell'Indice.
Che poi stante che il mio libro non fosse sottoposto a pi strette censure di quelle alle quali obbliga il decreto dell'Indice, io habbia tenuto il pi sicuro modo, ed il pi condecente per cautelarlo, et espurgarlo da ogni ombra di macchia, parmi che possa essere assai manifesto, poich lo presentai in mano del supremo Inquisitore in quei medesimi tempi che molti libri scritti nelle medesime materie venivano proibiti solamente in vigore del detto decreto. Da questo che dico mi par di poter fermamente sperare che il concetto d'haver'io scientemente e volontariamente trasgredito ai comandamenti fattimi sia per restar del tutto rimosso dalle menti degli eminentissimi e prudentissimi giudici in modo che quei mancamenti che nel mio libro si veggono sparsi, non da palliata, e men che sincera intenzione siano stati artifiziosamente introdotti, ma solo per vana ambizione e compiacimento di comparire arguto oltre al comune dei popolari scrittori inavvertentemente scorsomi dalla penna, come pure in altra mia antecedente(276) deposizione ho confessato, il qual mancamento sar pronto a scrivere et hemendare(277) ..... industria qualunque volta o mi sia dagli Em. signori comandato o permesso.
Restami per ultimo il mettere in considerazione lo stato mio di commiseranda indisposizione corporale, nel quale una perpetua afflizione di mente per dieci mesi continui con gl'incommodi di un viaggio lungo et travaglioso, nella pi orrida stagione, nell'et di 70 anni, mi hanno ridotto con perdita della maggior parte degl'anni che il mio precedente stato di natura mi prometteva che a ci fare m'invita et persuade la fede che ho nella clemenza et benignit degl'eminentissimi Signori miei giudici, con speranza che quello che potesse parere alla loro intera giustizia che mancasse(278) a tanti patimenti per adequato castigo de miei delitti lo siano da me pregati per condonare alla cadente vecchiezza che pur anch'essa humilmente segli raccomanda. Ne meno voglio raccomandargli l'honore et la reputazion mia contro alle calunnie de miei malevoli, li quali quanto siano per insistere nelle detrazioni della mia fama argomento non(279) prendano gli Eminentissimi Signori(280) dalla necessit che mi costrinse a(281) invocar dall'Em. sig. card. Bellarmino l'attestazione pur hor con questa presentata da me.
Die decima mai 1633 exibuit ad suam defensionem Galileus Galileus.
 DOCUMENTO LIV.
 COPIA DELLA NOTA DEL CARDINALE BELLARMINO SOPRA RIFERITA.
Copia della nota del card. Bellarmino, 26 maggio 1616, in tutto corrispondente alle parole dell'autografo riprodotte pi avanti.
 DOCUMENTO LV.
(INEDITO)
 ATTESTAZIONE DI AGOSTINO OREGIO, 15 APRILE 1633.
 Anno Domini 1633 mensis aprilis die 15.
In opere quod inscribitur Dialogo de Galileo Galilei tenetur et defenditur sententia, qu docet moveri terram, et quiescere solem ut ex toto operis contextu colligitur et prsertim ex notatis in scriptura, quam jussu Sanctissimi, Reverendissimus Pater Nicolaus Riccardius Sacri Palatii Apostolici Magister et Augustinus Oregius ejusdem Sanctissimi Theologus, Sancti Officii consultores, obtulerunt Eminentissimis et Reverendissimis Cardinalibus super heretica pravitate generalibus inquisitoribus. Sic sentio ego Augustinus Oregius Sanctissimi Theologus et Sanct Roman Generalis Inquisitionis consultor.
 DOCUMENTO LVI.(282)
(INEDITO)
 ATTESTAZIONE DI INCHOFER.
Censeo Galileum non solum docere et defendere stationem seu quietem solis tamquam centri universi, circa quod et planetae et terra motibus suis propriis convertantur: verum etiam de firma huic opinioni adhsione vehementer esse suspectum atque adhuc eam tenere.
MELCHIOR INCHOFER.
 DOCUMENTO LVII.
(INEDITO)
 RAGIONI DEL SECONDO VOTO DI MELCHIORRE INCHOFER.
Rationes secundi voti de statione, quiete seu immobilitate solis et quod sit centrum universi, circa quod planet et terra moveantur, sunt per singula capita edem qu sunt allat pro primo voto de conversione terr. Hc enim duo terram moveri et Solem quiescere et esse centrum, reciprocantur in sistemate Copernicano.
Quare omnes ill rationes, quibus Galileus, asseruit absolute, et non hipotetice et quocumque tandem modo adstruit motum terr, necessario probant etiam, aut supponunt immobilitatem solis tamquam centri universi.
In particulari vero, et in terminis absolutis dicit pag. 25 Aristotele non proveria mai che la terra sia nel centro: quo loco licet in margine addat, il sole esser pi probabil nel centro che la terra, quasi non absoluta assertione, sed tantum magis probabiliter id adstrueret: omnino tamen pagina 316 absolute et demonstrative ostendit, et solem esse centrum, et terram moveri circa ipsum sicut ceteros planetas, idque concludit, quemadmodum ipse loquitur con evidentissime et concludentissime osservationi.
Probat vero suum intentum primo positive pag. 318, 319, 321, 323, 324, 325: deinde reprobando motum diurnum orbium clestium, et destruendo sistema Ptolemi quanta potest efficacitate, ex quibus demum infert solem esse centrum, circa quod corpora mundana et terra convertantur. Ita pag. 332, 333, 334.
Cterum etsi de Galilei mente; juxta rationes in utroque voto allatas, indubitate constat, eum scilicet et docere et defendere et tenere opinionem de motu terr et quiete solis tamquam centri universi; adhuc tamen hc omnia efficacissime ostenduntur, ex eo sat longo scripto, ejusdem Galilei, quod antequam hunc librum dialogorum ederet, Archiduci(283) Florenti, pro causa sua exibuit, in quo non solum sententiam Copernici probavit, sed solvendo loco S. Scriptur, quantum in se fuit stabilivit.
In solvendis autem locis scriptur presertim circa motum solis, in eo totus fuit, ut ostenderet scripturam loqui accomodato ad vulgi opinionem sensu, non autem quod revera moveretur. Eos porro qui vulgat de motu solis in scriptura sententi nimium addicti sunt, tamquam ad pauca aspicientes, profundiora non penetrantes hebetes et pene stolidos traduxit. Legi hoc scriptum et nisi fallor hic in urbe non paucorum manibus tenetur. Et hc in confirmationem priorum dicta sunto.
 DOCUMENTO LVIII.
(INEDITO)
 RATIONES(284) QUIBUS OSTENDITUR GALILUM, DOCERE, DEFENDERE, AC TENERE OPINIONEM DE MOTU TERR.
1. Quod Galilus terr motum scripto doceat, extra controversiam est, totus enim liber pro se vocem mittat; nec alio modo docentur posteri et absentes, quam aut scripto, aut traditione.
2. Munus docentis inter alia est prcepta artis tradere, qu faciliora et magis expedita censet, ut faciles et dociles discipulos nanciscatur; proposita prsertim novitate disciplin, qu curiosa ingenia mirifice solet allicere. In hoc genere, quam dextrum et solertem se prbeat Galilus, patet totum librum perlegenti.
3. Prterea qui docet, qu su doctrin adversantur, conatur quantum potest dissolvere difficultates eorum, incommoda, aut etiam falsitates detegere. Galilus toto hoc opere, nihil aliud magis contendit, quam ut doctrinam de conversione terrae constituat, contrariam vero penitus proscribat.
4. Habet et illud singulare Galilus, ut quosvis alios effectus in natura conspicuos, quorum caus cura ab aliis assignat, non latent, in conversionem terr, tanquam in unicam, genuinam et propriam causam referat; cujusmodi sunt qu de maculis solis, de fluxu et refluxu maris, de terr magnete ad nauseam inculcat. Quod dubio procul signum est, non solum docere volentis, sed docendo etiam circa plura illustrantis, de quibus nec Copernicus, nec alii seguaces cogitarunt, ut ipse author haberi velit.
5. Dolet subinde Galilo, quod hc opinio a paucis sit percepta, quod inveterat opinioni nimis sint addicti, eamque ob causam conatur Simplicium dedocere, et sub hujus nomine, omnes peripateticos, si possit in suam sententiam pertrahere. Agit nimirum ex sollicitudine diligentis magistri, qui discipulos habere et proficere optet. Quare si ex St. Augustino in enarrat. super psalm. 108 docere non est aliud quam scientiam dare, et hc ita disciplina connexa est, quod altera, sine altera esse non possit: perspicuum est Galilum, hanc opinionem acre et proprie docere eoque magis, quod sub nomine Academici prceptorem agat eorum quos in Dialogis suis loquentes inducit. Nec est facilior, vel docendi vel discendi ratio quam si doctrin per dialogos tradantur, ut patet innumeris magnorum virorum exemplis.
Atque hc circa primum punctum de doctrina scripto tradita. Tandem vero non esse recentem Galilo, patet ex eo libello pridem ante in lucem edito, in quo ipse ob hanc doctrinam collaudatur et defenditur.
Quod attinet ad secundum caput. An defendat. Etsi ex dictis facile deduci queat, nihilominus indubitate sic ostenditur affirmative.
1. Quia si defendere quis dicitur opinionem, quam duntaxat tuetur, absque refutatione aut destructione contrari sententi, quanto magis qui ita defendit, ut contrariam prorsus destructam velit. Hinc in jure, defendere interdum dicitur impugnare L. 1. C. de Test, et ibi Bald.
2. Quia Copernicus simplici systemate contentus, satis habuit phnomena clestia faciliori methodo (ut ipse putabat) ex hac hypothesi absolvere. At Galilus multis prterea rationibus conquisitis et Copernici inventa stabilit, et nova inducit quod est bis defendere(285).
3. Quia scopus principalis hoc tempore Galili, fuit impugnare P. Christophorum Scheiner, qui recentissimus omnium scripserat centra Copernicanos: sed hoc nihil est aliud quam defendere et in suo robore velle conservare opinionem de motu terr, ne fortasse ab aliis impugnata, labefactetur.
4. Quia non est alius modus magis proprius defensionis, etiam acerrim, quam qui servatur a Galilo, adducendo scilicet argumenta in contrarium, et eo conatu dissolvendo, et eluendo ut appareant sine nervo, sine ratione, denique sine ingenio et judicio adversariorum.
5. Quia si solum animo disputandi aut ingenii exercendi suscepisset hanc tractationem, non tam arrogans bellum erat indicendum Ptolemaicis et Aristotelicis, non tam superbe tractandus Aristoteles et eius sectatores, sed modeste poterant proponi rationes, veritatis investigand gratia, quam non agnoscit.
Hc circa secundum Caput. De defensione scripto edita ex quibus conjectura fieri potest etiam de defensione voce facta.
Quod attinet ad tertium Caput. An Galilus teneat, hanc de motu terr physico opinionem, ita ut vere id sentire convincatur. Affirmativa duplici modo ostenditur. Primo per necessarias consecutiones. Secundo ex verbis ipsiusmet Galili, absolutis et assertivis, aut certe quivalentibus. Suppono autem mentem dicentis, ejusdem verbis alligatam esse, nec valere fucatam interdum protestationem, quasi adhibere solet ne in Decretum peccasse videatur. Judicium enim sumendum ex facto contrario. Sed veniamus ad ostensionem.
1. Quia caussa illa, qua se permotum ad scribendum prtendit Ultramontanos scilicet obmurmurasse decreto(286), et Consultores Sanct Congregationis ignoranti Astronomi arguisse, vana est et frivola, nec sufficiens ut moveat virum cordatum ad tantum laborem suscipiendum. Vidi non unius Ultramontanorum, super hac re lucubrationes editas, in quibus nulla Decreti habetur mentio, nulla consultorum, quorum etiam vocabulum, in re prsenti ipsis ignotum. De Catholicis certum est, id neminem fuisse ausum. Deinde si hc caussa permovit Galilum, cur ergo ipse non suscepit defendendum Decretum et St. Congregationem cum suis consultoribus, hoc enim ipsi consequenter prstandum erat, ut causs scribendi responderet: tantum vero abest id prstitisse Galilum, ut contra novis argumentis(287) de quibus Ultramontani nunquam in hunc finem cogitarant, sententiam Copernicanam munire sit conatus, et cum Italice scribat, non jam Ultramontanis tantum aliisque viris doctis manum porrigere, sed vulgares etiam homines, quibus errores facillime insident, in sententiam voluerit pertrahere.
2. Qui ingenii gratia de aliqua re disputat, et non quia revera ita sentiat, aut problematice agit, neutram partem altera certiorem statuendo, aut tandem reiecta altera parte, adhrendo ei quam certiorem putat. Galilus ubique theorematice, et solidis ut ipsi videtur demonstrationibus decernit, ea ratione, ut sententiam de terr quiete, longe propulsam velit.
3. Promittit Galilus se acturum ex Hypothesi Mathematica, sed non est Hypothesis Mathematica qu conclusionibus physicis et necessariis stabilitur. Exempli gratia. Petit Mathematica dari lineam infinitam, qua data concludit triangulum line infinit superstructum esse potenti infinit, numquam tamen aut probat, aut credit dari lineam infinitam, loquendo proprie de infinito. Ita Galileo ponenda erat mobilitas terr ad intentum deducendum, non vero probanda, cum destructione sententi contrari, quemadmodum toto opere facit.
4. Quritur a Theologis an Deus sit, non quia dubitet Christianus Theologus Deum esse, sed ut ostendat, prscindendo etiam a fide, multis rationibus ostendi posse, in ordine ad nos, (ut dici solet) Deum esse, destruendo rationes qu contrarium suadent. Si Galilus hypotetic volebat agere, tantum afferre debebat rationes qu videntur suadere motum terrae, sed iis deinde solutis contrarium, aut supponere, aut probare, aut certe non confutare. Et hc quidem dico si non pure Mathematice agatur, sed quemadmodum Galilus facit Physicae disputationes intersecantur, alioquin Mathematico sufficit sola suppositio, absque ulla probatione rei, qu supponitur et accipitur.
5. Quaerunt etiam philosophi Utrum Mundus potuerit esse ab terno nemo tamen Christianus dicit fuisse ab terno: sed tantum posito quod fuisset ab terno, hc et illa necessario vel probabiliter erant secutura. Ita Galilo non erat absolute probandum terram moveri, ut se contineret in pura hypothesi mathematica, sed tantum imaginarie concipiendum et non phisice ponendum, moveri, ut hac ratione accepta, explicarentur phnomena clestia, et motuum numerationes ducerentur.
6. Nisi sententi de motu terr firmiter adhreret Galilus, tanquam putat ver, nunquam tam acriter pro ea decertaret, nec tam viliter haberet contrarium sentientes, ut non putet numerandos esse inter homines. (Pag. 269) Quis unquam Catholicus vel pro veritate fidei tam amara contentione egit adversus Hreticos, atque Galilus adversus tuentes quietem terr, prsertim a nemine lacessitus? Certe nisi hoc sit defendere opinionem, cui quispiam firmiter adhreat; nescio, an (prscindendo a fide) ulla futura sit discernendi nota, hujus aut illius esse quempiam opinionis, etsi omni conatu eam defendat.
7. Si Galilus contra unum aliquem privatum ageret, qui fortasse quietem terr non adeo ingeniose adstruxisset, nec Copernicanos solide convicisset, possent multa in meliorem partem de eius mente interpretari; sed cum ipse omnibus bellum indicat, omnes tanquam homunciones reputet, qui Pythagori aut Copernicani non sunt, satis evidens est, quid animi gerat, eo prsertim, quod Guilhelmum Gilbertum Hreticum perversum, et hujus sententi rissosum et cavillosum patronum, nimio plus laudet ac ceteris prferat.
Atque h omnes et singul rationes mihi ejusmodi sunt, ut vehementer suspectum reddant Galilum hujus esse opinionis quod est, terram Physice moveri. Certe ipsum aliter sentire nullibi ex toto hoc opere elicitur. Nam quod interdum dicat se nolle quidquam decidere, id agit ac qui post inflicta destinata vulnera, mederi velit, ne studio vulnerasse censeatur.
Veniamus modo ad alteram dicti partem ut ostendamus Galilum absolutis etiam aut quivalentibus verbis hanc sententiam asserere. Habet hc.



Pag. 108.

1. Io non mi posso persuadere, che trovarsi potesse alcuno, che havesse per cosa pi ragionevole e credibile, che la sfera celeste fosse quella, che desse la volta, et il globo terrestre restasse fermo(288).
Pag. 113 nella 7ma confermatione

2. Se si attribuisce la conversione diurna al cielo, a me pare, che habbi molto del difficile, ne saprei intender come la terra corpo pensile e librato sopra il suo centro, indifferente al moto et alla quiete, etc, non dovesse cedere ella ancora et esser portata in volta.
Pag. 110.

3. Prova la terra moversi per quel principio fisico, che la natura non opera per molti mezzi, ci che pu conseguir per pochi. Et frustra fit per plura quod fieri potest per pauciora.
Pag 122.

4. Considerando queste cose, cominciai a credere, che uno, che lascia una opinione imbevuta col latte, e seguita da infiniti, per venire in un altra da pochissimi seguita, e negata da tutte le scuole, e che veramente sembra un paradosso grandissimo, bisognasse per necessit, che fosse mosso, per non dir forzato da ragioni pi efficaci.
Pag. 370.

Non credo, che alcuno si sia messo a considerar il moto della terra, ma solo perch hanno trovato scritto la terra non si muovere quasi del resto non fosse opinione vera.
Pag. 399(289)

5. Confesso di non haver sentita cosa pi ammirabile di questa, n posso credere che intelletto humano habbi mai penetrato in pi sottile speculatione.
Pag. 48, 49.

6. Dove Semplicio oppone la sovversione della filosofia Aristotelica posto il moto della terra: risponde ci non esser possibile e che bisognerebbe rifare li cervelli, che sapessero distinguer il vero dal falso.
Pag. 317.

7. Dice Aristotile haver collocato il globo terrestre come centro, ma se si trovasse costretto da evidentissime esperienze a permutar in parte questa sua disposizione et ordine dell'universo et confessar d'essere ingannato, etc.
Pag. 317  Non domando.

8. Dice li peripatetici esser mancipii d'Aristotile, et direbbero che il mondo sta come scrisse Aristotele et non come vuole la natura.
 Non usate.

9. Il non dover por la terra nel centro, o che li cieli si muovono d'attorno, non vuole chiamar inconveniente, ma dice potrebbe esser necessario che fosse cos.
P. 318.  Hora quando.

10. Suppone come vero, che intorno al centro si muove la terra.
 Concludesi.

11. Che il sole sia nel centro concludesi da evidentissime et perci concludentissime osservazioni.
Pag. 319.

12. Prova che l'operar il moto diurno ne' corpi celesti non fu, n potette esser altro, che il farci apparire l'universo precipitosamente scorrer in contrario.
Pag. 324.

13. Non tiene per huomini che tengono la fermezza della terra,
Pag. 325.

14. Mostra, che sono stati di eminente ingegno che hanno abbracciata l'opinione di Copernico, seguendo il discorso, contra le sensate esperienze, et che in quanto la ragione ha fatto violenza al senso.
 Siamo.

15. Dice il Salviati, che egli ancora havrebbe creduto a peripatetici se senso superiore et pi eccellente dei comuni e naturale non s'accompagnava con la raggione.
Pag. 331.

16. Fa un'epifonema al Copernico, quando egli havrebbe gustato del Telescopio per confermatione in parte del suo sistema, se in quel tempo fosse stato trovato, et lo loda, perch con le raggioni venne contra l'esperienza.
P. 332.  Tali in fine.

17. Conchiude della terra per probabilissima et forse necessaria conseguenza, che si muove intorno al sole.
Pag. 333.

18. Copernico restaurando l'Astronomia con le supposizioni di Tolomeo giudic che se con assunti falsi in natura si potevano salvar l'apparenze celesti, m. meglio con le suppositioni vere(290).
P. 334.  Voi signor Sagredo.

19. Giudica il rimover le stationi, regressi, etc. de Planeti esser congetture bastanti, a chi non fusse pi che protervo et indisciplinabile a prestar assenso alla dottrina, s'intende di Copernico.
P. 336. Verso il fine. Nota che pag. 27 dice le dimostrazioni esser de' matematici soli

20. L'apparenze di Mercurio et Venere sien tali dal moto annuo della terra, come acutamente dimostra il Copernico.
(pag. 337).

21. Le macchie solari costringono l'intelletto humano d'ammetter il moto annuo della terra.
P. 344.  Sig. Simplicio.

22. Parla di saldi argumenti, congetture e firmissime esperienze di Copernico, posto che sia vero quanto dice il Sagredo; n gi (dice) conviene por dubbio sopra le sue parole.
Pag. 348.

23. Parlando delle macchie solari - supposte le prove - vo' meco medesimo (dice) concludendo, necessariamente bisognare, che quelli, che restano contumaci contro a questa dottrina, o non habbiano sentite, o non habbiano intese queste tanto manifestamente concludenti ragioni.
 Io non gli attribuir. Questo luogo dice pi che alla prima vista mostra.

24. Convenendo una delle due costitutioni esser necessariamente vera, e l'altra necessariamente falsa, impossibile cosa,  che (stando per tra i termini delle dottrine humane) le ragioni addotte per la parte vera non si manifestino altrettanto concludenti, quanto le in contrario vane, et inefficaci.
Pag. 396.

25. Non dubita che la scienzia che insegna esser la terra calamita s'habbi da perfettionar con rare et necessarie dimostrationi. L'istesso bisogno, che data dal moto della terra, essendo che pag. 404 dalli moti della calamita prova li varii moti della terra(291).
Hc sunt rationes, qu me ad eiusmodi censuram ferendam veritatis amore permoverunt, quos nihilominus meliori aliorum iudicio libenter permitto et submitto.
MELCHIOR INCHOFER.
 DOCUMENTO LIX.
(INEDITO)
 AVVISO DI ZACCARIA PASQUALIGO.
Ego Zaccharias Pasqualigus clericus sacr theologi professor coram Em. et Rev.mo Cardinali Geneto S.mi. DD. Urbani Pap octavi vicario rogatus an D. Galileus de Galileis transgressus fuerit prceptum in editione suorum dialogorum, in quibus tradit sistema Copernicanum quo illi a S. Officio prohibetur, ne huiusmodi opinionem de motu terr et de stabilitate solis in centro mundi teneat, doceat aut defendat quovis modo, verbo aut scripto; censeo libro ipsius diligenter inspecto, transgressum fuisse quoad illas particulas doceat aut defendat, si quidem nititur quantum potest motum terr et stabilitatem solis adstruere, et etiam valde suspectum esse, quod huiusmodi opinionem teneat. 
Atque pro horum assertione propria manu subscribo.
 DOCUMENTO LX.
(INEDITO)
 SECONDO AVVISO DI ZACCARIA PASQUALIGO.
Bench il signor Galileo nel principio del suo libro proponga voler trattare del movimento della terra sub hipotesi, nel progresso per de' suoi dialoghi lascia da parte l'hipotesi, et prova assolutamente il movimento di essa con ragioni assolute onde da premesse assolute ne cava la conclusione assoluta, et alle volte stima che le ragioni sue siano convincenti.
Pag. 109. - Apporta dunque le sue ragioni nella prima delle quali suppone che l'istess'apparenza si abbia da cagionare o che la terra si mova col moto diurno, o pure che si movano tutte le stelle: e poi argomenta che natura non fecit per plura quod potest facere per pauciora e perci potendosi col solo moto diurno posto nella terra, salvar tutte le apparenze, bisogna dire che la natura non abbia posti tanti moti diurni, quanti son le stelle e pianeti, ma uno solo nella terra. Pag. 110. Aggiunge per conferma che se il moto diurno  del cielo, bisogna che gli orbi dei pianeti, habbiano il moto retto d'oriente in occidente contrario al proprio naturale. Pag. 111. Che l'orbe quanto  maggiore tanto  pi tardo nel suo moto. Onde Saturno fa il suo moto in 30 anni, e perci il primo mobile come maggiore di tutti non pu fare il suo moto naturale in 24 ore.
Pag. 113. - Che il primo mobile trahendo seco le sfere de' pianeti trarrebbe seco anche la terra come corpo pensile.
Pag. 318. - Seconda ragione. Suppone con Aristotele che il centro del mondo sia quello intorno al quale si fanno le conversioni celesti, e di qui ne inferisce che il sole sia tal centro e perci se ne stia immobile. Che poi intorno al sole si facciano le conversioni celesti dice cavarsi da evidentissime e necessariamente concludenti osservazioni; come sono, trovarsi i pianeti ora pi vicini ora pi lontani dalla terra con differenza tanto grande, che quando Venere  lontanissimo si ritrova sei volte pi lontana da noi, che quando  vicinissimo, e Marte quasi otto volte, apparendo 60 volte maggiore quando  vicinissimo. E Saturno e Giove in congiunzione col sole sono lontanissimi e vicinissimi in opposizione dello stesso sole.
Pag. 334. - Terza ragione. Posto il moto annuo nella terra si vengono a levare tutte le retrogradationi e stationi de' cinque pianeti, e ciascuno di essi have il suo moto sempre diretto ed eguale, et le stationi et retrogradationi vengono ad essere solo apparenti; per ci confermare ne fa la sua dimostratione lineare, la quale per patisce le sue difficolt.
Pag. 339. - Quarta ragione cavata dalle macchie solari. Dice che avanti che facesse piena osservazione intorno a dette macchie, fece tal giudizio. Che se la terra si movesse col moto annuo per ecclittica intorno al sole, et che esso sole come centro si volga in se stesso, non con l'asse della istessa ecclittica, ma con proprio inclinato, ne seguirebbe che i passaggi delle macchie si farebbono due volte l'anno di sei mesi in sei per linea retta; et negli altri tempi per archi incurvati. Che l'incurvatione di tali archi per la met dell'anno avr inclinatione contraria a quella che avr nell'altra met: perch per sei mesi il convesso degli archi sar verso la parte superiore del disco solare, et per gli altri sei verso la parte inferiore dell'istesso disco. Che i termini orientali et occidentali di esse macchie (chiama termini orientali et occidentali quelle parti del corpo solare vicino alle quali appariscono e si occultano dette macchie) per due soli giorni dell'anno saranno equilibrati, et negli altri tempi per sei mesi i termini orientali saranno pi alti degli occidentali et negli altri sei pi alti gli occidentali che gli orientali. Soggiunge poi, che facendo diligente osservatione intorno al moto di esse macchie, ritrov che corrispondeva del tutto alla maniera disegnata, e perci dal moto di esse macchie raccoglie il moto della terra.
Pag. 346 et 347. - E si va sforzando di mostrare, che stando l'immobilit della terra, et il moto del sole per l'ecclittica non si pu salvare il moto apparente de tali macchie. E questa ragione essendo fondata in un antecedente quod de facto ne inferisce la conclusione, che de facto sit.
Pag. 410. - Quinta ragione. Che posta la terra immobile non si pu fare naturalmente il flusso et riflusso del mare: e posto il movimento annuo e diurno della terra sia necessariamente cagionato il flusso e riflusso. Vuole dunque che dalla mistione del moto annuo e diurno, si venga ad accelerare il moto in alcune parti della terra, et nel medesimo tempo a ritardarsi nell'altre e ne fa pag. 420 dimostratione lineare. - Perch in alcune parti della terra si congiongono moto annuo e diurno che portano verso l'istessa parte la medesima terra, e nell'altre cio nelle opposte parti essendo la terra portata dal moto annuo verso una parte, et dal diurno verso l'opposta detrahendo un moto all'altro, vien il moto assoluto ad essere tardato assai. Da tal acceleratione poi e ritardamento vien cagionato necessariamente l'alzarsi, e l'abbassarsi dell'acqua, il crescere e calare, perch non essendo l'acqua fissamente attaccata alla terra, non segue di necessit il suo moto, come apparisce in una barca piena d'acqua, che per qualche lago si muova, e venga il moto a variarsi in quanto alla celerit e tardanza.
Non scioglie per la difficolt, che stante tal dottrina sicome la mutatione di somma acceleratione e massima tardanza del moto della terra sarebbe di dodici in dodici hore, cos anco il flusso e reflusso dovrebbe essere di dodici in dodici hore, et ad ogni modo l'esperienza insegna essere di sei in hore sei.
Pag. 439. - I periodi menstrui de flussi li riduce come in causa nella variatione menstrua del moto annuo della terra, cagionata dal moto della luna, la quale movendosi nell'istesso orbe insieme con la terra intorno all'istessa terra, quando  tra la terra, et il sole, cio nel tempo della congiontione, riesce il moto della luna pi celere (e di tal velocit ne partecipa anco la terra) di quello riesca quando essa luna  pi discosta dal sole, cio oltre la terra, et in oppositione di esso sole, et da questa maggior e minor velocita vien cagionata la diversit menstrua de flussi e reflussi.
Pag. 451. - La diversit del flusso e riflusso, che si cagiona negli equinottii e solstitii la riduce pure nella variet del moto della terra in quanto dalla mistione del moto annuo e diurno vien il moto assoluto ad accelerarsi per le diverse linee per le quali viene portato il globo terrestre, come lo dichiara con dimostrazione lineare. - Tutte per queste sue dimonstrationi lineari soggiacciono alle sue difficolt.
 DOCUMENTO LXI.
(INEDITO)
 NUOVE RAGIONI DI ZACCARIA PASQUALIGO.
Avendo il S. Galileo gli anni addietro avuto precetto dal S. Offitio intorno all'opinione Copernicana del movimento della terra e stabilit del sole nel centro del mondo, che neque teneat, neque doceat, neque defendat quovis modo, verbo aut scripto, et avendo stampato i suoi dialoghi intorno detta materia, si ricerca se abbia trasgredito il suddetto precetto.
Si risponde aver contravenuto al precetto in quanto proibisce che non doceat quovis modo, 1. perch lo scopo di chi stampa e scrive  insegnar la dottrina che contiene il libro, onde S. Tomaso, 3 par., quest. 42, ar. 4, dice: scriptura ordinatur ad impressionem doctrin in cordibus auditorum sicut ad finem; 2. perch insegnare non  altro che comunicare qualche dottrina, come insegna St. Agostino, concione 17 in psal. 118. Quid est aliud docere quam scientiam dare, e poi soggiunge che l'insegnare, dalla parte di chi insegna, non importa altro che il dire quello ch' necessario dire acciocch venga capita qualche dottrina, et perci dice che, non avendo il discepolo capito, pu chi insegna dire: ego ei dixi quod dicendum fuit, sed ille non didicit, quia non percepit. E perci pu dire di aver fatto quanto era necessario per insegnare. E perci il sig. Galileo, dicendo quanto si pu dire per via di ragione per imprimere in chi  capace l'opinione copernicana, insegna tale opinione; 3. perch, apporta la sua dottrina in tal maniera che molti anco intendenti nelle scienze matematiche restano persuasi; 4. perch (pag. 213) dice che stima aver ben speso il tempo e le parole, mentre almeno ha persuaso che l'opinione della mobilit della terra non sia stolta; il che non  altro che persuadere che sia probabile.
Ha anco trasgredita l'altra particella che non defendat quovis modo. Perch il difendere qualche opinione non consiste in altro che nel fondarla con qualche ragione e sciogliere gli argomenti in contrario, il che esso fa con ogni sforzo in tutto il progresso dei suoi dialoghi, e bench si protesti di parlare sub hipotesi, nel provar per la sua opinione inchiude l'ipotesi, perch da antecedenti assoluti, e che de facto sono veri almeno secondo il suo sentimento, ne cava la conclusione assoluta, come apparisce in tutte le ragioni che apporta, e particolarmente (p. 109) che, abborrendo la natura il superfluo, non si hanno da moltiplicar tanti moti quante sono le stelle. Pag. 318, che evidentissime e necessariamente concludenti osservazioni intorno al moto de' pianeti dimostrano il sole esser centro del mondo. Pag. 339, che, posto il moto della terra, fece giudizio che alcuni determinati accidenti si dovevano scorgere nel moto delle macchie solari; et che poi osservandolo ritrov gli accidenti essere tali quali dovevano corrispondere in virt del moto della terra. Pag. 410, che senza il moto della terra non si possa fare naturalmente il flusso e reflusso del mare.
In quanto all'altro punto che proibisce che non teneat da sospetto et inditio urgente di averlo trasgredito: 1. perch in tutto il progresso del libro si mostra molto aderente a tal opinione, sforzandosi d'imprimerla destramente come vera e svellere l'opposta, poich abbatte tutte le ragioni con le quali questa si difende, et mostra sentire che quelle che sono in favore del movimento della terra sieno efficaci; 2. perch consente ad alcune cose dalle quali con vera conseguenza pensa cavare il moto della terra. Come (pag. 318) che le osservazioni fatte intorno al moto de' pianeti dimostrino le conversioni di essi pianeti essere intorno al sole come centri, e chiama tali osservazioni evidentissime e necessariamente concludenti che tali conversioni sieno intorno al sole. Pag. 339, dice aver fatto giudizio (che non  altro che acconsentire) che se la terra si moveva bisognava che in virt di detto moto si scorgessero alcuni particolari accidenti nel moto delle macchie solari; et poi soggiunge aver ritrovato con l'osservazione che appunto tali accidenti corrispondevano; e di nuovo da tali accidenti gi provati secondo esso con l'esperienza arguisce il moto della terra.
Ego Zaccharias Pasqualigus clericus regularis sacr theologi professor coram Eminentissimo et Rev.mo D. cardinali Ginetto SS. D. nostri Urbani Pap VIII Vicario prfatam sententiam expono et ita censeo.
 DOCUMENTO LXII.
(EDITO(292))
 ORDINE DEL PAPA DI INTERROGARE GALILEO SOPRA LA INTENZIONE, 16 GIUGNO 1633.
Die 16 junii 1633. - Galilei de Galileis de quo supra proposita(293) causa Sanctissimus decrevit ipsum interrogandum esse super intentione et comminata ei tortura, ac si sustinuerit, previa abjuratione de vehementi in plena congregatione S. Officii condemnandum ad carcerem arbitrio sacr congregationis, injuncto ei ne de coetero scripto vel verbo tractet amplius quovis modo de mobilitate terr nec de stabilitate solis et e contra sub poena relapsus. Librum vero ab eo conscriptum cui titulus est: Dialogo di Galileo Galilei Linceo, prohibendum fore. Preterea ut haec omnibus innotescant, exemplaria sententi de supra ferend transmitti jussit ad omnes nuncios apostolicos et ad omnes hereticae pravitatis inquisitores, ac precipue ad inquisitorem Florentiae qui eam intimet in eius plena congregatione, accersitis(294) etiam et coram plerisque mathematicae artis professoribus pubblice legi.
 DOCUMENTO LXIII.
(EDITO(295))
 QUARTO INTERROGATORIO DI GALILEO, 21 GIUGNO 1633.
Constitutus personaliter in aula Congregationum Palatii S. Officii urbis coram R. P. commissario generali S. Officii, assistente R. D. Procuratore fiscali in meique, Galileus de Galileis florentinus de quo alias, cui delato juramento veritatis dicendae quod tactis etc. .... prestitit fuit .... etc.
Interrogatus. An aliquid ei occurat ex se dicendum?
Respondit. Io non ho da dire cosa alcuna.
Interrogatus. An teneat vel tenuerit et a quanto tempore citra solem esse centrum mundi et terram non esse centrum mundi et moveri etiam motu diurno.
Respondit. Gi molto tempo cio avanti la determinatione della sacra Congregatione dell'Indice e prima che mi fusse fatto quel precetto io stavo indifferente et havevo le due opinioni cio di Tolomeo e di Copernico per disputabili, perch o l'una o l'altra poteva esser vera in natura, ma dopo la determinatione sopradicta assicurato dalla prudenza de' superiori, cess in me ogni ambiguit e tenni, s come tengo ancora, per verissima et indubitata l'opinione di Tolomeo, cio la stabilit della terra et la mobilit del sole.
Et ei dicto quod, ex modo et serie quibus in libro ab ipso post dictum tempus typis mandato, tractatur et defenditur dicta opinio, imo ex eo quod scripserit et dictum librum typis mandaverit presumitur ipsum dictam opinionem tenuisse post dictum tempus, ideo dicat libere veritatem an illam teneat vel tenuerit?
Respondit. Circa l'havere scritto il dialogo gi publicato non mi son mosso perch io tenga vera l'opinione copernicana, ma solamente stimando di fare beneficio commune ho esplicate le raggioni naturali et astronomiche che per l'una e per l'altra parte si possono produrre, ingegnandomi di far manifesto come n queste n quelle n per questa opinione n per quella havessero forza di concludere demostrativamente, e che perci per procedere con sicurezza si dovesse ricorrere alla determinatione di pi sublimi dottrine s come in molti e molti luoghi di esso dialogo manifestamente si vede. Concludo dunque dentro di me medesimo n tenere n haver tenuto dopo la determinatione delli superiori la dannata opinione.
Et ei dicto quod imo ex eodem libro et rationibus adductis pro parte affirmativa velut quod terra moveatur et sol sit immobilis presumitur ut dictum fuit opinionem Copernici ipsum tenere vel saltem quod illam tenuerit tempore et ideo nisi se resolvat fateri veritatem devenietur contra ipsum ad remedia juris et facti opportuna.
Respondit. Io non tengo n ho tenuta questa opinione del Copernico dopo che mi fu intimato con precetto che io dovessi lasciarla, del resto son qua nelle loro mani, faccino quello gli piace.
Et ei dicto quod dicat veritatem alias devenietur ad torturam.
Respondit. Io son qua per far l'obedienza et non ho tenuta questa opinione dopo la determinatione fatta come ho detto.
Et cum nihil aliud posset haberi in executionem decreti, habita ejus subscriptione, remissus fuit ad locum suum.
Firmato: Io GALILEO GALILEI ho deposto come di sopra(296).
 DOCUMENTO LXIV.
(EDITO)
 ORDINE(297) DEL PAPA ALL'INQUISITORE DI FIRENZE DI PUBBLICARE LA SENTENZA CONTRO GALILEO - ORDINE DI RELEGARE GALILEO A SIENA, 30 GIUGNO 1633.
SS.mus mandavit Inquisitori Florenti mitti copiam Sententi et Abiurationis Galili de Galilis Florentini Prophessoris Philosophi et Mathematic, ut illum legi faciat coram Consultoribus et Officialibus S. Officii, vocatis etiam Professoribus Philosophi et Mathematic eiusdem Civitatis in Congregatione S. O., velo levato: eamdemque pariter copiam Sententi et Abiurationis mitti omnibus Nuntiis Apostolicis et Inquisitoribus locorum, et in primis Inquisitoribus Bononi et Padu qui illam notificari mandent eorum Vicariis et Diocsanis, ut deveniat ad notitiam omnino Professorum Philosoph. et Mathem.
 DOCUMENTO LXV.
(EDITO(298))
 SUPPLICA DI GALILEO AL PAPA.
Beatissimo Padre.
Galileo Galileo supplica umilissimamente la Santit Vostra a volerli commutare il luogo assegnatogli per carcere in Roma in un altro simile in Fiorenza dove parr alla Santit Vostra, e questo per ragione di infermit, et anco aspettando l'oratore una sorella sua di Germania con otto figliuoli, a quali difficilmente potr essere da altri recato aiuto et indirizzo. Il tutto ricever per somma grazia dalla Santit Vostra. Quam Deus, etc.
 DOCUMENTO LXVI.
(EDITO(299))
 RISPOSTA DEL PAPA.
30 Junii 1633. - B. fecit eidem gratia eundi Senas et ab eadem civitate non discedere sine licentia Sanct Congregationis
 DOCUMENTO LXVII(300)
 RISPOSTA DELL'INQUISITORE DI FIRENZE.
L'Inquisitore di Firenze con una lettera, 9 luglio 1633, significa al Cardinale che eseguir gli ordini circa la pubblicazione della sentenza(301).
 DOCUMENTO LXVIII.
 L'ARCIVESCOVO DI SIENA AL CARDINALE DI S. ONOFRIO, 10 LUGLIO 1633.
Lettera con la quale esso annunzia che Galileo  giunto in Siena a d 9 del medesimo.
 DOCUMENTO LXIX.
 LETTERE CON LE QUALI SI D ATTO DELLA SENTENZA RICEVUTA E DELLA PUBBLICAZIONE FATTANE.
Queste lettere sono scritte dagli Inquisitori di Padova, 15 luglio; di Bologna, 16 luglio; di Napoli, 6 luglio; dal Vescovo d'Ascoli, 6 agosto; dall'Inquisitore di Vicenza, 12 agosto; di Venezia, 13 agosto; dall'Arcivescovo di Venezia, 6 agosto(302); dall'Inquisitore di Ceneda, 15 agosto; di Brescia, 17 agosto; di Firenze, 27 agosto.
 DOCUMENTO LXX.
(EDITO(303))
 ORDINE DI AMMONIRE L'INQUISITORE DI FIRENZE DELLA LICENZA DATA ALLO STAMPATORE DELLE OPERE DI GALILEO.
8 Septembris relatum coram SS.mo et mandavit moneri inquisitorem quod dedisset licentiam imprimendi opera Galili.
 DOCUMENTO LXXI.
 NUOVE LETTERE DI RICEVUTA O DI PUBBLICAZIONE DELLA SENTENZA.
Sono dell'Inquisitore di Ferrara, 3 settembre; dell'Arcivescovo di Patras, da Vienna, 20 agosto; dell'Inquisitore di Aquileia, da Udine, 23 agosto; del Vescovo d'Ascoli, da Firenze, 3 settembre; dell'Inquisitore di Perugia, 10 settembre; di Como, 30 agosto; di Pavia, 31 agosto; di Padova, 17 settembre.
Quest'ultimo, nel rispondere che pubblic la sentenza, aggiunge che: Fortunio Liceti gli mand il libro dei Dialoghi avuto in dono da Galileo stesso(304).
 DOCUMENTO LXXII.
(INEDITO)
 RISPOSTA DELL'INQUISITORE DI FIRENZE ALL'AMMONIZIONE FATTAGLI, 17 SETTEMBRE 1633.
Poich si  dichiarato di essere stati male serviti da me e di essere stato cos facile a lasciar dare alle stampe e pubblicare il libro di Galileo opera tanto perniciosa, et se bene potrei dire assai sopra questo particolare in mia difesa etc., tuttavia chiedo perdono, et ci mi sar d'ammonimento per l'avvenire.
 DOCUMENTO LXXIII.
 NUOVE LETTERE DI RICEVUTA O DI PUBBLICAZIONE DELLA SENTENZA.
Rispondono il Vicario dell'Inquisizione di Siena, 25 settembre; l'Inquisitore di Ferrara, 14 settembre; di Faenza, 17 settembre; di Como, 16 settembre; di Milano, 21 settembre; di Crema, 16 settembre; di Cremona, 28 settembre; di Reggio, 4 ottobre; del Nunzio di Francia, 1 settembre; del Nunzio di Bruxelles, 6 settembre; dell'Inquisitore di Mantova, 30 settembre; di Gubbio, 7 ottobre; di Pisa, 27 settembre; di Pavia, 28 settembre, coll'aggiunta di una copia della notificazione a stampa; del Nunzio del Belgio, 11 settembre; dell'Inquisitore di Casale, 18 settembre; del Nunzio di Polonia, 13 settembre; dell'Inquisitore di Novara, 18 ottobre; di Piacenza, 27 ottobre.
Le risposte degli inquisitori rivelano per lo pi ignoranza. Uno di loro scrive che si fece bene a condannare la dottrina eretica che Galileo pubblic nel suo Linceo. Questo povero inquisitore credeva che Linceo fosse il titolo dell'opera, e non un qualificativo accademico dell'autore.
 DOCUMENTO LXXIV.
 NUOVA SUPPLICA DI GALILEO AL PAPA.
Galileo domanda che gli venga commutato il luogo di relegazione di Siena in un altro in Toscana.
 DOCUMENTO LXXV.
(EDITO(305))
 PERMISSIONE ACCORDATA A GALILEO, 1 DICEMBRE 1633.
A Sanctissimo in congregatione S. Officii conceditur habilitatio in eius rure, modo tamen ibi ut in solitudine stet, nec vocet eo aut venientes illuc recipiat ad collocutiones; et hoc ad tempus arbitrio SS.(306).
 DOCUMENTO LXXVI.
 NUOVE LETTERE INTORNO ALLA SENTENZA.
Sono del Nunzio di Lucerna, 12 novembre; del Nunzio di Madrid, 11 novembre; dell'Inquisitore di Tortona, 19 dicembre.
 DOCUMENTO LXXVII.
(EDITO(307))
 LETTERA DEL GALILEO AL CARD. BARBERINI, 17 DICEMBRE 1633.
Ill.mo et Rev.mo Sig. e Padrone mio Col.mo
Mi  sempre stato noto con quale affetto V. Em. abbia compatito gli avvenimenti miei, et in particolare di quanto momento mi sia stata ultimamente la sua intercessione nel farmi ottenere la grazia del ritorno alla quiete della villa da me desiderata. Questo e mille altri favori, in ogni tempo ricevuti dalla sua benigna mano, confermano in me il desiderio non meno che l'obbligo di sempre servire e riverire l'Em. Vostra, mentre si compiaccia di onorarmi di qualche suo comandamento: n altro potendo di presente gli rendo le dovute grazie della ottenuta grazia da me sopramodo desiderata; e con riverentissimo affetto inchinandomegli gli bacio la veste, augurandole felicissimo il Natale santissimo.
Dalla villa d'Arcetri, li 17 di dicembre 1633.
Di V. S. Em.ma e Rev.ma
Humilissimo et Obb.mo Servitore
GALILEO GALILEI.
 DOCUMENTO LXXVIII.
(EDITO)
 LETTERA DEL NUNZIO DI BRUXELLES, 13 DICEMBRE 1633.
Il nunzio avvisa che scrisse alle Accademie di Douai e di Lovanio intorno alla condanna di Galileo ed alla proibizione della dottrina di Copernico(308).
 DOCUMENTO LXXIX.
(EDITO(309))
 LETTERA DEL RETTORE DELL'ACCADEMIA DI DOUVAI AL NUNZIO A BRUXELLES, 7 DECEMBRE 1633.
Matteo Kellison, professore a Douai dichiara "che i professori dell'Universit erano tanto contrarii a questa strana opinione (phanaticae opinioni) che hanno sempre creduto proscriverla dalle scuole. Nel nostro collegio inglese a Douai, soggiunge, questo paradosso non fu mai approvato, n mai lo sar."
 DOCUMENTO LXXX.
(EDITO(310))
 DENUNZIA CONTRO L'ARCIVESCOVO DI SIENA, 1 FEBBRAIO 1634.
Eminentissimi Signori. Il Galileo ha seminato in questa citt opinioni poco cattoliche, fomentato da questo arcivescovo suo hospite, il quale ha suggerito a molti che costui sia stato ingiustamente aggravato da cotesta Sacra Congregatione e che non poteva n doveva reprobare le opinioni filosofiche da lui con ragioni invincibili matematiche e vere, sostenute, e che  il primo huomo del mondo, e viver sempre ne' suoi scritti ancorch proibiti, e che da tutti i moderni e migliori viene seguitato. E perch questi semi da bocca di un prelato potranno produrre frutti perniciosi se ne d conto.
 DOCUMENTO LXXXI.
 LETTERA DELL'AMBASCIATORE DI TOSCANA.
Chiede che Galileo possa dalla sua villa in Arcetri tornare a Firenze.
 DOCUMENTO LXXXII.
(EDITO(311))
 IL PAPA RICUSA, 23 MARZO 1634.
23 martii 1634. SS.mus noluit huiusmodi licentiam concedere et mandavit inquisitori Florenti scribi quod significet eidem Galilo ut abstineat ab huiusmodi petitionibus ne Sacra Congregatio cogat illum revocare ad carceres(312).
 DOCUMENTO LXXXIII.
(EDITO(313))
 LETTERA DELL'INQUISITORE DI FIRENZE, 1 APRILE 1634.
Ho fatto sapere al Galileo quanto mi viene comandato da V. S. Em., e lui si scusa che il tutto faceva per una rotura terribile che patisce, nondimeno la sua villa nella quale habita  cos vicina alla citt che pu facilmente chiamar medici e cerusici et aver medicamenti opportuni.
 DOCUMENTO LXXXIV.
(EDITO(314))
 LETTERA DI BENEDETTO CASTELLI AL CARDINALE, 23 OTTOBRE 1638, CON CUI CHIEDE PERMESSO DI VISITAR GALILEO.
Sono necessitato a chiedere humilmente perdono a V. E. se apparisco importuno in supplicarla di nuovo della sua benigna grazia, e che resti servita per amor di Dio di impetrarmi pi larga licenza di visitare il sig. Galileo per poter servire queste A. Ser., e si assicuri che non trattar n punto n poco di cose concernenti a quelle che sono prohibite da S. Chiesa et pi presto che trasgredire ci lasciar la vita. Io mi trovo qua con obligo grande di servire questi principi, ricercato servirli in cose honoratissime e importantissime ed assolutamente utili anco al servizio di Dio e non ho scusa nessuna. Scrissi a giorni passati a V. E. il punto principale di che si tratta e replico hora che essendo destinato il ser. Principe Gio. Carlo, generalissimo del mare e dovendo passarsene in Spagna, si desidera, che il sig. Galileo mi istruisca a pieno delle tavole e periodi dei pianeti Medicei per stabilire il negozio della longitudine, tanto grave ed importante come Ella sa benissimo. Per prostrato con ogni humilt la supplico della sua grazia, afin che il ser. Principe possa portare in Spagna questo tesoro, e V. E. con la sua autorit habbia parte in cos honorata impresa con l'opera di un suo servitore e non tocchi ad altri a levarmi questo honore. Dimani andar per la secunda volta concessami a visitare il sig. Galileo, e non trattar altro che quello che mi tocca per officio di carit. Hora il ser. gran Duca si trova all'Ambrosiana, e credo che aspetti il Doria.
Sul dosso di questa lettera  scritto:
"25 nov. 1638. Sanctissimus scribi iussit inquisitori Ximenes qui permittat D. Benedictum frequentius agere cum Galileo Galileo ut possit instrui de periodis planetarum medicearum ad investigandam artem navigandi per longitudinem." Vi si mette per condizione di non parlare del movimento della terra.
 DOCUMENTO LXXXV.
(EDITO(315))
 L'INQUISITORE FANANO SCRIVE AL CARDINALE BARBERINI, 25 LUGLIO 1638.
Il personaggio destinato a Galileo Galilei non  comparso in Fiorenza, e n meno, per quello che sono avvisato,  per comparire: non ho per sin ora potuto penetrare se ci segua o per impedimento avuto nel viaggio, o per altro rispetto. So bene che sono capitati qua in mano di alcuni mercanti tedeschi i regali con lettere dirette al medesimo Galileo, e persona di rispetto, mia confidente, che ha parlato con quello stesso che ha li regali e le lettere, dice che queste sono sigillate con sigillo di Stati Olandesi, e che quelli sono in un involto, e si figurano manifatture d'oro e d'argento. Il Galileo ha ricusato costantissimamente di ricevere tanto la lettera quanto i regali, o sia per timore che egli abbia avuto di non incorrere in qualche pericolo per l'ammonizione che io gli feci al primo avviso che s'ebbe di questo personaggio che dovea venire, o perch in effetto egli non ha ridotto, e n meno  in termine di poter ridurre a perfezione il modo di navigare per la longitudine del Polo, ritrovandosi egli totalmente cieco, e pi colla testa nella sepoltura, che con l'ingegno ne' studi matematici, e potendo l'uso dell'istrumento, che si figurava, molte difficolt, che si rendono insuperabili: e quando l'avesse avuto in termine, s' discorso anche qua che quest'Altezza non avria permesso di lasciarlo capitare in mano di stranieri, eretici, e inimici di Principi uniti con questa Casa. Che  quanto ec.
 DOCUMENTO LXXXVI.
 LETTERA DELL'INQUISITORE DI FIRENZE, 26 GIUGNO 1638, SOPRA UNA PERSONA VENUTA DALL'OLANDA PER VISITAR GALILEO.
In questa lettera si tratta della stessa quistione che nell'altra riferita qui innanzi da noi, anzi avrebbe dovuto star prima, secondo l'ordine del tempo, ma siccome nel volume originale del processo vien dopo, cos noi seguiamo lo stesso ordine(316).
 DOCUMENTO LXXXVII.
(EDITO(317))
 ORDINE DEL PAPA, 13 LUGLIO 1638, INTORNO AL RICEVERE O NO DETTA PERSONA.
13 Julii 1638. Ex. DD. mandarunt Inquisitori rescribi quod si persona Florentiam ventura ex Germania ad alloquendum Galileum, sit heretica, vel de civitate heretica, non permittat accessum ad predictum Galileum, eidemque Galileo hoc prohibeat, sed quando civitas et persona esset catholica, non impediat negociationem, dummodo non tractet de motu terrae et stabilitate coeli iuxta prohibitionem alias factam.
 DOCUMENTO LXXXVIII.
(EDITO(318))
 IL PAPA ORDINA CHE SIA RINGRAZIATO GALILEO PER NON AVER RICEVUTO LA PERSONA DI CUI SOPRA.
Die 5 augusti 1638. Sanctissimus iussit eidem Galileo, significari hanc actionem fuisse valde gratam huic S. Beatitudini.
 DOCUMENTO LXXXIX.
(EDITO(319))
 LETTERA DI FRA PAOLO AMBR. AI CARDINALI, 8 GIUGNO 1734.
Questa mattina  stato da me il sig. cav. Neroni richiedendomi se in questo S. Uffizzio vegliasse alcun ordine di codesta S. et S. Congregatione per cui fosse stata vietata l'erezione in questa nostra chiesa di S. Croce di sontuoso deposito di marmi o bronzo in memoria del fu Galileo (gi condannato pei di lui notori errori) imposta per legato testamentario fin dall'anno 1689 a suoi eredi da un discendente di detto Galilei colla spesa di 4,000 scudi in circa, e perch al presente si medita l'effectuazione di tal legato sono stato ricercato se pel passato vi sia stata veruna proibizione.
 DOCUMENTO XC.
(INEDITO(320))
 SUNTO DEL PROCESSO.
Galileo Galilei matematico fiorentino fu inquisito nel S. O. di Firenze per le seguenti proposizioni:
Che il sole sii in centro del mondo et per conseguenza immobile di moto locale.
Che la terra non  centro del mondo, ne immobile, ma si muove secondo se tutta etiam di moto diurno.
Fu chiamato a Roma fu carcerato in questo S. O. dove propostasi la causa avanti il papa li 16 giugno 1633. La Santit sua decret, che il detto Galilei si interogasse sopra l'intenzione con comminargli la tortura, e sostenendo, precedente l'abiura de vehementi da farsi in piena congregatione del S. Officio si condanasse alla carcere ad arbitrio della sagra congregazione e gli si ingiongesse che in avvenire ne in iscritto, ne in parole trattasse pi in qualsia modo della mobilit della terra, ne della stabilit del sole, sotto pena di relapso. Che il libro da lui composto intitolato - Dialogo di Galileo Galilei linceo - si proibisse, et inoltre, che gli esemplari della sentenza da proferirsi come sopra si trasmettessero a tutti i nunzi apostolici ed a tutti gli inquisitori, e particolarmente a quello di Firenze il quale leggesse nella sua piena congregazione, avanti particolarmente de' professori della matematica publicamente la detta sentenza, come il tutto fu eseguito - Li 23 giugno del detto anno fu da N. Sig. abilitato dalle carceri del S. Officio al palazzo del G. Duca alla Trinit de' Monti in luogo di carcere e il primo dicembre dello stesso anno fu abilitato alla sua villa con che vivesse in solitudine, ne ammettesse alcuno per seco discorrere per il tempo ad arbitrio di S. Santit.
 DOCUMENTO XCI.
(EDITO(321))
 MONUMENTO A GALILEO, 14 GIUGNO 1734.
Feria 2, die 14 junii 1734. DD. fuerunt in voto rescribendum P. Inquisitori quod constructionem depositi Galili non impediat, sed curet sollicite sibi communicari inscriptionem supra dicto deposito faciendam illamque ad S. Congregationem transmittat ad effectum circa illam dandi ordines opportunos antequam fiat.
Feria 4, die 16 junii 1734. Eminentissimi sumptum votum DD. consultorum approbarunt.
 APPENDICE
 I. - SENTENTIA IN GALILUM.
Nos Gaspar Tituli S. Crucis Hjerosolim Borgia.
Frater Felix Centinus Tituli S. Anastasi dictus de Asculo.
Guidus Tituli S. Mari Populi, Bentivolus.
Frater Desiderius Scaglia Tituli S. Caroli, dictus de Cremona.
Frater Antonius Barberinus, dictus S. Onuphrii.
Laudivius Zacchia Tituli S. Petri in vinculis, dictus S. Sixti.
Berlingerius Tituli S. Augustini, Gypsius.
Fabricius S. Laurentii in pane et perna, Verospius, dictus presbyter.
Fabricius S. Laurentii in Damaso Barberinus, et
Martinus S. Mari Nov Ginettus, Diaconi. Per misericordiam Dei S. R. Ecclesi Cardinales in universa Republica Christiana contra hreticam pravitatem Inquisitores generales a Sede ap. specialiter deputati.
Cum tu, Galile, fili quondam Vincentii Galili Florentini, tatis tu annorum 70, denunciatus fueris anno 1615, in hoc S. Officio, quod teneres tamquam veram, falsam doctrinam a multis traditam; solem videlicet esse in centro Mundi et immobilem, et terram moveri motu etiam diurno: item quod haberes quosdam discipulos, quos docebas eamdem doctrinam: item quod circa eamdem servares correspondentiam cum quibusdam Germani mathematicis: item quod in lucem dedisses quasdam epistolas inscriptas de maculis solaribus, in quibus explicabas eamdem doctrinam, tanquam veram: et quod objectionibus, qu identidem fiebant contra te, sumptis ex Sacra Scriptura, respondebas glossando dictam Scripturam juxta tuum sensum: cumque deinceps coram exhibitum fuerit exemplar scriptionis in forma epistol, qu perhibebatur a te scripta ad quemdam discipulum olim tuum, et in ea sectatus Copernici hypoteses contineas nonnullas propositiones contra verum sensum et auctoritatem S. Scriptur.
Volens proinde hoc S. Tribunal prospicere inconvenientibus ac damnis qu hinc proveniebant, et increbrescebant in perniciem S. Fidei: De mandato Domini N. et Eminentissimorum DD. Cardinalium hujus suprem ac universalis Inquisitionis, a qualificatoribus Theologis qualificat fuerunt du propositiones de stabilitate solis et de motu terr, ut infra.
Solem esse in centro Mundi, et immobilem motu locali, est propositio absurda, et falsa in Philosophia, et formaliter hretica; quia est expresse contraria S. Scriptur.
Terram non esse centrum mundi, nec immobilem, sed moveri motu etiam diurno, est item propositio absurda, et falsa in Philosophia, et theologice considerata, ad minus erronea in Fide.
Sed cum placeret interim tunc nobis tecum benigne procedere, decretum fuit in S. Congregatione, habita coram D. N. die 25 februarii anni 1616, ut Eminentissimus D. Card. Bellarminus tibi injungeret, ut omnino recederis a predicta falsa doctrina; et recusanti tibi a Commissario S. Officii prciperetur, ut desereres dictam doctrinam, neque illam posses alios docere, nec defendere, nec de illa tractare: cui prcepto si non acquiesceres, conjicere in carcerem: et ad executionem ejusdem Decreti, die sequenti in Palatio coram supradicto Eminentissimo D. Card. Bellarmino, postquam ab eodem D. Card. benigne admonitus fueras; tibi a D. Commissario S. Officii eo tempore fungente, prceptum fuit, prsentibus Notario et Testibus, ut omnino desisteres a dicta falsa opinione; et ut in posterum non liceret tibi eam defendere, aut docere quovis modo, neque voce, neque scriptis; cumque promisisses obedientiam, dimissus fuisti.
Et ut prorsus tolleretur tam perniciosa doctrina, neque ulterius serperet in grave detrimentum Catholic veritatis, emanavit decretum a Sacra Congregatione Indicis, quo fuerunt prohibiti libri qui tractant de hujusmodi doctrina; et ea declarata fuit falsa, et omnino contraria Sacr ac Divin Scriptur. Cumque postremo comparuisset hic liber Florenti editus anno proxime prterito, cujus inscriptio ostendebat, te illius authorem esse, siquidem titulus erat: Dialogo di Galileo Galilei delli due massimi sistemi del mondo, Tolemaico e Copernicano, cum simul cognovisset S. Congregatio ex impressione prdicti libri convalescere in dies magis magisque falsam opinionem de motu Terr et stabilitate Solis, fuit prdictus liber diligenter consideratus, et in ipso deprehensa est aperte transgressio prdicti prcepti, quod tibi intimatum fuerat: eo quod tu in eodem libro defendisses prdictam opinionem iam damnatam, et coram te pro tali declaratam: siquidem in dicto libro varijs circumvolutionibus satagis ut persuadeas, eam a te relinqui tamquam indecisam et expresse probabilem, qui pariter est gravissimus error, cum nullo modo probabilis esse possit opinio, qu jam declarata ac definita fuerit contraria Scriptur divin.
Quapropter de nostro mandato evocatus es ad hoc S. Officium, in quo examinatus cum iuramento agnovisti dictum librum, tamquam a te conscriptum, et typis commissum. Item confessus es decem aut duodecim circiter ab hinc annis postquam tibi factum fuerat prceptum ut supra, cptum a te scribi dictum librum. Item quod petijsti licentiam illum evulgandi, non significans tamen illis, qui tibi talem facultatem dederunt, tibi prceptum fuisse, ne teneres, defenderes, doceresve quovis modo talem doctrinam.
Confessus es pariter, Scripturam prdicti libri pluribus in locis ita compositam esse, ut Lector existimare possit argumenta, ducta pro parte falsa, esse ita enunciata, ut potius pr illorum efficacia possent adstringere intellectum, quam facile dissolvi, excusans te quod incurreris in errorem adeo (ut dixisti) alienum a tua intentione, eo quod scripseris in formam dialogi, et propter naturalem complacentiam, quam quilibet habet de proprijs subtilitatibus, et in ostendendo se magis argutum; quam sint communiter homines in inveniendo etiam ad favorem propositionum falsarum ingeniosos, et apparentis probabilitatis discursus.
Et cum adsignatus tibi fuisset terminus conveniens ad tui defensionem faciendam, protulisti testificationem ex autographo Eminentissimi D. Card. Bellarmini a te, ut dicebas, procuratam ut te defenderes a calumnijs inimicorum tuorum, qui dictitabant, te abjurasse et punitum fuisse a S. Officio: in qua testificatione dicitur te non abjurasse, neque punitum fuisse, sed tantummodo denuntiatam tibi fuisse declarationem factum a Domino Nostro, et promulgatam a S. Congregatione Indicis, in qua continetur doctrinam de motu terr et stabilitate solis contrariam esse Sacris Scripturis, ideoque defendi non posse nec teneri. Quare cum ibi mentio non fiat duarum particularum prcepti, videlicet docere et quovis modo, credendum est in decursu quatordecim aut sexdecim annorum eas tibi e memoria excidisse, et ob hanc ipsam causam te tacuisse prceptum, quando petijsti facultatem librum typis mandandi, et hoc a te dici non ad excusandum errorem, sed ut adscriberetur van ambitioni potius, quam maliti. Sed hc ipsa testificatio producta ad tui defensionem, tuam causam magis aggravavit, siquidem in ea dicitur prdictam opinionem esse contrariam S. Scriptur, et tamen ausus es de illa tractare, eam defendere, et persuadere tanquam probabilem: neque tibi suffragatur facultas a te artificiose et callide extorta, cum non manifestaveris prceptum tibi impositum. 
Cum vero nobis videretur non esse a te integram veritatem pronunciatam circa tuam intentionem: judicavimus necesse esse venire ad rigorosum examen tui, in quo (absque prjudicio aliquo eorum, qu tu confessus es et qu contra te deducta sunt supra circa dictam tuam intentionem) respondisti Catholice. Quapropter visis et mature consideratis meritis istius tu caus, una cum supradictis tuis confessionibus et excusationibus, et quibusvis alijs rebus de jure videndis et considerandis, devenimus contra te ad infrascriptam definitivam Sententiam:
Invocato igitur Sanctissimo nomine Domini nostri Jesu Christi, et ipsius gloriosissim Matris semper Virginis MARIAE, per hanc nostram definitivam sententiam, quam sedendo pro tribunali de consilio et judicio Reverendorum Magistrorum Sacr Theologi et Juris utriusque Doctorum nostrorum Consultorum proferimus in his scriptis circa causam et causas coram nobis controversas inter Magnificum Carolum Sincerum utriusque Juris Doctorem S. hujus Officij Fiscalem Procuratorem ex una parte, et te Galilum Galili reum hic de prsenti processionali scriptura inquisitum, examinatum, et confessum ut supra ex altera, dicimus, pronunciamus, judicamus et declaramus te Galilum supradictum ob ea, qu deducta sunt in processu scriptur, et qu tu confessus es ut supra, te ipsum reddidisse huic S. Officio vehementer suspectum de hresi, hoc est quod credideris et tenueris doctrinam falsam et contrariam Sacris ac Divinis Scripturis, Solem videlicet esse centrum orbis terr, et eum non moveri ab Oriente ad Occidentem, et Terram moveri, nec esse centrum Mundi, et posse teneri ac defendi tamquam probabilem opinionem aliquam, postquam declarata ac definita fuerit contraria Sacr Scriptur; et consequenter te incurrisse omnes censuras et pnas a Sacris Canonibus et alijs Constitutionibus generalibus et particularibus contra hujusmodi delinquentes statutis et promulgatis. A quibus placet nobis ut absolvaris, dummodo prius corde sincero et fide non ficta coram nobis abjures, maledicas et detesteris supradictos errores et hreses, et quamcumque alium errorem et hresim contrariam Catholic et Apostolic Roman Ecclesi ea formula, qu tibi a nobis exhibebitur.
Ne autem tuus iste gravis et perniciosus error ac transgressio remaneat omnino impunitus, et tu in posterum cautior evadas, et sis in exemplum alijs, ut abstineant ab hujusmodi delictis, decernimus ut per publicum edictum prohibeatur liber Dialogorum Galili Galili, te autem damnamus ad formalem carcerem hujus S. Officii ad tempus arbitrio nostro limitandum, et titulo pnitenti salutaris prcipimus, ut tribus annis futuris recites semel in hebdomada septem psalmos pnitentiales; reservantes nobis potestatem moderandi, mutandi, aut tollendi omnino, vel ex parte supradictas pnas et pnitentias.
Et ita dicimus, pronunciamus, ac per sententiam declaramus, statuimus, damnamus, et reservamus hoc et omni alio meliori modo et formula, qua de jure possumus ac debemus.
Ita pronunciamus Nos Cardinales infrascripti.
F. Cardinalis DE ASCULO - G. Cardinalis BENTIVOLUS - F. Cardinalis DE CREMONA - FR. ANTONIUS Cardinalis S. ONUFRII - B. Cardinalis GYPSIUS - F. Cardinalis VEROSPIUS - M. Cardinalis GINETTUS(322).
 II. - ABJURATIO GALILI.
Ego Galilus Galili filius quondam Vincentj Galili Florentinus, tatis me Annorum 70, constitutus personaliter in judicio, et geneflexus coram vobis Eminentissimis et Reverendissimis Dominis Cardinalibus Univers Christian Reipublic contra hreticam pravitatem generalibus Inquisitoribus, habens ante oculos meos sacrosanta Evangelia, qu tango proprjs manibus, juro me semper credidisse et nunc credere, et Deo adjuvante in posterum crediturum omne id, quod tenet, prdicat et docet S. Catholica et Apostolica Romana Ecclesia. Sed quia ab hoc S. Officio, eo quod postquam mihi cum prcepto fuerat ab eodem juridice injunctum, ut omnino desererem falsam opinionem, qu tenet Solem esse centrum Mundi et immobilem, et terram non esse centrum ac moveri, nec possem tenere, defendere aut docere quovis modo vel scripto prdictam falsam doctrinam, et postquam mihi notificatum fuerat prdictam doctrinam repugnantem esse Sacr Scriptur; scripsi et typis mandavi librum, in quo eamdem doctrinam jam damnatam tracto, et adduco rationes cum magna efficacia in favorem ipsius, non afferendo ullam solutionem; idcirco judicatus sum vehementer suspectus de hresi, videlicet quod tenuerim et crediderim, Solem esse centrum Mundi, et immobilem, et terram non esse centrum ac moveri.
Idcirco volens ego eximere a mentibus Eminentiarum Vestrarum et cujuscumque Christiani Catholici vehementem hanc suspicionem adversum me jure conceptam, corde sincero et fide non ficta abjuro, maledico, et detestor supradictos errores, et hreses, et generaliter quemcumque alium errorem et sectam contrariam supradict S. Ecclesi, et juro me in posterum nunquam amplius dicturum, aut asserturum voce aut scripto quidquam, propter quod possit haberi de me similis suspicio; sed si cognovero aliquem hreticum aut suspectum de hresi, denunciaturum illum huic S. Officio aut Inquisitori et Ordinario loci, in quo fuero. Juro insuper ac promitto, me impleturum et observaturum integre omnes pnitentias, qu mihi imposit sunt, aut imponentur ab hoc S. Officio. Quod si contingat me aliquibus ex dictis meis promissionibus, protestationibus et juramentis (quod Deus avertat) contraire, subjicio me omnibus pnis ac suppliciis, qu a Sacris Canonibus et aliis Constitutionibus generalibus et particularibus contra hujusmodi delinquentes statuta et promulgata fuerunt: Sic me Deus adjuvet et Sancta ipsius Evangelia, qu tango propriis manibus.
Ego Galilus Galili supradictus abjuravi, juravi, promisi et me obligavi ut supra, et in horum fidem mea propria manu subscripsi prsenti chirographo me abjurationis, et recitavi de verbo ad verbum - Rom in Conventu Minerv hac die 22 Junii anni 1633.
Ego GALILAEUS GALILAEI abjuravi ut supra manu propria.
 III. - CONSULTO DEL SARPI INTORNO ALLA PROIBIZIONE DEL LIBRO DI COPERNICO(323).
7 maggio 1616.
Serenissimo Principe.
Veduto il Decreto della Congregatione di Roma sopra l'Indice de libri, portato nell'Eccellentissimo Collegio dall'Illustrissimo Signor Conte dal Zaffo savio assistente all'heresia, essequendo il commandamento di Vostra Serenit, dir riverentemente: che quel Decreto contiene due parti. La prima  la prohibitione di cinque libri de autori protestanti, gi poco tempo stampati de la da Monti, de quali doi non contengono altro che dottrina heretica et contraria alla santa fede, gli altri tre se ben non trattano principaliter di religione hanno nondimeno per dentro sparsa molta dottrina heretica la onde si pu tener per fermo che il prohibirli sia per servitio de Dio et conservatione della purit della Santa religione.
La seconda parte del Decreto  la suspensione di un libro di Nicol Copernico celebre Astronomo, et in conseguenza di un altro autore che segue la sua dottrina con la prohibitione d'una lettera stampata in Napoli nella medesma materia. Nicol Copernico fu un Prete Catholico, pubblico lettor nello studio di Roma, et molto familiare della santa memoria di Papa Paulo III, mentre era Cardinale, et anco dopo creato Papa, et il suo libro  stato stampato gi poco meno di 100 anni, veduto et letto da tutta Europa con stima, che quell'autore sia stato il pi dotto nella professione di Astronomia, che il mondo habbia mai havuto, anzi che sopra la dottrina di quello  fondata la correzione dell'anno fatta dal Papa Gregorio XIII. Per queste cause la suspensione del libro non  per riuscire senza che sia admirata questa nova introdutione di suspendere un libro vecchio veduto da tutto il mondo, et per il passato non censurato ne al Concilio di Trento ne in Roma, con tutto ci considerando dall'altra parte che questa sorte di dottrina non tocca in alcun modo la potest de Principi et l'autorit temporale non pu riceverne beneficio alcuno, ne meno questo tocca l'arte della stampa di questo Stato, essendo cosa certa che nessuno di questi libri  mai stato stampato in Venetia ma si bene in Roma, che quando fossero stati in alcun tempo stampati qui con le debite licenze havervi gran pensiero sopra il permettere prohibitione per motti importanti rispetti, et essendo pochissime le persone che attendono alla professione d'astronomia non si pu manco temer che possi nascer scandolo, pertanto stimerei che il conceder la prohibitione et suspensione anco da questi tre libri non possi esser di alcun pregiudicio publico. Ma ben racorderei riverentemente che quando la prohibitione si publicasse et non apparisse el publico consenso prestato sarebbe con molto pregiudicio al concordato stabilito tra la sede Apostolica et la Serenissima Republica del 1596 in questa materia di prohibitione de libri, il quale  giusto et necessario conservar vivo con ogni esquisita diligentia per innumerabili importantissimi rispetti, per il che non sarebbe servitio publico quando il Decreto Romano si publicasse et esseguisse in Venetia dal P. Inquisitore, o altra persona ecclesiastica con la sola parola data in voce dalli Ill.mi Signori Savii assistenti, come io vado credendo che il P. Inquisitor pensi di fare; ma per conservatione delle publiche ragioni crederei esser necessario che nell'Ufficio dell'Inquisitione congregato con la assistentia si formasse un Decreto, nel quale si dicesse in sostanza: che il giorno tale congregato l'Ufficio della Inquisitione con l'assistentia delli Ill.mi Signori tali, visto et letto il tal Decreto della Congregatione di Roma sopra l'Indice,  stato deliberato di publicarlo, et questo atto fosse registrato nel libro degli atti publici di quell'Ufficio, et se el P. Inquisitore venisse in pensiero di far stampar in Venetia il Decreto Romano non gli fosse permesso, se non con aggionta del sopradetto articolo nell'Ufficio di Venetia, acci da chi sar veduta la prohibitione di Roma sia insieme veduto il consenso prestato dai publici rapresentanti et resti conservato il concordato, sottomettendo il mio parere alla somma sapienza di Vostra Serenit.
Gratie, ecc.
(Consulti di Fra Paolo, Vol. dal 1613 al 1616, pag. 308)
Arch. di Stato Venezia.
 IV. - LETTERA DI NICCOL LORINI.
Riferiamo qui il Documento al quale accenniamo nella nota prima della pagina xv di questo volume.
Feria IV, die 25 febr. 1615. - Fr. Nicolai Lorini, Ord. Prd. lectis literis datis Florenti die 7 huius quibus mittit copiam Literarum Galili dat. Florenti die 21 Xbris 1613 ad D. Benedictum Castelli Monachum Cassinensem Profess. Mathemat. in studio Pisarum qu continent propositiones erroneas circa sensum et interpretationem Sacr Scriptur, decretum, ut scribatur Archiepiscopo et Inquisitori dict Civitatis ut curent habere literas originales diicti Galili et mittant ad hanc S. Congregationem.
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5. - NOTA ILLUSTRATIVA N. 1.
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Chiamiamo consultori Agostino Oregio, Melchiorre Inchofer e Zaccaria Pasqualigo, non perch tutti e tre avessero il titolo di Consultori del S. Offizio, ma perch tutti e tre furono consultati ed i loro pareri inseriti nel volume originale degli atti.
Dall'attestazione (Documento LV) di Agostino Oregio si ricava che cos esso come il padre Riccardi presentarono una memoria agli eminentissimi Cardinali inquisitori generali sopra l'eretica pravit al fine di provare che Galileo conformemente a quanto risulta dal contesto di tutto il suo libro insegna muoversi la terra e riposare il sole. Questa memoria non fu posta nel volume del processo.
Del Melchiorre Inchofer vi sono due attestazioni, l'una relativa al moto della terra, l'altra alla stabilit del sole. Quest'ultima  costituita dal Documento LVI, e la prima  conforme all'intitolazione del Documento LVIII.
Nel volume del processo il Documento LVIII segue al LVII, sebbene il LVII presupponga il LVIII.
Zaccaria Pasqualigo chierico e professore di Sacra teologia d il suo parere e lo avvalora con due memorie separate dirette al Cardinale Ginetto. A noi sembra che tutti e tre i pareri con le rispettive esplicazioni siano stati prima letti nella Congregazione e Commissione particolare, e poi trasmessi al S. Offizio. Melchiorre Inchofer e Zaccaria Pasqualigo forse non appartenevano al novero dei consultori ordinari del S. Offizio non essendo questa loro qualit espressa nella sottoscrizione.
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6. - NOTA ILLUSTRATIVA N. 2.
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LETTERA AL SIGNOR KARL VON GEBLER.
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Illustre Signore,
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Vossignoria consentir che le renda grazie del dono che mi fece del ragguardevole suo libro: Galileo Galilei und die Rmische curie e della gentilissima lettera con cui lo volle accompagnare. Cotesto libro  nuova prova della importanza che ha nella storia la travagliosa lotta che Galileo sostenne con la Congregazione del S. Offizio. Nel mio discorso intorno a Copernico e le vicende del sistema Copernicano, che giunse in Germania, quando gi il libro di lei era prossimo a vedere la luce, mi sono studiato di ben fermare il significato di questa lotta, che trover nel presente volume narrata ne' suoi particolari ed illustrata con tutti i documenti che ne segnano i singoli atti. Cotesti documenti e quelli gi pubblicati gioveranno a riavvicinare e forse anche a ridurre a concordia i giudiz degli uomini, che, come Vossignoria, a vasta ed eletta erudizione accoppiano amore profondo per il vero. Ed  in omaggio a questo che mi fo lecito di dirle che la tesi messa avanti principalmente in Germania, e da lei pure propugnata, che possa cio essere falsificato il documento del 26 febbraio, che nel presente volume porta il numero 28, come gi notai nel citato mio discorso, si discosta affatto dal vero. E perch questa mia affermazione torni chiara e convincente rimettiamo sotto gli occhi i fatti.
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Add 25 febbraio il Cardinale Mellini significa all'Assessore e Commissario del S. Offizio che il S. Padre ordin che il Cardinale Bellarmino chiami a se Galileo, eumque moneat ad deserendam dictam opinionem; et si recusaverit parere, pater Commissarius coram notario et testibus faciat illi prceptum ut omnino abstineat hiusmodi doctrinam et opinionem docere aut defendere seu de ea tractare: si vero non acquieverit carceretur. All'indomani, cio il d 26, il Cardinale Bellarmino compie l'ordine ricevuto, ed il Padre Commissario senza aspettare che Galileo rispondesse, come sembravano indicare le parole del Cardinale Mellini, prcepit et ordinavit pro nomine S. D. N. Pap et totius Congregationis S. Officii, ut supradictam opinionem quod sol sit centrum mundi et immobilis et terra moveatur omnino relinquat nec eam de ctero, quovis modo teneat, doceat, aut defendat, verbo aut scriptis, alias contra ipsum procedetur in S. Officio; cui prcepto idem Galilus acquievit. Add 3 marzo il Cardinale Bellarmino stesso riferisce nella Congregazione del S. Offizio che esortato il Galileo ad abbandonare l'opinione che il sole sia centro delle sfere ed immobile e la terra mobile, acquievit.
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Questi tre documenti non presentano contraddizione di sorta, perch esprimono tre fatti che si compiono successivamente. Il primo fatto  l'ordine del Cardinale Mellini al Cardinale Bellarmino ed al Commissario del S. Offizio. Il secondo  il verbale del modo con cui i mentovati eseguirono l'ordine ricevuto. Il terzo  la relazione che fa il Bellarmino nella Congregazione del S. Offizio. Tutti e tre queste cose debbono presumersi realmente accadute se non vi sono fatti dai quali consti il contrario.
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Esaminiamo ora gli accennati documenti. Tutti e tre si riferiscono al precetto personale fatto a Galileo di abbandonare le due proposizioni attinenti al sistema copernicano, censurate dal S. Offizio add 24 febbraio 1616. Il Bellarmino ha obbligo di comunicare a Galileo la prima parte del precetto, cio la erroneit della dottrina Copernicana, e di esortarlo a recedere da essa, il Padre Commissario ha obbligo di significargli la sanzione, cio che se continuer a difenderla e tenerla sar punito. Queste due parti sono s strettamente congiunte che non  n anco supponibile che il Papa e la Congregazione del S. Offizio, cio il pi alto tribunale di Roma e del mondo d'allora potessero deputare il Bellarmino ad ammonire in via accademica il Galileo senza ravvalorare l'ammonizione con la sanzione. E siccome alle parole del Bellarmino Galileo nulla oppose, cos la ragione voleva che il Commissario, successive et incontanter (non incontinenter com' nel Documento 28), compiesse l'ammonizione, o meglio enunciasse l'intero precetto compresa la sanzione. I due avverbi coi quali il notaio del S. Offizio segn l'intervento del Commissario fanno appunto testimonianza che il Galileo si acquet all'ammonizione, secondo la parola usata dal Bellarmino nel riferire la cosa nella tornata della Congregazione del 3 marzo.
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Dall'ordine dato dal Mellini partono le due relazioni che pienamente concordano; l'una  quella del 26 febbraio scritta dal notaio del S. Offizio, e che fu inserita nel volume che si teneva negli archivi del palazzo dell'Inquisizione presso S. Pietro, l'altra  la relazione del Bellarmino, che fu inserita nei registri dei decreti che si conservavano nel convento della Minerva, dove la Congregazione del S. Offizio si radunava. E che il precetto dovesse contenere le due parti, cio la dichiarazione che le proposizioni attribuite al Copernico fossero erronee e contrarie alle Sacre Scritture, e che per conseguenza non si potessero difendere n tenere, ce ne fa ampia e irrecusabile prova la polizza rilasciata dal Bellarmino a Galileo sotto il d 26 maggio 1616, e di cui nessuno mai avvis di impugnare l'autenticit; con la quale si afferma che a Galileo  stata denuntiata la dichiaratione fatta da Nostro Signore et pubblicata dalla Sacra Congregatione dell'Indice, nella quale si contiene che la dottrina attribuita al Copernico, che la terra si muova intorno al sole, et che il sole stia nel centro del mondo senza muoversi da Oriente ad Occidente, sia contraria alle Sacre Scritture et per non si possa defendere ne tenere.
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La polizza del Bellarmino riassume chiaramente i tre documenti accennati. Se non fosse vero ed autentico il documento del 26 febbraio, col quale il Padre Commissario compie l'esortazione del Bellarmino, come mai avrebbe potuto questi nel rilasciare a Galileo la mentovata polizza comprendervi le ultime parole che non proffer e nelle quali  appunto comminata la sanzione. Come Ella vede il documento del 26 maggio rende ragione di quello del 26 febbraio, e quindi questo  altrettanto autentico e sincero quanto quello.
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L'origine dell'errore, a mio avviso, consiste nel dare soverchia importanza al Documento del 26 febbraio, e quindi nel credere che senza le parole in quello contenute, Galileo non avrebbe potuto essere condannato.
Dopo maturo ed imparziale esame e dopo la notizia compiuta cos dei documenti del processo, come di tutto l'epistolario del Galileo e dei suoi corrispondenti, noi veniamo nella conclusione che Galileo sarebbe stato condannato, sia che il precetto personale fosse stato espresso con le parole che si trovano nel documento del 26 febbraio, sia che fosse stato espresso con quelle che si leggono nella polizza o dichiarazione che gli rilasci il Bellarmino.
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La formola del precetto che ci  data dal Bellarmino differenziasi dalla formola del documento del 26 febbraio in ci, che nella prima  detto che la dottrina Copernicana non si pu difendere n tenere, e nella seconda che non si pu per qualsiasi ragione tenere insegnare o difendere con parole o con iscritti. Nelle due formole la prescrizione  definitiva ed assoluta; e siccome le proposizioni censurate dal S. Offizio sotto il d 24 febbraio, alle quali ambedue si riferiscono, escludono qualsiasi condizione, cos il divieto Bellarminiano poteva applicarsi dai giudici con altrettanto rigore quanto il divieto del Commissario.
 naturale tuttavia che il Commissario, al quale spettava enunciare il precetto sotto la forma pi imperativa, usasse parole pi rigide di quelle del Bellarmino. Ma posto che il precetto fatto a Galileo fosse stato significato con le parole adoperate dal Bellarmino, queste sole sarebbero state sufficienti tuttavia, a nostro avviso, per farlo condannare.
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Avanti che incominciasse il processo del 1633 avendo il Papa commesso ad una Congregazione particolare l'esame della cosa, questa nella memoria che trasmise al Papa contro Galileo dice: "si pretende che il Galileo habbia trasgrediti gli ordini con recedere dall'Hypotesi, asserendo assolutamente la mobilit della terra et stabilit del sole: che habbia mal ridutto l'esistente flusso e reflusso del mare nella stabilit del sole et mobilit della terra non esistenti, che sono li CAPI plurimi, etc." In questi capi plurimi o capi maggiori di accusa la Congregazione particolare non comprende la transgressione del precetto fraudolentemente taciuto dal Galileo come essa si esprime. E la detta Congregazione nelle conclusioni che present al Papa, e sulle quali questi deliber di dar principio al processo, enumera, senza parimenti comprenderla nella categoria delle cose facienti corpo di delitto, la transgressione del precetto di cui discorriamo.
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E nel tempo in cui la Congregazione particolare radunavasi, insistendo il Niccolini presso il Papa al fine di evitare che Galileo fosse deferito al Tribunale dell'Inquisizione, il Papa rispose che non poteva aderire alla istanza atteso che le opinioni propugnate da Galileo erano state dannate da circa sedici anni, che le materie trattate da esso erano fastidiose e pericolose, che il libro di Galileo era pernicioso (Opere compiute, vol. 9, p. 427). E quante volte il Papa entra in cotesto argomento, altrettante si lamenta che Galileo sostenga dottrine pessime, dalle quali potrebbero uscire dogmi particolari ed eresie. Il Papa resiste a tutte le rimostranze, non d ascolto n a raccomandazioni, n a lettere. Come il Papa, cos il Cardinale Barberini e gli altri Cardinali guardavano assai pi al libro scritto da Galileo ed alle dottrine, che non alla sua disubidienza. Questa  rammentata quasi sempre dopo quella, ed  rammentata con minore preoccupazione di animo, e se ci si passa la frase, con pi indifferenza. Dietro il precetto personale vi sono le due proposizioni censurate, il d 24 febbraio 1616, le quali contengono una dottrina tenuta e creduta esiziale.
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I pareri dell'Oregio, dell'Inchofer e quello di Zaccaria Pasqualigo, che noi pubblichiamo per la prima volta, confermano pienamente quanto affermiamo.
Nel parere del Cardinale Oregio non si fa parola del precetto personale, ma si afferma semplicemente che in opere quod inscribitur Dialogo de Galileo, etc.: tenetur ac defenditur sententia, qu docet moveri terram, e nulla pi. Nel parere di Melchiorre Inchofer, che  il secondo, leggiamo: censeo Galileo non solum docere et defendere stationem seu quietem solis, etc., ma che vi  sospetto che ancora la tenga. Le due prolisse memorie con cui d appoggio al suo voto si raggirano per intiero su ci che Galileo insegna e difende la dottrina Copernicana e forse ancora la tiene.
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Secondo l'Inchofer, Galileo mentre artificiosamente finge di combattere la dottrina Copernicana, dichiarata falsa e contraria alle Sacre Scritture, la sostiene e corrobora, e d sospetto di credere che sia tuttavia Copernicano. E non diverso  il senso del parere di Zaccaria Pasqualigo. Passando dai consultori al Padre Macolano, Commissario del S. Offizio nel processo del 1633, noi troviamo che questi nel colloquio che ha con Galileo dopo il secondo interrogatorio, lo esorta avanti ogni cosa non solo di dichiarare che non  Copernicano, ma che anzi  pronto a scrivere in sostegno di Tolomeo ed in confutazione dell'astronomo di Thorn.
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Dal che appare manifestissimo che dopo la proibizione delle famose due proposizioni, Galileo sarebbe stato condannato per il libro del Dialogo dei due massimi sistemi, indipendentemente dal precetto personale che era stato fatto. In ogni caso  certo che la condanna sarebbe avvenuta e sarebbe stata la stessa, sia che nella proibizione vi fossero le sole parole di non difendere e di non tenere le proposizioni Copernicane come nella polizza del Bellarmino, sia che vi fossero le parole di non tenere, insegnare, difendere, quovis modo verbo aut scripto le dette proposizioni che rispondono pienamente a quelle che si incontrano nell'ordine del Cardinale Mellini del d 25 febbraio 1616.
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Ella vede adunque, signor Gebler, che non si pu 1 dichiarare falso il documento del 26 febbraio 1616, n gli anteriori, o i posteriori intorno allo stesso argomento essendo essi tutti concordi; 2 che il detto documento non ebbe influenza di sorta sulla condanna; 3 che il processo Galileiano ha ragioni pi profonde che non quelle contenute in detto documento; 4 che i documenti nuovi che si ritrovano in questo volume dissipano ogni ombra, ove qualche ombra avesse potuto esservi. Potrei ancora, se non temessi infastidirla e se non amassi meglio lasciare che i documenti chiariscano per se stessi la cosa, dimostrare che per intendere rettamente il processo Galileiano  d'uopo accuratamente distinguere il giudizio del S. Offizio sotto il d 24 febbraio 1616, col quale si proibirono in modo assoluto le proposizioni Copernicane, dal Decreto 5 marzo della Congregazione dell'Indice e dal Decreto posteriore del 1620, con cui il libro delle rivoluzioni venne corretto.
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Dalla confusione dei due Decreti della Congregazione dell'Indice con quello del S. Offizio sorse l'erroneo concetto che Galileo potesse ex hypotesi sostenere la dottrina Copernicana, mentre ci era assolutamente interdetto dal Decreto del 24 febbraio e dalla dichiarazione stessa del Bellarmino. In questo errore cadde il Galileo stesso, il quale nei suoi interrogator afferma che la dichiarazione del Bellarmino non esprimeva nulla di pi di quello che si contenesse nel Decreto della Congregazione dell'Indice. Ma fo qui punto per non mancare alla promessa.
Accolga intanto, egregio signore, i miei ossequi.
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Di Roma 14 maggio 1876.
Devotissimo e Affezionatissimo.
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BERTI DOMENICO.
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FINE.
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Note al testo.
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(1) Ci  affermato da monsignor Marino Marini a pagina 39 e 40 del suo opuscolo Galileo e l'Inquisizione, Memorie storico-critiche, dirette alla romana Accademia di Archeologia. - Roma, 1850.
(2) Memorie e Lettere inedite finora o disperse di Galileo Galilei, ordinate ed illustrate, con annotazioni dal cavaliere GIAMBATTISTA VENTURI. - Modena, 1821.
(3) Nel dicembre per del 1814, per confessione del Duca di Blacas, si trovava nella Biblioteca particolare del Re, poi non se ne seppe pi nulla. - Vedi l'opuscolo sovracitato del Marini: Galileo e l'Inquisizione.
(4) Roma, 1850.
(5) Paris, 1867.
(6) Opuscolo citato, pag. 57.
(7) Quantunque il Marini nol dica pure sembra che la pubblicazione del suo opuscolo mirasse a soddisfare a qualche promessa fatta alla Francia.
(8) Taluni documenti datici dal de l'pinois sono assai scorretti. Ci duole che ci sia mancato il tempo di riscontrarli tutti e che quindi dobbiamo riprodurne una parte con le mentovate scorrezioni.
(9) Intorno alla vita ed alle opere del padre Agostino Theiner veggasi la bella monografia, dettata con quella venust e chiarezza di dicitura, e con quella pellegrinit e verit di giudizii, che rendono pregiati e cari gli scritti di Achille Mauri.
(10) De l'pinois oltrech lo fa solo risalire sino alla pag. 341, e non tiene conto della numerazione del sunto, cade in errore quando afferma che il sunto abbraccia solo il primo processo e non anche il secondo.
(11) Il volume del processo dalle stanze del padre Theiner pass di nuovo a quelle dell'Archivio segreto del Vaticano. Non abbiamo creduto atteso le presenti condizioni politiche di rivolgerci al prefetto di detto archivio perch ci fosse concesso di operarne il riscontro.
 Nel timore che qualcuno possa credere o che il padre Theiner ci abbia comunicato di traforo e con trasgressione dei suoi doveri il processo, o che ci siamo procurati il medesimo con artificio, dobbiamo qui attestare pubblicamente che cos per parte nostra come per parte del padre Theiner le cose procedettero con la massima lealt e schiettezza. Perci i nostri giudizi intorno ai fatti del processo ed al loro significato sono mossi unicamente dall'amore che portiamo alla verit storica, dalla quale non ci siamo mai discostati e non ci discosteremo in alcuno dei nostri scritti.  noto ai nostri amici che da dieci e pi anni attendiamo ad un lavoro che ha per titolo: Galileo e la filosofia scientifica in Italia. Per compiere questo lavoro demmo opera assidua alla ricerca di quanti maggiori documenti potemmo, perlustrando gli archivi e le biblioteche italiane. A tal fine venuti in Roma sul fine dell'anno 1869 chiedemmo senz'ambagi di consultare il volume del processo Galileiano, il quale dopo la pubblicazione del de l'pinois potevasi ritenere come conosciuto. In un colloquio avuto con uno dei personaggi pi autorevoli del Vaticano esponemmo francamente che intendevamo esaminare quelli fra i documenti che conservavansi tuttora inediti negli atti del processo. A cotesta domanda unimmo pure la domanda che ci fosse concesso di esaminare gli atti originali del Concilio di Laterano tenutosi sotto Leone X per avere piena notizia di quanto si disse in detto Concilio intorno all'immortalit dell'anima. In ordine alle due domande ci venne fatta la seguente cortese risposta:
 "Illustrissimo Signore,
 "In conformit del desiderio che V. S. Illustrissima mi manifestava col suo foglio direttomi sulla met del cadente mese, si  ravvisato opportuno dar luogo alle necessarie pratiche presso il reverendo padre Theiner prefetto degli Archivi Vaticani. In seguito di queste mi reco a premura di parteciparle che quanto riguarda il processo del Galileo trovasi gi pubblicato da monsignor Marino Marini che fu prefetto degli Archivi medesimi, e dal signor L. pinois. A malgrado di ci se Ella crede di dover consultare il processo di che trattasi, non ha che a dirigersi al nominato padre Theiner, al quale sono state gi date le istruzioni in proposito. E nel riservarmi di comunicarle quanto prima ci che concerne la seconda delle sue domande, mi pregio di attestarle i sensi della mia distinta stima.
 "Di V. S. Illustrissima
 "Roma, 28 febbraio 1870."
  facile scorgere da questa lettera che l'illustre personaggio, non avendo riscontrato i documenti pubblicati dal Marini e dal de l'pinois con gli atti dell'intiero processo cadde in errore credendo che non vi fosse nel medesimo cosa alcuna inedita.
 Da questa genuina narrazione ognuno pu raccogliere, che in questa pubblicazione non avemmo altro intendimento che quello di mettere in chiara luce un fatto della nostra storia nazionale e della storia del mondo.
(12) I documenti del processo, cio del volume 1182 che d'ora in poi, per brevit, cos li chiameremo, concordano con i documenti provenienti dall'archivio dell'inquisizione e dall'archivio di Stato di Firenze, con quelli ritrovatisi in altri archivii come diremo in altra nota pi sotto. Non vi  tra le molte lettere che vennero alla luce di Galileo e dei suoi amici e conoscenti una sola, la quale contraddica ai medesimi.
 Tutti i documenti sono riassunti nella sentenza. L'autenticit di questa che appena pronunciata fu spedita ai tribunali italiani dell'inquisizione ed a molti tribunali fuori d'Italia, basta a far prova dell'autenticit di quelli. La storia del processo  quasi tutta, per non dire, tutta nella medesima. E che scopo poteva avere la falsificazione, quando ci si conserv fin anche il decreto col quale  intimata la tortura e tutti i pareri nei quali si legge a caratteri chiarissimi quali fossero le idee e le cognizioni dei Consultori?
(13) Nel processo del 1633 vi sono due pareri di Melchiorre Inchofer.
 In questi pareri sono riprodotte le ragioni e quasi le parole con cui nei suoi libri a stampa e massime in un volume manoscritto che  nella Casanatense, oppugna Galileo e la dottrina Copernicana.
(14) Il prof. Silvestro Gherardi pubblic poi questi documenti nel 1870. Io debbo rendere grazie a lui e ad un altro dottissimo amico, che non vuole essere nominato, della cortese comunicazione che mi diedero dei medesimi assai tempo prima che fossero mandati per le stampe. E comech mi fossi proposto appena avutili tra mani di illustrarli, sovrastetti di poi, considerando che quasi tutti si trovavano nella pubblicazione del de l'pinois. Ma se i documenti del Gherardi nulla contengono di nuovo, giovano tuttavia, attesa la loro concordanza con quelli del volume 1182 a renderne sempre pi evidente l'autenticit. Senza che il primo dei medesimi ci palesa un fatto importante, cio che sino dal 1611 l'inquisizione di Roma cominci ad occuparsi di Galileo. Cotesti e non pochi altri documenti dei processi galileiani vennero pubblicati per cura del Cav. Pietro Riccardi, diligente ricercatore delle cose galileiane in Modena nel 1873 sotto il titolo di alcune recenti memorie sul processo e sulla condanna del Galileo.
(15)  noto che la lettera che indusse in inganno il Tiraboschi era stata a lui inviata dall'inventore il duca Gaetani come se fosse un autografo di Galileo.
(16) Veggasi il S. Offizio, Copernico e Galileo a proposito di un Opuscolo postumo del P. Olivieri - appunti di GILBERTO GOVI.
 Il libro di Enrico Martin cui qui alludiamo, vuole essere ricordato tra gli scritti pi dotti ed imparziali che videro la luce intorno a Galileo in questo tempo. Esso  intitolato: Galile les droits de la science et la mthode des sciences physiques - Paris, 1868.
(17) Intorno all'autenticit della relazione del 26 febbraio 1616 vedi il numero XI del nostro scritto intorno a Copernico e alle vicende del sistema copernicano in Italia.
(18) Copia della sentenza fu dal S. Offizio mandata a parecchi tribunali dell'inquisizione. Per quanto ci  noto, tutte queste copie concordano.
(19) Intorno ai varii documenti ai quali accenniamo veggasi l'opuscolo sopracitato del Riccardi.
(20) Il Nunzio Sidereo si pubblic in Venezia, apud Balleonium, 1610.
(21) Intorno all'atteggiamento ed all'indole dei peripatetici e dei teologi veggasi quanto diciamo a carte 94, 95 ecc. del nostro scritto: Copernico e le vicende, ecc.
(22) Ludovico Cigoli fu valente nella pittura. Abbiamo in Roma parecchi lavori di lui assai reputati. Esso era in grande rinomanza ai tempi di Galileo ed era suo intrinseco amico.
(23) Cristoforo Clavio, nato a Bamberga nel 1538 e morto a Roma nel 1612, fu uno dei matematici pi segnalati del suo tempo. Esso condusse ad eseguimento la riforma del Calendario Gregoriano e mand per le stampe voluminose opere che furono raccolte insieme e pubblicate in Magonza nel 1612.
(24) Galileo Galilei, opere compiute, vol. VI.
(25) Galileo si era licenziato da Padova precipuamente perch l'insegnamento gl'impediva di dedicarsi intieramente a scrivere cos intorno alla nuova costituzione del mondo come intorno agli svariati pensamenti che volgeva nella sua mente e di cui fa frequentissimi cenni nelle sue lettere. Occorrevagli a cotesto intento aver Roma, se non amica, neutrale.
 Il governo toscano non era da tanto di difenderlo ove Roma gli si fosse chiarita contraria. Dunque Galileo doveva o renunziare come noi dicemmo al suo divisamento o premunirsi contro Roma.
(26) A conferma di questa nostra asserzione stanno le lettere tutte scritte da Galileo in questo tempo.
(27) Era ambasciatore in questo tempo il marchese Giovanni Niccolini.
(28) Ci rendesi manifesto da taluna lettera di Lodovico delle Colombe ad esso scritta.
(29) In proposito del Malcotio veggasi l'epistolario del Keplero.
(30) Il Bellarmino non abitava per nel collegio. Circa a quest'uomo veggasi il nostro scritto Copernico e le vicende del sistema Copernicano in Italia.
(31) Sotto il d 1. aprile 1611, scrive Galileo a Belisario Vinta: "Fui il giorno seguente (cio dopo la sua venuta in Roma) dai PP. Gesuiti, e mi trattenni lungamente col P. Clavio, e con due altri Padri intendentissimi della professione e suoi allievi, i quali trovai occupati a leggere non senza gran risa, quello che ultimamente mi  stato scritto e stampato contro dal signor Francesco Sizzi: e credami V. S. Illustrissima che ne sentii gran dispiacere in vedere scritte, e in mano d'uomini tanto intendenti, cose degne di scherno, come sono queste, per essere quelle di autore fiorentino ed anche per altre cause che per ora lascio sotto silenzio."
 L'opera del Sizzi ha per titolo:
 Dianoia astronomica optica, phisica, qua siderei nuncii rumor de quatuor planetis a Galilo Galili mathematico celeberrimo recens perspicilli cuiusdam ope conspectis, vanus redditur. Auctore FRANCESCO SITIO FLORENTINO - Venetiis, 1611.
(32) Domenico Crespi da Passignano o Domenico Passignano fu altro esimio pittore toscano, amico pure di Galileo e studioso di cose astronomiche.
(33) Questa lettera che non si trova nel carteggio pubblicato dall'Albri venne stampata in occasione del Centenario di Galileo. Essa  sotto il d 26 giugno 1612 e versa intorno al paragone tra la pittura e la scultura.
 Fu ristampata nell'Epistolario di Galileo Galilei pubblicato per cura del ministero di agricoltura e commercio.
(34) Trovasi con altre lettere di Michelangelo Buonarotti il giovane nella Barberiniana di Roma.
(35) Vedi tra le altre lettere quelle di Paolo Gualdo e del Cardinale del Monte. Opere compiute di Galileo Galilei, edizione Alberi, vol. VIII, pagina 145.
(36) Vedi il libro di Cesare Lagalla De phoenomenis in orbe Lunae ed i Codici Volpicelliani.
(37) Libro raro pubblicato dal Sirturo Hieronimi Sirturi mediolanensis Telescopium.
(38) Libro citato nella nota 36 - anche il Keplero era travagliato dal desiderio di conoscere che fosse la luce.
(39) Lettera di Federico Cesi a Francesco Stelluti da Fabriano, trovasi nei manoscritti Cancellieri che si conservano presso il principe Baldassarre Boncompagni.
(40) Lettera di Galileo a monsignor Pietro Dini, 21 maggio 1611. Opere complete, vol. VI, pag. 163.
(41) Dalla domanda del Bellarmino e dalla risposta dei matematici del Collegio romano si pare manifesto che cotesto primo intervento dei teologi  di carattere puramente scientifico. Le sacre carte non c'entrano per niente. Il Bellarmino avrebbe dovuto pi che non fece meditare profondamente intorno alla risposta che gli venne data. Ma da questo e da altri fatti si raccoglie che la sua mente pi che dall'amore obbiettivo della verit era guidata dal timore che le nuove scoperte potessero mutare i rapporti di dipendenza delle scienze dalla podest religiosa.
(42) L'Antonini scriveva sotto il 2 settembre 1611: "ho sentito molto gusto che abbia guadagnati quei pi stimati ingegni nel sistema copernicano: la qual cosa stimai sempre difficile al pari che l'illuminare i ciechi; ma questi sono miracoli sottili del signor Galileo." Opere complete, vol. VIII, pag. 167.
(43) Lettera di Galileo ad un anonimo, 22 aprile 1611.
(44) Lettera di Galileo a monsignor Pietro Dini, 21 maggio 1611. Opere complete, vol. VI, pag. 163.
(45) Opere compiute, vol. VIII, pag. 145. Lettera del card. del Monte al Gran Duca Cosimo II. Roma, 31 maggio 1611.
(46) Giunse il 29 marzo e part add 4 giugno. Non sarebbero propriamente parlando che due mesi e qualche giorno. - Vedi a questo proposito La Diplomazia toscana e Galileo Galilei del dottore Arturo Wolinski, pagina 11 et passim. Firenze, 1874.
(47) Galileo era ancora in Roma quando venne fatta la seguente domanda dal tribunale del S. Offizio. - I Feria III 17 maii 1611:
 Videatur art in processu doctoris Caesaris Cremonini sit nominatus Galilaeus philosophiae ac mathematic professor.
 Questo documento che  il primo di quelli pubblicati dal Gherardi dimostra: 1. come l'inquisizione cominciasse a tener l'occhio su Galileo fin dalle prime sue scoperte; 2. come il processo abbia origine da queste e non dalla interpretazione delle Sacre Carte.
(48) Si veggano gli interrogatori del processo del 1616.
(49) I documenti del processo Cremonini che abbiamo tra le mani da lungo tempo, fanno manifesta la verit di questa nostra narrazione. Speriamo di poterli fra breve pubblicare.
(50) Vedi fra le tante lettere quella in ispecie del Cigoli a Galileo 1. luglio 1611. Opere complete, vol. VIII, pag. 153.
(51) A queste due lettere occorre ancora aggiungerne due altre indirizzate a monsignor Piero Dini e segnatamente quella del 21 maggio 1611.
 Coteste lettere sovrastano a nostro avviso agli scritti migliori dei pi celebri fra i suoi coetanei. Senza una ponderata analisi dei pensamenti che in quelle si contengono non si ha giusta ed esatta notizia del valore filosofico di Galileo dei suoi concetti intorno al metodo, dell'altezza a cui egli seppe levarsi nella critica scientifica.
(52) Nel nostro scritto: Galileo e la filosofia scientifica in Italia, faremo pienamente manifesto quanta parte dei lavori intellettuali di Galileo sia andata perduta per la persecuzione da cui fu bersagliato.
(53) Tommaso Caccini  autore di una Storia ecclesiastica che dedic a Maria Vergine ed offr al Papa Urbano VIII, stampando il 1 vol. nel 1629. - Nel 1637 pubblic la Storia ecclesiastica del primo Concilio Niceno. Vedi la Storia degli scrittori domenicani, di ECHARD e QUTIF.
(54) Vedi il parere dato da Federico Cesi a Galileo. Opere complete, vol. VIII, pag. 340. - Poi la lettera 7 marzo 1615 in cui si discosta alquanto dal parere dato, e dice "di grazia li lasci gracchiare, che poi ci sar tempo a ritrovarli, ecc. " Vol. citato, pag. 357.
(55) Il padre Niccola Lorini pubblic nel 1617 gli elogi delle principali sante donne del Calendario e Martirologio romano, intitolandoli alla Gran Duchessa Maddalena d'Austria. Si veggano pure intorno a questo frate gli scrittori dell'Ordine Domenicano gi citati.
(56) Lettera di Galileo a Monsignor Dini 16 febbraio 1615. - Il Ciampoli add 28 febbraio risponde che la lettera al Castelli sar fatta vedere al Cardinale Barberini e fors'anche al Bellarmino.
(57) Lettera di Galileo, id.
(58) Queste parole sono tolte dai manoscritti Galileiani della Biblioteca Nazionale di Firenze. Esse sono inedite ancora.
(59) V. Documenti del processo.
(60) Addolora il vedere come si possa continuare a scrivere a questo modo la storia. Sarebbe ormai tempo che si confessasse altamente l'errore ed il torto dei teologi nel processo di Galileo, e si ripetessero le belle parole profferite dal vescovo di Savannah nella tornata del Concilio Vaticano add 4 gennaio 1870: memoriam Galilei a congregationibus romanis condemnati ante omnia esse restabiliendam.
(61) Non solo il Documento cui qui si allude, ma tutto il processo prova quanto diciamo.
(62) Lettera di Galileo.
(63) V. l'interrogatorio del P. Caccini del 20 marzo 1615.
(64) V. i Documenti del processo.
(65) Id.
(66) Interrogatorio del P. Ximenes, 13 aprile 1615.
(67)  importante di notare che il Caccini assalt Galileo prima che avesse avuto notizia della lettera al P. Castelli.
(68) Documenti da noi pubblicati.
(69)  inesatto quanto dicono in proposito de l'pinois e Enrico Martin.
(70) Galileo aveva s gran fede nelle ragioni che stavano in favore della dottrina Copernicana, che sperava che alla loro esposizione si sarebbe arresa buona parte di coloro che non credevano.
(71) Lettera gi citata di Galileo a Monsignor Dini, 16 febbraio 1615.
(72) Id.
(73) Pietro Guicciardini ebbe ad ospite Galileo negli ultimi giorni della sua dimora in Roma nel 1611. Pare che in questo tempo non vi fosse ancora animosit tra loro. Nel 1615 questa animosit si manifesta in molti modi. Ch il Guicciardini non avrebbe per nissuna ragione voluto avere Galileo ospite nel suo palazzo, e non avrebbe neanco voluto pigliarsi la cura di raccomandarlo e di proteggerlo. Le parole del Guicciardini sono quindi quelle che fecero credere che il Galileo si fosse portato imprudentissimamente nel primo processo; il che  contradetto da tutti i fatti.
(74) Vedi nostro scritto: Copernico e le vicende del sistema Copernicano in Italia.
(75) Lettere di Galileo a Curzio Picchena, 1615-1616.
(76) Id.
(77) Lettere di Monsignor Querenghi al Cardinale Alessandro d'Este. Opere compiute, vol. VIII, pag. 382 et passim.
(78) Le conversazioni alle quali cotesto Monsignore allude sono tutte anteriori all'ammonizione ed alla condanna delle proposizioni Copernicane sotto il d 5 marzo 1616, che  il giorno in cui usc il Decreto della Congregazione dell'Indice. Il Querenghi senza cercare se Galileo fosse o non fosse giustamente condannato, scrive sarcasticamente al Cardinale Alessandro d'Este, 5 marzo 1616: "Le dispute del signor Galileo sono risolute in fumo di alchimia, avendo dichiarato il S. Offizio che il sostenere quella opinione sia un dissentir manifestamente dai dogmi infallibili della Chiesa. Ci siamo dunque assicurati una volta, che dall'andare attorno in fuori, che si fa con le girandole del cervello, possiamo star fermi a nostra posta, senza volar con la terra come tante formiche sopra un pallone che andasse per aria."
(79) V. Copernico e le vicende del sistema Copernicano in Italia.
(80) V. Lettera con cui Galileo invia a Maffeo Barberini, allora solo Cardinale, un esemplare delle Macchie Solari.
(81) Lettera a Curzio Picchena.
(82) V. Copernico e le vicende, ecc.
(83) V. Processo 1633.
(84) Lettere di Galileo.
(85) Manoscritti Cancellieri sopra citati.
(86) Negli atti del processo del 1616 non c' parola di questa lettera. Essa  solo mentovata nei pareri dei consultori del processo del 1633.
(87) Documenti del Processo.
(88) Id.
(89) Id.
(90) Michelangelo Seghizzi di Lodi fu inquisitore in Cremona ed in Milano, nel 1614 venne istituito Commissario generale presso il S. Offizio in Roma e di poi fatto vescovo di Lodi nel 1616.
 Abbiamo di lui:
 I. Ordinationes Synodales pro bona ecclesiae laudensis regimine; 
 II. Tractatus brevis de censuris;
 III. Opusculum de divina gratia.
(91) Lettera di Galileo 6 marzo 1616.
(92) Documenti del Processo.
(93) Id.
(94) Il Seghizzi Commissario generale presso la Inquisizione non aveva cognizioni di scienza, come dai libri di lui si pu facilmente argomentare. La frase quovis modo che adoper nell'intimazione che fece a Galileo per parte del S. Offizio dimostra che era lontanissimo dal suo pensiero che si dovesse o da Galileo o da altri cercare nuove prove intorno alla dottrina Copernicana.
(95) Omettiamo di riportare qui il nome degli scrittori ai quali facciamo cenno. Di essi parleremo ampiamente nel nostro lavoro su Galileo e la filosofia scientifica.
(96) Da quanto abbiamo detto intorno a questo argomento  chiaro che furono i teologi che giudicarono di cose scientifiche e non gi Galileo che abbia giudicato di cose teologiche.
(97) Questo concetto che apparisce cos netto in tutte le parole di Galileo appena si intravvede in quelle del Bellarmino.
(98) Intorno alla dichiarazione rilasciata dal Card. Bellarmino a Galileo sotto il d 26 maggio 1616. V. Copernico e le vicende del sistema Copernicano in Italia.
(99) Lettere di Galileo Galilei.
(100) V. la prefazione di Tobia Adami al libro di Tommaso Campanella, che ha per titolo: Realis philosophiae epilogisticae, etc. Francofurti impensis Gothefridi Tampachii, 1623.
(101) Lettera di Federico Cesi, principe dei Lincei, a Giovanni Faber, Opp. compp., vol IX, pag. 137. - Questa lettera si stamp la prima volta nel libro la Rosa Ursina dello Scheiner.
(102) Le lodi che si danno al Saggiatore sono grandissime. Il P. Riccardi, (il quale  divenuto celebre appunto per la parte che ebbe nel processo di Galileo) nell'approvarlo per la stampa, diceva: "Ci ho avvertite tante belle considerazioni appartenenti alla filosofia naturale, che io non credo che il nostro secolo sia per gloriarsi ne' futuri di erede solamente delle fatiche de' passati filosofi, ma di inventore di molti secreti della natura, che eglino non poterono scoprire, merc della sottile e soda speculazione dell'autore, nel cui tempo mi reputo felice d'esser nato, quando non pi colla stadera e alla grossa, ma con saggiuoli s delicati si bilancia l'oro della verit." Certamente il Saggiatore  il primo libro di critica fatto con metodo scientifico, che si sia pubblicato nei suoi tempi, sebbene la tesi sostenuta dall'autore non sia vera.
(103) V. L'edizione del Saggiatore, Roma 1623, presso Giacomo Mascardi.
(104) Lettere inedite a Galileo Galilei, raccolte dal dottore Arturo Wolynski, Firenze, 1872, pag. 68. - Virginio Cesarini, amico del Ciampoli, del Cesi, del Galilei, dice che il Saggiatore " salito in tal pregio appresso N. S. che se lo fa leggere a mensa." Opp. compp., vol. IX, pag. 44.
(105) V. lettera di suor Maria Celeste al padre, 21 novembre 1623.
(106) Questo lavoro ha per titolo: La vita e le opere di Tommaso Campanella. V. anche sul proposito una lettera di Mario Guiducci a Galilei, 18 aprile 1625. Opp. compp., vol. IX, pag. 79.
(107) Francesco Ingoli da Ravenna, sino dall'anno 1616 mand al Galilei, mentre era in Roma, una sua scrittura in forma di lettera, nella quale combatteva la dottrina Copernicana; Galileo non rispose, allora perch la proibizione fattagli era troppo fresca, ma gli rispose nel 1624, mentre pure era ritornato in Roma per "pagare, come egli dice, quell'obbligo ai santissimi piedi del Sommo Pontefice Urbano VIII, al quale antica servit ed i molteplici favori ricevuti dalla Santit Sua mi tenevano legato." Opp. compp., vol. II, pag. 63. Non pubblic tuttavia questa risposta, perch temeva che essa potesse attirargli addosso qualche grave censura. Pare il Ciampoli ne desse comunicazione, ma solo in sunto, al Pontefice.
(108) Da pi lettere ricaviamo che nel 1626 gi aveva quasi condotto a compimento il Dialogo dei massimi sistemi. Nel primo interrogatorio del 12 aprile 1633 afferma quanto segue: "In quanto al luogo io l'ho composto (il Dialogo) in Fiorenza da dieci o dodici anni in qu, e ci sar stato occupato intorno sette o otto anni, ma non continovamente."
(109) Riferiamo per intiero il titolo del libro del Chiaramonti: Apologia Scipionis Claramontii pro Anti-Tycone suo adversus Hyperaspitem Joannis Kepleri. Confirmatur in hoc opere rationibus ex parallaxi praesertim ductis, contrariisque omnibus rejectis, cometas sublunares esse non caelestes, Venetiis, 1626, in -4.
(110) Opp. compp., vol. VI, pag. 310.
(111) Il libro dello Scheiner  cos intitolato: "Rosa Ursina sive Sol ex ad mirando facularum et macularum suarum Phoenomeno Varius, nec non circa centrum suum et axem fixum ab occasu in ortum annua, circaque alium axem mobilem ab ortu in occasum conversione quasi menstrua, super polos proprios, Libris quatuor Mobilis ostensus. A Christophoro Scheiner germano svevo, e societate Jesu. Ad Paulum Jordanum II. Ursinum Bracciani Ducem - Bracciani, Apud Andream Phaeum Typographum Ducalem. - Impressio coepta Anno 1626, finita vero 1630. Id. Junii. Cum licentia superiorum.
(112) La moglie dell'ambasciatore Niccolini, che crediamo fosse una Riccardi, mostr grandissimo zelo nel favorire Galilei, il quale ne faceva singolarissima stima. La Riccardi, quando veniva in Firenze, visitava suor Maria Celeste nel Monastero d'Arcetri, e si dilettava nell'assistere a talune commediole che in detto Monastero si recitavano, e nelle quali faceva pur talvolta comparsa suor Maria Celeste. Anzi crediamo che il nostro filosofo ne dettasse qualcuna a sollecitazione appunto della figlia. Peccato che non siansi serbate alla letteratura italiana.
(113) V. nell'opuscolo: La Diplomazia Toscana e Galileo Galilei, di Arturo Wolynski. Firenze, 1874, la lettera di Francesco Niccolini al Cioli, 19 maggio 1630. 
(114) Opp. compp., vol. VI, pag. 296, lettera di Galilei al principe Federico Cesi in Acquasparta. 
(115) Niccol Riccardi, dell'ordine dei Domenicani, Maestro del S. Palazzo, fu autore di parecchi libri mediocrissimi. Quello in ispecie che  da noi citato fu soggetto di acri censure per parte del Campanella.
(116) La lettera qui accennata  nel nostro scritto: La vita e le opere di Tommaso Campanella.
(117) V. Opp. compp., vol. IX, pag. 243-44, e la lettera del P. Riccardi all'Inquisitore di Firenze, 19 luglio 1631, ibid. vol. IX, pag. 247.
(118) Queste parole si trovano in una lettera di Francesco Niccolini al Cioli (Diplomazia Toscana, ecc., pag. 35), ma quando furono scritte Galileo nulla avea ancora potuto ottenere.
(119) "Dialogo dove nei congressi di quattro giornate si discorre sopra i due massimi sistemi del mondo Tolemaico e Copernicano, proponendo indeterminatamente le ragioni Filosofiche e Naturali tanto per l'una, quanto per l'altra parte. - Fiorenza, per G. B. Landini, 1632."
(120) Pare che il P. Castelli sia rimasto fuori per la ragione indicata dal Niccolini in una sua lettera (opp. compp., vol. IX, pag. 134), cio perch era troppo parziale pel Galilei. Forse egli non si trovava in Roma nella seconda met di luglio e nel mese di agosto, quando tenne le sue adunanze la Congregazione particolare; ma come prima torn, verso il fine di settembre, non manc di fare ogni opera, come gi innanzi, perch il Tribunale del S. Ufficio non precipitasse nelle sue deliberazioni. Se i giudici fossero stati meno appassionati, avrebbero dovuto, dopo le parole del Castelli, portare diverso giudizio. Non sono sempre i tempi o le circostanze che facciano velo al nostro intelletto, ma spesso l'orgoglio e la mancanza di quelle virt morali, che sempre si richiedono per giudicar rettamente. Noi riferiamo qui testualmente la lettera del Castelli a Galileo (opp. compp., vol IX, pag. 295), onde si vegga con quanta saggezza e chiarezza egli facesse loro vedere l'importanza e gli effetti del giudizio, che stavano per dare.
 "Da Roma, 2 ottobre 1632.
 "Mercoled passato ritornai in Roma, e ritrovai la lettera di V. S., della quale ero gi stato avvisato mentre ero fuori, e quegli che riscrisse a V. S. della ricevuta della lettera, mi ha detto di averla assicurata, come la verit , che io non ho mancato di far ogni opera a fin che non si precipitasse in deliberazione contro cos nobile, utile e gran fatica di V. S., dichiarandomi alla scoperta che non camminandosi con i debiti modi di questo eccelso e santo Tribunale, il tutto sarebbe ridondato in scapito della riputazione e riverenza che gli si deve, e che quanto io diceva non era per impedire che non si proibisse e condannasse il libro, ma solo che si procedesse in modo, che dopo il fatto si potesse da loro dire che cosa era quella che loro avevano proibito: e di simili officj ho passati gagliardamente con ogni riverenza col Rev. P. Maestro e suoi compagni, nei quali ho ritrovata in apparenza assai buona disposizione. Io ho soggiunto che se fossero corsi contro ad uno, che aveva scritto modestissimamente, reverentissimamente e riservatissimamente, sarebbero cagione che altri scriverebbero con strapazzo e risolutamente, significando anco a questi Padri che sebben toccava a loro il proibire o non proibire i fogli scritti dalle mani degli uomini, la loro autorit per non si estendeva a fare che la Terra si fermasse o si movesse, n potevano proibire a Dio e alla natura di rivelarci di tempo in tempo i suoi reconditi secreti in mille e mille modi."
 "Ora ritornato in Roma, ho parlato alla lunga col Rev. P. Commissario, offerendomi a dichiarargli per sua minor fatica il libro dei Dialoghi in quella parte e in quei luoghi principalmente, nei quali si tratta questo punto del moto della Terra. Anzi per esser questo Padre persona di molto garbo e mio particolar amorevole, mi assicurai di dirgli le parole che seguono: "Padre Rev. Commissario, io ritrovo scritto in S. Agostino espressamente che questa questione, se la Terra si muova o no,  ben stata penetrata da' sacri scrittori, ma non determinata e insegnata, non importando nulla alla salute delle anime: anzi essendo dopo S. Agostino passati molti secoli,  venuto al mondo l'alto ingegno di Niccol Copernico, il quale con studj e fatiche erculee scrisse il volume delle Rivoluzioni degli Orbi celesti e della Costituzione del Mondo, e stimolato dal gran Cardinale Niccol Scombergio, e altri vescovi cattolici, pii e litteratissimi, mand in luce il suo libro, dedicandolo a un Sommo Pontefice eruditissimo, che fu Paolo III; sopra queste supposizioni, con l'aiuto delle sue tavole, la Santa Madre Chiesa termin la riforma del Calendario, in modo che l'opera di N. Copernico  stata, si pu dire, approvata dall'autorit di Santa Chiesa. Mosso io da tutte queste cose, liberamente confesso di non aver scrupolo nessuno a tenere, persuaso da ragioni efficacissime, e da tante e tante riprove d'esperienze ed osservazioni, che la Terra si mova di quei movimenti, che gli sono assegnati dal Copernico. E di tutto questo pi volte ho avuto ha trattare con teologi pii e intelligentissimi, i quali non mi hanno mosso scrupolo nessuno: e per stante tutte queste cose, io non vedo ragione nessuna, per la quale si dovessero proibire i Dialoghi del Galilei." Il detto Padre mi rispose, che quanto a lui era del medesimo parere che questa quistione non si dovesse terminare con l'autorit delle sacre lettere, e mi disse persino che ne voleva fare una scrittura, e che me l'avrebbe mostrata. Io non desidero altro in questo negozio, solo che si studj e intenda il libro di V. S., perch son sicuro che cos non si precipeter in sentenza irragionevole.
 "Resto con infinito obbligo al Ser. Gran Duca mio signore, che mi onora di eleggermi procuratore di questa causa, se bene io non credo che sar chiamato. Resti per sicura V. S., e ne assicuri S. A., che. se bene io non potr entrare nelle Congregazioni, in ogni modo di fuori parler tanto, che non mancher all'obbligo mio. In Perugia ho trattato con un tal P. M. Pier Dionisio Veglia, assai intelligente di geometria e astronomia, il quale era avversissimo a questa opinione, e in ogni modo con quattro parole che io gli dissi in voce si convert subito, e dopo avendo avuto comodit di leggergli parte de' Dialoghi di V. S., restando attonito e stupefatto delle grandi novit e delle chiare ragioni portate in quelli, si  ridotto a dirmi pi volte che voleva abbruciare tutti i suoi libri di Sfera, riuscendogli debolezze e spropositi pi che puerili. L'istesso  accaduto ad un giovine genovese di spirito assai elevato, studiosissimo delle matematiche, e allievo del detto Padre. E si consoli pur V. S. che il tempo sar giusto giudice di questa sua tanto onorata e degna fatica. Inchini il mio nome al S. G. D. e a Madama Serenissima e all'Illustrissimo signor Principe Don Lorenzo. E a V. S. fo umilissima riverenza."
 Questa lettera del Castelli, che in alcuni luoghi ha del profetico,  prova irrefragabile della poca diligenza posta dai consultori intorno ad un tanto esame, e della poca importanza scientifica in che lo ebbero.
(121) Campanella fu escluso principalmente perch aveva scritto l'Apologia pro Galilaeo mathematico florentino, nella quale si dichiarava, se non in senso assoluto, in relativo, favorevole al movimento della terra; quantunque, come abbiamo gi detto di sopra, egli si contradicesse pi e pi volte su questa materia.
(122) Basta per accertarsene confrontare i Documenti LVIII-IX LX-I col Documento XXXII.
(123) In una lettera di Niccol Cini a Galileo, opp. compp., vol. IX, pag. 337,  detto che il Cardinale Scaglia leggeva il libro dei Dialoghi coll'assistenza del P. Don Benedetto Castelli. Noi abbiamo affermato che il Cardinale Scaglia forse presiedeva la Congregazione particolare; diciamo forse perch stando alla lettera 15 agosto 1632 del Niccolini, pare che il presidente ne fosse il Cardinale Francesco Barberino. Opp. compp., vol. IX, pag. 419.
(124) Opp. compp., vol. IX, pag. 322.
(125) Lettere di Galileo Galilei, opp. compp.
(126) Lettera del Cioli al Niccolini, 4 marzo 1633, presso il Wolynski, Diplomazia Toscana, ecc., pag. 57.
(127) Lettera del Niccolini al Cioli. Opp. compp., vol. IX, pag. 438.
(128) Quanto all'Oregio si vegga il nostro scritto: Copernico e il sistema Copernicano in Italia, pag. 137. Quanto a Galileo si vegga il suo Dialogo de' massimi sistemi, opp. compp., vol. I, pag. 502, ed il vol. VII, pag. 361, le lettere del Niccolini, vol. IX, e le lettere del Campanella, del Castelli e del Magalotti, ibid. Nelle note di Galileo Galilei all'opera di Giovan Battista Morin: Famosi et antiqui problematis de telluris motu et quiete, etc., pubblicata dal principe Baldassarre Buoncompagni. Roma 1873, a pag. 12-13 si trova la confutazione dell'argomento di Urbano VIII.
(129) Opp. compp., vol. VI, pag. 296. Dal che si vede che Urbano Ottavo dava tanta forza a questo argomento da ripeterlo quasi alla nausea a chiunque.
(130) Il sacerdote Sante Pieralisi nell'opera: Urbano Ottavo e Galileo Galilei. Roma 1875, impiega circa cinquanta pagine per provare che Galileo non ebbe mai pensiero di rappresentare Urbano Ottavo sotto la persona di Simplicio. Noi senza ripetere le confuse citazioni di questo autore crediamo di poter affermare attenendoci ai pi sicuri documenti: 1 che avanti che il processo incominciasse o durante il medesimo non troviamo in tutto il carteggio che corre tra l'ambasciadore di Toscana, il P. Riccardi, tra Galileo ed i suoi amici una sola parola che vi faccia allusione. Il Cardinale Francesco Barberini, il quale certo conosceva i pensieri e i sentimenti del Papa, ne tace parimenti nelle sue lettere; 2 Melchiorre Inchofer che andava cercando col microscopio nel Dialogo ogni parola che potesse tornare a carico di Galileo, rammenta Simplicio nel suo parere (Documento LVIII) come un semplice peripatetico. E nulla parimenti si trova nei pareri dell'Oregio e di Zaccaria Pasqualigo. Il Simplicio, questo tipo dei vecchi discepoli di Aristotile non ebbe adunque influenza nel processo e nella condanna di Galileo.
(131) Opp. compp., vol. IX, pag. 424.
(132) Si vegga il nostro scritto: Copernico, ecc.
(133) Le opere del Pasqualigo sono di poco valore. In un codice della Barberiniana, XX.XIX.-54, vi sono alcune censure circa talune proposizioni di teologia speculativa: Propositiones ex theologia speculativa P. Zaccariae Pasqualigi. Il P. Consultore ed il P. Commissario del S. Officio sono d'avviso che talune delle dette opinioni sapiunt haeresim.
(134) L'opera dell'Inchofer sulla B. Vergine  intitolata: De Epistola B. Virginis ad messanenses coniectatio plurimis rationibus et verosimilitudinibus locuples aucthore P. Melchiore Inchofer austriaco e soc. Jesu. Esso  pure autore degli Annales Hungarici; si attribuisce parimenti a lui il famoso libro che usc colle stampe di Venezia nel 1645, e che ha per titolo: Lucii Cornelii Europaei monarchia solipsorum, di cui abbiamo una versione italiana a stampa colla data di Gallipoli.
(135) Lettere inedite dell'Inchofer, appartenenti alla Biblioteca Barberiniana di Roma.
(136) Ne' suoi libri abbonda l'erudizione, ma indigesta e confusa.
(137) Noi mettiamo da parte tutte le altre sue opere come quelle che non hanno attinenza col nostro argomento.
(138) Ecco il titolo di questo trattato: Melchioris Inchofer e societate Jesu Austriaci tractatus Syllepticus, in quo quid de terrae solisque motu vel statione secundum S. Scripturam et sanctos patres sentiendum, quave certitudine alterutra sententia tenenda sit breviter ostenditur. Romae 1633. Non torner discaro che noi qui riportiamo il giudizio che dell'autore e del libro d il Galileo nella bellissima sua lettera scritta ad Elia Diodati a Parigi, da Arcetri 25 luglio 1634. "Ultimamente un padre gesuita ha stampato in Roma, che tale opinione (la mobilit della terra)  tanto orribile, perniciosa e scandalosa, che sebbene si permetta che nelle cattedre, nei circoli, nelle pubbliche dispute e nelle stampe si portino argomenti contro ai principalissimi articoli di fede, come contro all'immortalit dell'anima, alla creazione, all'incarnazione, ecc., non per si dee permettere che si disputi n si argomenti contro alla stabilit della terra, s che questo solo articolo sopra tutti si ha talmente a tenere per sacro, che in modo alcuno si abbia, n anco per modo di disputa e per sua maggiore corroborazione, a instarglisi contro." Opp. compp., vol. VII, pag. 49. Forse il nostro filosofo ignorava che le opinioni dell'Inchofer aveano servito di guida al giudizio pronunziato contro di lui nel giugno dell'anno innanzi dalla Congregazione del S. Uffizio.
(139) Manoscritti della Casanatense di Roma, XX.-VII.-9.
(140) . Il trattato silettico vide la luce nel 1634, dovea quindi gi essere scritto nel 1633, atteso il molto tempo che si impiegava allora per ottenere l'approvazione.
(141) Trattato citato, pag 34.
(142) Ibid., pag. 31.
(143) Ibid., pag. 31.
(144) Ibid., pag. 31.
(145) Ibid., pag. 58.
(146) Non ci ricorda d'aver trovato in questo libro il nome di Galileo, ma certo moltissimi argomenti sono contro esso rivolti.
(147) Noi abbiamo qui riferita la data quale si trova nel manoscritto: Vindiciae, etc., sebbene le correzioni al Copernico siansi promulgate nel 1620 e non nel 1619.
(148) L'Inchofer mette altrettanto studio a mostrare che la sentenza fu profferita dal papa ex-cathedra, quanto ora se ne pone nel sostenere l'opposto.
(149) Riferiamo qui le sue conclusioni: "ex hactenus dictis Judicio ac decreto S. Congregationis, authoritate Summi Pontificis emunito, habemus hanc neopytagoreorum opinationem esse in primis falsam Divinaeque Scripturae omnino adversam in perniciem catholicae veritatis serpentem:" poi Sacrae Scripture eiusque verae et catholicae interpretationi repugnantem, e che in homine christiano minime tolerandum est.
(150) Niccol Cini in una sua lettera, opp. compp., vol. IX, pag. 337, dice che il Cardinale Scaglia, come gi abbiamo notato, leggeva il Dialogo con l'assistenza di Benedetto Castelli; noi crediamo che quel Cardinale, come molto pratico delle cose dell'Inquisizione, forse fu l'estensore della sentenza.
(151) V. Memorie del Cardinale Bentivoglio, altro giudice di Galileo.
(152) Dalle risposte date da Galileo ne' suoi interrogatorii appare chiaro che il Seghizzi, commissario generale del S. Uffizio nel 1616 non gli di lettura del verbale dell'ammonizione che esso ebbe incarico di fargli add 26 febbraio nel palazzo del Cardinale Bellarmino.
(153) V. nel nostro Copernico e le vicende del sistema Copernicano, ecc., pag. 245, la lunga nota illustrativa intorno alla dichiarazione del Cardinale Bellarmino.
(154) Primo interrogatorio, 12 aprile 1633. Documento XLIX.
(155) Non la finiremmo mai se volessimo qui indicare tutte le contradizioni che s'incontrano nel carteggio Galileiano. Basta leggere la lettera del Niccolini, opp. compp., vol. IX, pag. 423, e riscontrarla coi Documenti che noi ora pubblichiamo, per notare il divario grandissimo che corre tra i fatti e le parole che il Niccolini riferisce come udite dal Riccardi. Questi, per esempio, afferma: 1 che rivede l'opera di Galileo e che cerca d'aggiustarla in qualche luogo in maniera da poter esser ricevuta, mentre la Congregazione particolare alla quale esso pure assisteva aveva gi pronunziato che l'opera del Galileo non si poteva emendare, n vi era utilit nell'emendarla; 2 che esso era in obbligo di difendere il libro del Galileo per pi ragioni, ma specialmente perch l'avea sottoscritto, mentre nel parere che sottoscrive coll'Oregio dichiarasi contrario; 3 che il gesuita Inchofer l'ha proposto egli stesso perch suo confidente, e perci favorevole, mentre noi vediamo che l'Inchofer era il pi acerbo nemico che Galileo avesse in quel consesso. Perci le soverchie citazioni che si recano avanti senza vero discernimento nulla possono a nostro avviso provare. Speriamo che ci apparir evidentissimo dai nostri Documenti.
(156) Il Cardinale Francesco Barberino, il Ciampoli, il Riccardi ed anche lo stesso Papa dicono e riferiscono all'ambasciatore toscano, per desiderio di piacere al Granduca, parole che spesso non si riscontrano col vero.
(157) V. opera citata del Pieralisi, pag. 197.
(158) Dalle lettere che suor Maria Celeste scrive in questo tempo, si raccoglie che Galileo talmente confidava che il processo avrebbe avuto pronto e felice fine, che ne dava notizia ai congiunti in Firenze con parole quasi superlative.
(159) Non pu ammettersi che provvedimenti giuridici deliberati con tanta solennit possano interpetrarsi nel senso volgare, come alcuni fanno.
(160) Gli atti che si compirono dopo l'esame sull'intenzione, e dopo la sentenza e l'abiura non risguardano pi, strettamente parlando, il processo personale, ma le conseguenze che ne derivavano.
(161) V. Arsenale, ovvero Prattica dell'Officio della S. Inquisizione ampliata. - Roma, appresso gli Heredi del Corbelletti, 1639, pag. 131.
(162) V. Casanatense MSS. XX. IV. 3. La theorica di procedere tanto in generale quanto in particolare nei casi appartenenti alla Santa Sede di fra Diodato Scaglia, vescovo di Melfi. Parte prima, all'Eccmo. e Rmo il sig. Cardinale Barberino Prom. Ha una dedica al sudetto Cardinale, data da Melfi 10 ottobre 1693 (la data  evidentemente errata, come pure  notato nel citato catalogo). Consta di XXV capitoli in pag. 280.
(163) V. La theorica di procedere, etc.
(164) Flaminii Chartarii J. U. C. Urbevitani Theoricae, et Praxis interrogandorum reorum libri quatuor, etc. Venetiis, M.D.C., apud Joannem Zenarium, pag. 218.
(165) Opp. compp., vol. VII, pag. 30.
(166) Vol. IX, pag. 351, lettera di suor Maria Celeste, nella quale gli esprime il gran suo contento per le buone nuove da lui comunicatele. Citiamo le prime parole di questa lettera in data 7 maggio 1633, quando gi Galileo avea avuto il colloquio col P. Macolano. "L'allegrezza che mi apport l'ultima sua amorevolissima lettera fu tale, e tale alterazione mi caus che con questo e con l'essermi convenuto pi volte leggere e rileggere la medesima lettera a queste monache, che tutte giubilarono sentendo i prossimi successi di vossignoria, fui sorpresa da gran dolore di testa, che mi dur dalle quattordici ore della mattina fino a notte, cosa veramente fuori il mio solito."
(167) Le punizioni accennate nella lettera del Macolano sono assai pi miti di quelle prescritte dal Decreto del 16 giugno; in quella non si parla n della tortura, n dell'abiura. E difatti nell'ordine delle idee del Macolano l'abiura non vi potea entrare, avendo consigliato Galileo ad adottare per sistema di difesa non esser lui Copernicano, ma Tolemaico.  da notare per che Galileo era gi condannato quasi avanti che il processo fosse incominciato, perch la Congregazione particolare, il Papa e lo stesso P. Commissario, che era il pi mite, concludevano tutti per una condanna.
(168) In quasi tutti i trattati di diritto inquisizionale si lasciava facolt al Commissario di non applicare la tortura ai vecchi. Alcuni per sostenevano che se questi non potevano essere propriamente torturati, si potea dar loro l'esame rigoroso di primo grado, ossia spaventarli colla minaccia della tortura, quae territio nuncupatur; come  detto da noi pi sopra.
(169) Il Macolano avendo lui suggerito il sistema di difesa a Galileo, e quasi facendogli sperare che con ci il processo sarebbe finito presto e senza gravi conseguenze, si sentiva moralmente obbligato a temperare fin dove le sue facolt consentivano i provvedimenti deliberati contro il nostro filosofo.
(170) Gli esami singoli si facevano nel Palazzo dell'Inquisizione presso S. Pietro: le tornate della Congregazione si tenevano nel convento della Minerva.  naturale che i documenti di atti compiuti separatamente non si trovassero sempre nello stesso archivio. Ecco perch rispetto a Galileo abbiamo documenti provenienti da due Archivi, quello del Palazzo del S. Uffizio e quello della Minerva.
(171) Basta leggere le lettere del Niccolini per avere un'idea della fierezza di Urbano VIII, e della poca attenzione che egli dava ai suggerimenti altrui.
(172) EPPUR SI MUOVE. Di questo bel detto non vi ha traccia, per quanto ci  noto, negli scrittori del secolo XVII; compare in quelli del XVIII.
(173) V. il Documento LVIII.
(174) Pieralisi, op. cit., pag. 98.
(175) V. Lettera dell'Aproino.
(176) Pieralisi, op. cit., pag. 205.
(177) Opp. compp., vol. VII, pag. 148.
(178) Ibid., VII, pag. 361.
(179) Abbiamo riprodotto in questo nostro frontispizio tutte le parole e tutti i numeri che si trovano nel frontispizio del volume originale del processo.
(180) In questo documento inedito si contiene il sunto non gi dei soli atti processuali del 1616, come inesattamente afferma Enrico De l'Epinois, ma ancora di quelli del 1633. Il quale sunto fu a nostro avviso compilato quando si riunirono in un solo volume i due processi.
La corrispondenza tra questo sunto ed i documenti ci  mallevadrice che nulla  stato tolto dal volume quale fu insino da principio costituito e nulla  stato aggiunto.
(181) Per maggiore chiarezza indichiamo il contenuto di ciascun documento sebbene cotesta indicazione non si legga negli atti del processo.
(182) L'autore del Sunto si riferisce nelle sue citazioni alla numerazione che si trova a pi di pagina, secondo quanto abbiamo detto nella Introduzione.
(183) Padre Maestro.
(184) Il Maestro di Sacro Palazzo.
(185) Nostro Signore.
(186) Enrico Espinois non fa menzione di questo documento il quale  importantissimo perch contiene il giudizio che il consultore del Santo Offitio port intorno alla lettera che Galileo scrisse al Padre Benedetto Castelli add 21 dicembre 1613 e che era stata denunziata al Santo Offitio dal Padre Niccola Lorini add 7 febbrajo 1615.
(187) Monsignor Marino Marini riferendosi a questo documento cita come parole di Galileo le seguenti: "Non si  astenuta la scrittura di pervertire de' suoi principalissimi dogmi." Siccome il consultore allude egli pure al pervertire, noi crediamo che nel Documento si legga pervertire e cos pure nella copia della lettera di Galileo a Benedetto Castelli mandata dal Lorini al S. Offitio. E difatti Galileo, nel quale era nato il sospetto che detta copia non fosse esatta, ne invi a Roma una seconda copia nel modo giusto che l'ho scritta (cos egli: Lettera a Monsig. Dini, 16 febb. 1615), che non sappiamo se sia pervenuta al S. Offitio.
(188) Bench in questa lettera, pubblicata per la prima volta in francese dal Venturi e di poi dall'Alberi e test in italiano, dall'Espinois, non si possa leggere la data per corrosione di pagina, essa tuttavia  del 7 Febbraio come ricavasi dal secondo Documento del Gherardi (Vedi questo Documento nell'Appendice), e non gi del d cinque come afferma inesattamente Enrico Martin nel suo libro: Galile, les droits de la science et la mthode des sciences phisiques. Paris 1868.
(189) Nella versione del Venturi, i cani sono trasformati in canonici.
(190) Dove a giudizio di tutti questi nostri, e non dove a gi come nell'Espinois.
(191) Mi protesto, e non mi pu tosto, come nella stampa dell'Espinois.
(192) Questa lettera  indirizzata al Cardinale Mellini, col titolo di S. Cecilia, uno dei principali componenti la Congregazione del S. Offitio.
(193) Noi crediamo che la copia di questa lettera mandata al S. Uffizio come gi abbiamo accennato nella nota seconda del secondo Documento, non fosse pienamente conforme all'autografo del Galileo. - Noi la ristampiamo sull'esemplare che ce ne d l'Alberi, mettendo in carattere corsivo le parole che nei nostri appunti trovammo indicate come sottolineate dal Lorini. Ma siccome quando copiavamo dal processo originale non supponevamo che vi potesse essere diversit tra la copia e l'originale, perci non siamo ben sicuri che tutte le parole in corsivo rispondano esattamente a quelle della copia che  negli atti del processo.
(194) Cristina di Lorena madre del Gran Duca Cosimo II.
(195) Maddalena d'Austria moglie di Cosimo II.
(196) Dai nostri appunti risulta che nella copia che si trova negli atti del processo, si legge: Sul puro senso letterale.
(197) Qui ci sembra eziandio che vi debba essere una variante.
(198) Nella copia del S. Offizio vi : - abbia la volont proponendo.
(199) Questo documento venne per la prima volta stampato dall'Espinois, a pag. 27.
(200) Vedi l'opuscolo di Monsignor Marino Marini, pag. 85.
(201) Questa lettera, contrariamente all'asserzione dell'Espinois, non si trova nell'opuscolo sovracitato del Marini. Tratti in errore dalla mentovata asserzione non la copiammo credendo che gi fosse a stampa. Essa  cosa di poco momento.
(202) Pubblicato per la prima volta dall'Espinois, pag. 28.
(203) L'Espinois stampa ille.
(204) Nel Gherardi vi  dixit.
(205) In Gherardi: et cupere illos per exonerationem conscientiae deponere.
(206) Questo interrogatorio che si pubblic per la prima volta in francese dal Venturi, venne riprodotto nell'originale italiano dall'Espinois, pag. 85.
(207) L'Espinois mette Segnezzio.
(208) Sacrae e non Sacerdote come nell'Espinois.
(209) Espinois legge Serrano.
(210) Predetto e non questo come nell'Espinois.
(211) Nella stampa dell'interrogatorio fatta dall'Espinois non vennero sottolineate le parole che tali si trovano negli atti originali del Processo e che perci noi le mettiamo in corsivo.
(212) Domi e non domicilii come si legge nell'Espinois.
(213) Quinam e non qui non come si legge nell'Espinois.
(214) L'Espinois, pag. 28. Risponde al Documento IV del Gherardi con lievi variazioni.
(215) Trovasi nell'opuscolo del Marini, pag. 85.
(216) Trovasi in L'Espinois, pag. 28.  del 27 Maggio 1615.
(217) Noi crediamo debba leggersi il marchese dell'Inojosa governatore di Milano.
(218) Espinois, pag. 28.
(219) Questo interrogatorio venne pubblicato per la prima volta dall'Espinois, pag. 89, con talune inesattezze come indicheremo in nota.
(220) Espinois legge vami.
(221) De atributo e non divinaliter come nella stampa dell'Espinois.
(222) Qui pure de atributo e non divinaliter.
(223) De l'Epinois, pag. 92.
(224) Vedi De l'Epinois, pag. 34.
(225) De l'Epinois pag. 34.
(226) Si intende della proposizione censurata.
(227) Vedi De l'Epinois, pag. 34-35.
(228) Il Commissario del S. Offizio in Roma nel 1616 era il frate Michele Angelo Seghezzi da Lodi.
(229) Non c' il Nunnius come nella stampa del De l'Epinois.
(230) De l'Epinois, 35.
(231) La frase omnino abstineat e le parole che tengono dietro danno al precetto un significato assoluto.
(232) De l'Epinois, 35.
(233) Diamo questa lettera in sunto trovandola cos nelle nostre carte.
(234) Per facilitare le citazioni poniamo in fronte ai singoli Documenti di questo secondo processo il numero progressivo che  portato dalla continuazione di quelli del primo.
(235) Stampato per la prima volta da Enrico De l'Epinois.
(236) Questa memoria fu rimessa al Papa Urbano Ottavo dai componenti la Congregazione particolare di cui abbiamo parlato nell'Introduzione.
(237) De l'Epinois legge lori vidde.
(238) Invio e non ivi come si legge nell'opuscolo del De l'Epinois.
(239) Questo secondo paragrafo vuole essere inteso in conformit di quanto  detto pi sopra. Il P. Riccardi avea mandato a Galileo la prefazione col precetto che le idee contenute in quella dovessero incorporarsi alle altre. Galileo pubblic la prefazione imitando l'Osiander, il quale premise al sistema di Copernico un'avvertenza che contradiceva al contenuto del libro. Il fine del Dialogo quantunque fosse nel senso della prefazione, venne tuttavia messo in bocca ad un pedante scemo; dal che nasceva che le correzioni proposte non potevano avere efficacia alcuna, e quindi non potevan piacere ai membri della Congregazione particolare.
(240) La Congregazione particolare non si appag di disapprovare le opinioni astronomiche di Galileo, ma giunse al punto di biasimare quelle bellissime pagine dei Dialoghi dei massimi sistemi, nelle quali Galileo discorre con profondit e verit di concetti del divario che corre tra l'intelletto divino e l'intelletto umano.
(241) Se Galileo errava nel ridurre le teorie del flusso e riflusso alla mobilit della terra, erravano del pari e pi i teologi, i quali dichiaravano non esistente la mobilit della terra.
(242) Singolare giudizio.
(243) Manca in De l'Epinois, si trova nel Marini pag. 113.
(244) Manca in De l'Epinois e nel Marino Marini.
(245) Stampato dal Marini, pag. 114.
(246) Si legge nel Marini, pag. 120.
(247) Marini 121.
(248) De L'Epinois, pag. 59.
(249) De L'Epinois, pag. 59.
(250) Questa lettera indirizzata al Cardinale Francesco Barberini fu da questo trasmessa alla Congregazione del S. Offizio. Ci  attestato dal Duc. VIII pubblicato dal Prof. Silvestro Gherardi.
(251) De l'Epinois, 96.
(252) De l'Epinois, pag. 60.
(253) De l'Epinois, 60.
(254) Il Gherardi legge effunditus.
(255) E non conticuit, come presso De l'Epinois.
(256) E non facere, come presso il medesimo.
(257) De l'Epinois, pag. 96.
(258) De l'Epinois, 96.
(259) De l'Epinois legge inesattamente: Sincaro.
(260) De l'Epinois legge: signanter.
(261) La lettera alla quale qui allude Galileo venne da noi stampata per la prima volta nel libro Copernico e le vicende del sistema copernicano in Italia - Roma 1876, pag. 121.
(262) De l'Epinois legge erroneamente: scrivirsene.
(263) Da coteste parole e dalle seguenti si rende pienamente manifesto che nel palazzo del Bellarmino vi era presente il padre Commissario generale Seghizzi con altri padri domenicani quando venne fatta a Galileo l'ammonizione nel 1616. La presenza di questi padri spiega benissimo il processo verbale che si fece e le parole nel medesimo introdotte, e di cui non fa forse data a Galileo lettura. Tra le dette parole vi era la celebre frase che proibiva a Galileo di insegnare, tenere o difendere quovis modo la opinione copernicana. - V. Doc. XXVIII.
(264) Presso de l'Epinois manca la parola pochi.
(265) Le parole in corsivo mancano presso il De l'Epinois.
(266) De l'Epinois, pag. 101.
(267) Il primo interrogatorio venne fatto il d 12 aprile. Err dunque o Galileo o l'estensore del verbale del processo notando il 16.
(268) Coteste parole sottolineate nell'originale e non nella stampa dell'Epinois.
(269) Le ultime parole di Galileo e quelle che precedono pare siano state concordate col padre Commissario generale dopo il colloquio che ebbe col medesimo tre giorni prima.
(270) De l'Epinois, 103.
(271) Le parole in corsivo non si trovano presso De l'Epinois.
(272) Marini, pag. 101.
(273) De l'Epinois, pag. 103.
(274) Mancano presso il De l'Epinois le precedenti parole: nell'interrogatorio posto di sopra nel quale fui.
(275) E non alcuni noti, come nell'Epinois.
(276) De l'Epinois omette la parola antecedente.
(277) L'originale non  ben chiaro; crediamo si debba leggere: con ogni industria.
(278) Il De l'Epinois omette la parola: mancasse.
(279) Omette il non.
(280) Id. gli eminentissimi signori.
(281) Si legge presso De l'Epinois inarrar invece di invocar.
(282) Questi due Documenti LVI e LVII dovrebbero venir dopo il LVIII. Vedi la nostra Nota illustrativa 1 in fine.
(283) La lettera cui qui allude l'Inchofer non  indirizzata all'arciduca di Firenze, ma alla granduchessa Cristina di Lorena. Questa lettera venne pubblicata nel 1635, cio due anni dopo il processo, non nella sola versione latina come noi affermammo a pag. 151 del nostro scritto su Copernico e le vicende del sistema copernicano in Italia, ma col testo italiano a fronte.
(284) A queste ragioni precede un'attestazione simile a quella riferita nel Documento LVI, nella quale l'Inchofer dichiara che Galileo insegna e difende e tiene l'opinione del moto della terra. V. la Nota illustrativa 1.
(285) L'Inchofer muove censura a Galileo non gi perch non dimostri o non sappia dimostrare la dottrina copernicana, ma perch vuole troppo dimostrare.
(286) Si legge in margine: in praefat. ad litteran.
(287) Si legge in margine: huiusmodi sunt rationes positae a maculis solis, fluxu et refluxu, etc.
(288) Abbiamo riscontrate queste citazioni nell'edizione del Dialogo di Galileo del 1632, che fu quella che ebbe tra mano l'Inchofer; ed abbiam trovato che alcune volte son riportate le identiche parole del Galileo, pi spesso sono compendiati i suoi pensieri, ma talune volte ci  fatto assai male.
(289) Questa citazione della pagina del libro di Galileo  sbagliata.
(290) Il Galilei scrive: molto meglio ci si sarebbe potuto ottenere dalle supposizioni vere.
(291) Qui il compendio che fa l'inchofer  proprio inintelligibile. Galileo alla pag. 404 qui citata vuol dimostrare che come la calamita pu ayer varii moti, cosi la terra.
(292) De l'Epinois, pag. 66.
(293) De l'Epinois legge erroneamente de quo supra proposito CAUTUS - Nel documento XIII del prof. Silvestro Gherardi leggesi, come presso di noi, de quo supra proposita causa.
(294) Nel Gherardi leggesi: consultoribus accersitis.
(295) De l'Epinois, pag. 105.
(296) Questo Documento  l'ultimo di quelli che appartengono, propriamente parlando, al processo.
(297) Questo Documento che omettemmo di copiare dal volume del processo  tolto testualmente da quelli pubblicati dal Gherardi; vi manca a compimento la parte che si riferisce alla relegazione di Galileo in Siena.
 L'ordine di relegazione fu notificato a Galileo nella camera in cui egli abitava palatio Viridario DD. de Medicis in monte Pincio, ossia nella Villa de' Medici al Pincio, che ora  propriet del Governo francese. Il d 23 giugno 1633, cio il giorno dopo che fu letta a Galileo la sentenza, la Congregazione del S. Offizio, presieduta dal Papa, fece il seguente Decreto, pubblicato pure dal Gherardi.
 SS.mus mandavit habilitari a carceribus C. S. O. ad palatium magni Ducis Etruri urbis prope SS. Trinitatis montium Galilum de Galilis florentini, quod palatium teneat loco carceris.
(298) Marini, pag. 136.
(299) De l'Epinois, pag. 106.
(300) Questo e taluno dei successivi Documenti vennero da noi solo presi in sunto, sia perch conosciuti e conformi ad altri gi pubblicati, sia perch non si riferiscono al processo, ma semplicemente alla esecuzione ed effetti della sentenza, sia perch ci venne meno il tempo a copiarli.
(301) Il tenore di questa lettera ci  dato dal seguente documento del Gherardi (Doc. XVIII, pag. 33): "Feria V, die 8 septembris 1633. Inquisitoris Florenti lectis literis datis 27 Augusti quibus significat se iuxta ordinem SSmi publicasse sententiam, et abiurationem Galili de Galilis Mathematici coram Consultoribus et aliis Philosophis eiusdem professionis Civitatis: SSmus mandavit eumdem Inquisitorem graviter moneri quia dederit licentiam imprimendi opera dicti Galili."
(302) Addi 2 luglio 1633, l'Inquisitore di Venezia riceveva dal Cardinale di S. Onofrio, membro della Congregazione del S. Uffizio, la lettera che qui riferiamo, perch da essa possiamo ritrarre a un dipresso il tenore delle altre spedite ai singoli Inquisitori e Nunzii. Trovasi nelle opere compiute di Galileo, Edizione Alberi. Tom. IX, pag. 472. "Perch nella Sacra Congregazione dell'Indice sia stato sospeso il trattato di Nicol Copernico de Revolutionibus Orbium Clestium, nel quale si sostenta che la Terra si muova e non il Sole, ma questo sia centro del mondo, opinione contraria alla Sacra Scrittura; e sia stato proibito da questa Sacra Congregazione del Santo Officio pi anni sono a Galileo Galilei di Firenze, di tenere, difendere e insegnare in qualsivoglia modo, in voce o in scritto la detta opinione; nondimeno il medesimo Galileo ha ardito di comporre un libro intitolato: Dialogo di Galileo Galilei Linceo, ecc., e senza palesare la detta proibizione, ha estorto licenza di porlo alle stampe (come ha posto); e supponendo nel principio, mezzo e fine di quello, di voler trattare ipoteticamente della detta opinione di Copernico, ha contuttoci, bench non ne potesse trattare in modo alcuno, trattatone in guisa tale, che si  reso veementemente sospetto d'aver tenuto tale opinione; onde inquisito e carcerato in questo Santo Offizio, per sentenza di questi Eminentissimi signori Cardinali,  stato condannato ad abjurare la opinione e stare nella carcere formale ad arbitrio delle Eminenze Loro, e fare altre penitenze salutari, come Vostra Reverenza vedr dall'allegata copia della sentenza ed abjura, che se le manda, affinch la notifichi a' suoi Vicarii, e se ne abbia notizia da essi e da tutti i professori di filosofia e di matematica, perch sapendo eglino in che modo si  trattato il detto Galileo, comprendano la gravit dell'errore da lui commesso, per evitarlo insieme con la pena, che cadendovi, sarebbono per ricevere. - Per fine il Signore Iddio la conservi."
(303) De l'Epinois, pag. 106.
(304) Fortunio Liceti (che, come tatti sanno, era in carteggio con Galileo, ed era tenuto per uno degli uomini pi dotti del suo tempo) mentre, preso da scrupolo mandava immediatamente all'Inquisitore di Padova il libro de' Dialoghi, alquanto tempo dopo scriveva la seguente lettera, ancora inedita; perch gli fosse conceduto il permesso di leggere quel libro. Trovasi nel vol. XXVIII delle lettere di Cassiano del Pozzo, che sono nella Biblioteca della Duchessa di Aosta: "Padrone Colendissimo, - Ebbi gi licenza dalla Santa Inquisizione di molti libri: spira di presente il triennio; supplico perci V. S. si degni d'impetrarmene la proroga, o sia confirmazione, e, se si pu, con l'aggiunta delli Dialoghi dei due massimi sistemi di Galileo Galilei, che ne terr particolarissima obbligazione alla sua cortesia. E giudicando vi sia bisogno della prima concessione, gliela mando alligata, con aspettare il favore di riaverla arricchita della conferma per quel maggior tempo che si potr ottenere .... - Devotissimo Obbligatissimo servo - Fortunio Liceti."
(305) De l'Epinois, pag. 73, nota 3. 
(306) Riferiamo il corrispondente Documento pubblicato dal prof. Gherardi: "Galilaei de Galilaeis Florentini, Senis relegati lecto memoriali: SS.mus oratorem habilitavit ad eius rurem per tempus arbitrio S. Congregationis, ubi vivat in solitudine, nec eo amoveatur aut venientes illuc recipiat ad allocutiones."
(307) V. Marini, p. 140.
(308) Il Venturi, parte II, pag. 176, riferisce una lettera di Fabio di Lagonessa, Nunzio Apostolico nel Belgio, a Cornelio Giansenio, primario Professore in Lovanio. Bruxelles, 1. settembre 1633. Noi qui la riferiamo: "Ab annis iam aliquot tractatus Nicolai Copernici de revolutionibus orbium clestium, qui Terram non Solem moveri, mundi tamen centrum esse contendit, a Sacra Congregatione Indicis librorum suppressus est, eo quod hanc sententiam sacris paginis prorsus repugnare constet. Quam etiam opinionem cum Galilo Galili Florentino, tam scripto quam voce docere, postmodum prohibuisset Sancti Officii Congregatio, eo non obstante idem Galilus libellum quemdam, qui Dialogus Galili inscribitur, quique Copernici doctrinam redolet, prlo mandare ausus est. Verum hic in Sancto Officio Inquisitionis exibitus, carcerique mancipatus, erronei dogmatis pravitatem penitus abiurare coactus est: in custodia eousque detinendus, donec EE. DD. Cardinalibus sufficienter egisse pnitentiam videbitur. Atque hoc Academiis Belgicis significari prdicta Sacra Congregatio voluit, ut huic veritati se conformare omnes velint. Ideo cteros quoque ipsius Universitatis Professores a dominatione tua de hoc admoneri cupimus. Vale."
(309) De l'Epinois, p. 73 in nota.
(310) De l'Epinois, p. 74 in nota.
(311) De l'Epinois, p. 74, in nota.
(312) Questo rifiuto, dopo quasi un anno dalla sentenza, comprova pienamente quanto dicemmo nella introduzione. Il Papa Urbano VIII, dopo tutto quello che gi aveva dovuto soffrire il povero vecchio, lo minaccia che se ancor chiede di far ritorno in Firenze, egli dar ordine di ricacciarlo nuovamente in carcere.
(313) De l'Epinois, p. 75, in nota.
(314) De l'Epinois, p. 107.
(315) V. lett., tom. X, p. 304 delle opp. compiute di Galileo.
(316) Le parole con cui il De l'Epinois riassume questa lettera non ci paiono chiare e conformi al suo contenuto. Le riportiamo: "Une personne venue des Pays-Bas a fait entendre  Galile qu'il ne fallait pas la recevoir."
(317) De l'Epinois, pag. 108.
(318) De l'Epinois, pag. 108.
(319) De l'Epinois, pag. 108, ma il testo datoci da lui  tutto errato.
(320) Questo Documento, che non ci  dato, e neanco accennato dal signor De l'Epinois, si trova a pag. 559 del volume originale, e va tra gli importanti, perch riassume tutto il processo. La esatta enumerazione che fa di tutti i provvedimenti prescritti dal Decreto del 16, e le parole con cui termina: il tutto fu eseguito, potrebbero far credere che Galileo sia stato realmente assoggettato all'esperimento della tortura, se la mancata registrazione e la disposizione d'animo del Commissario, come notammo nella Introduzione, non fossero ragioni tanto salde da reggere a qualunque opposizione. Notiamo eziandio che questo sunto deve essere stato scritto un anno almeno dopo che fu compiuto il processo.
(321) De l'Epinois, pag. 108.
(322) I Cardinali Inquisitori, componenti la Congregazione, in cui nome la sentenza  fatta, erano in numero di dieci. Nell'ultima Congregazione se ne trovarono presenti solo sette; quindi sette, solo sono i sottoscritti. Da ci non pu in nessuna maniera desumersi che i tre mancanti fossero di parere contrario.
(323) Questo parere dato dall'illustre P. Sarpi al Doge della Serenissima Repubblica, ci venne mandato dal signor Cechetti, che attende con tanta cura e con tanta dottrina alla conservazione dell'Archivio di Stato di Venezia.
...
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...
FINE.